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Antonio Carlos Zago GFX

Antonio Carlos Zago, il Terminator della Roma e la sua lite con Simeone

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In Italia, per molti anni, per indicare un allenatore difensivista si è usato, più o meno a ragione, il termine ‘trapattoniano’. Viceversa, per un allenatore dalle caratteristiche totalmente opposte, si è usato per tanto tempo l’aggettivo ‘zemaniano’.

Due tecnici quindi agli antipodi, con il primo che nel corso della sua leggendaria carriera si è imposto come uno dei più vincenti di sempre, e il secondo che invece di titoli ne può annoverare pochi, ma che ha fatto innamorare in molti proponendo un gioco rivoluzionario.

Chi quindi sceglie un allenatore alla Trapattoni generalmente va ‘sul sicuro’, chi invece punta su uno alla Zeman sa in anticipo che la sua squadra potrebbe incappare in ‘imbarcate’ clamorose, ma anche offrire uno spettacolo destinato a riempire gli occhi e restare nella memoria.

La Roma, nell’estate del 1997, è stata incredibilmente prima ‘trapattoniana’ e poi si è riscoperta ‘zemaniana’. Dopo una stagione condita da tanti patemi, quella della tanto breve quanto deludente parentesi Carlos Bianchi, il club giallorosso aveva deciso di affidarsi ad un tecnico di spessore che conoscesse già benissimo il calcio italiano e che potesse aiutare una rosa comunque di buona qualità ed esprimersi per quelle che erano le sue potenzialità.

La scelta ricade dunque su Giovanni Trapattoni che, dopo alcune settimane di riflessione, decide di declinare l’offerta per restare al Bayern. Il presidente Franco Sensi, incassato il ‘no’, opta per la più clamorosa delle virate e punta forte su Zeman, un tecnico che appunto con il Trap non aveva nulla a che fare, che nei precedenti due anni e mezzo si era seduto sulla panchina della Lazio e che tra l’altro aveva criticato la Roma in passato.

È forse anche per questo motivo che quando Zeman riceve la chiamata da Sensi in persona, va ad un passo dal riattaccare.

“Subito dopo aver sentito Trapattoni, ho chiamato Zeman a casa. Gli ho detto ‘Sono il presidente della Roma’, lui mi ha risposto ‘Sì, pure io…'. Per convincerlo gli ho dovuto dare il mio numero. Erano le nove del mattino, a mezzogiorno ha firmato il contratto”.

La scelta è di quelle che spiazzano, fanno discutere e lasciano interdetta la piazza giallorossa, ma si rivelerà più che giusta. Zeman infatti non soltanto riesce a rinvigorire una squadra che solo pochi mesi aveva rischiato la retrocessione, ma la conduce nelle zone alte di classifica.

A gennaio Sensi quindi si convince che manca poco per il salto di qualità e decide di assecondare la richiesta del suo allenatore di potenziare soprattutto la difesa. Vengono vagliati vari profili e alla fine la scelta del tecnico boemo ricade su un centrale brasiliano del quale in Italia si sa pochissimo: Antonio Carlos Zago.

Quando la mattina del 16 gennaio 1998 il difensore arriva a Fiumicino con un volo Alitalia proveniente da San Paolo, ad accoglierlo sono in pochi. Certo, l’orario del volo e l’arrivo previsto poco dopo le 6.00 non invogliano ad organizzare caroselli di benvenuto, ma al di là di questo c’è grande scetticismo.

In molti si aspettavano infatti un profilo diverso e non un giocatore di 29 anni con alle spalle un’esperienza non indimenticabile in Spagna ed un’altra di un anno in Giappone, il cui cartellino è tra l’altro costato circa 7 miliardi di lire.

Non c’è insomma ottimismo, ma Zago, ai cronisti che lo attendono in aeroporto, si affretta a far capire che non è arrivato alla Roma per puro caso.

“Sono un duro e la grinta è una delle mie caratteristiche principali. Oltre a questo sono anche un vincente, perché ho già messo quattordici trofei in bacheca”.

Effettivamente tra i titoli di Zago figurano anche tre campionati brasiliani e una Copa Libertadores, tuttavia, prima di dare dei giudizi è meglio aspettare quello insindacabile del campo. Quello che i tifosi romanisti ancora non possono sapere è che quello che ha appena messo piede in Italia è un giocatore destinato a diventare un idolo assoluto.

Zago Roma 2001Getty

Basterà poco per capire quali sono le sue peculiarità in campo: tecnicamente ha un qualcosa in meno rispetto ad Aldair, ma è bravissimo nell’uscire palla al piede e sempre con la testa. Ha personalità da vendere e, proprio come aveva anticipato, è un vero duro.

Nelle sue prime tre partite giocate in Serie A rimedia tre gialli consecutivi, a dimostrazione del fatto che non è uno che tira la gamba indietro e intanto in giallorosso si prende fin da subito i galloni da titolare, imponendosi come uno dei leader dentro e fuori dal campo.

Sarà titolare inamovibile anche nella stagione successiva e quando sulla panchina della Roma siederà nel 1999 Fabio Capello, si sarà già guadagnato un soprannome che poi lo accompagnerà per tutta la sua avventura in giallorosso: Terminator.

L’appellativo non è stato scelto a caso: Zago infatti è uno di quei giocatori che non fa prigionieri. Dove non può arrivarci con le buone ci arriva con le cattive e la cosa fa passare in secondo piano il fatto che sia così bravo con la palla tra i piedi, dall’essere invogliato dallo stesso Capello ad avanzare il suo raggio d’azione per creare superiorità a centrocampo.

Un difensore completo, quindi, ma non sempre percepito nel modo giusto da tutti. E a contribuire alla sua fama di ‘centrale rude’ sarà un episodio in particolare. Un gesto che lascerà dietro di sé un’istantanea della quale non è poi più riuscito a liberarsi.

E’ il 21 novembre 1999 e allo stadio Olimpico va in scena quello che è stato già ribattezzato ‘L’ultimo derby del millennio’. La Roma arriva alla partita non potendo contare sui favori del pronostico che pendono viceversa tutti dal lato della Lazio capolista. Bastano in realtà pochi minuti per capire che se c’è una squadra che è entrata meglio in campo, è quella giallorossa. Gli uomini di Capello comandano il gioco e soprattutto arrivano in porta con una facilità disarmante, mentre i biancocelesti non riescono a reggere l’urto ed il duo centrale di difesa composto da Mihajlovic e Nesta è in costante affanno

La Roma passa al 7’ con Delvecchio, raddoppia all’11’ con Montella, poi cala il tris al 26’ ancora con Delvecchio e al 31’ anche il poker ancora con Montella. Due doppiette in mezz’ora che valgono un roboante 4-0. Il popolo di fede giallorossa esulta, quello di fede biancoceleste resta attonito difronte a tanta impotenza, e mentre la Roma dilaga, gli animi in campo si surriscaldano.

A pochi minuti dalla fine del primo tempo, l’episodio in qualche modo passato alla storia: Simeone e Zago vengono a contatto e, come è nell’indole di entrambi, nessuno dei due si sottrae al contrasto. L’arbitro Tombolini blocca quindi il gioco ravvisando un fallo del biancoceleste che, a palla ferma, torna verso il centrale avversario il quale, sentitosi offeso dalle parole che l’argentino gli ha rivolto, risponde sputandogli in faccia.

La scena non viene vista dall’arbitro, ma viene catturata dalle telecamere. Le immagini iniziano a fare il giro di tutte le emittenti, tanto che dopo il triplice fischio finale il trionfo giallorosso per 4-1 passerà quasi in secondo piano.

“Io certe cose non le faccio mai, deve essere stato un attimo di follia. Io sono però così, difendo sempre i miei compagni e Simeone anche in passato ha dimostrato di essere un giocatore cattivo. So di non aver dato il giusto esempio ai più giovani, ma non mi pento di nulla perché lui è uno scorretto”.

Zago subito dopo la partita non si pente quindi del suo gesto, ma ore dopo, a mente più fredda, analizzerà l’accaduto in maniera diversa.

“Mi sono espresso male, sono pentito anche di ciò che ho detto in tv. Ho fatto un errore, non mi era mai successo e non mi capiterà più. Non ho dato un buon esempio”.

Anche Diego Simeone a fine gara tocca l’argomento, parlando di discorso chiuso.

“Tutti avete visto come si è comportato Zago, ma io non vado in televisione a piangere. Per me la cosa è finita lì, quello che succede in campo deve restare in campo. Non sono un ragazzino, se devo dire una cosa la dico in faccia e non attraverso i giornalisti”.

Il giorno successivo al derby inizieranno a circolare le prime ipotesi relative alla squalifica. In molti pensano ad una stangata, una punizione esemplare, ma Zago se la caverà con tre giornate di stop. Le immagini catturate dalle telecamere hanno reso possibile l’utilizzo della prova tv e il Giudice Sportivo Laudi nel rivederle ha ravvisato una sorta di attenuante. Lo sputo viene considerato un gesto violento e i turni di qualifica dovrebbero essere quattro, ma il difensore della Roma è stato provocato.

“Vanno valutate alcune circostanze, anch’esse evidenziate dalle immagini, che attenuano la gravità del gesto. In particolare, l'intervento certamente rude e scomposto di Simeone nei confronti di Zago, appena questi aveva calciato il pallone, e specialmente la condotta successiva dello stesso Simeone, che s'è rivolto a Zago con atteggiamento d'univoca ostilità, tale da potersi qualificare come una sorta di provocazione verso il tesserato della Roma”.

Anni dopo, nel tornare su quel gesto rimasto impresso nella memoria di tutti i tifosi di Roma e Lazio, Carlos Alberto Zago ha spiegato cosa lo portò ad agire in quel modo.

“Roma era la mia seconda casa e vivevo l’ambiente della città - ha ricordato a Tele Radio Stereo - Io vivevo il derby come un romano e un romanista. Ci sono state tante liti nel corso delle varie sfide, anche con Simeone, ma tutti ricordano quell’episodio lì. Mi spiace perché non è stato bello, ma per la maglia della Roma lo rifarei. Quando giocavo a volte capitava di andare oltre”.

Il noto cantante romano Brusco nel 2001 ha pubblicato ‘Ancora & Ancora’, un brano con il quale ha voluto rendere omaggio a tutti i protagonisti della conquista dello storico Scudetto vinto dalla Roma nella stagione 2000-2001. Un paio di versi della sua canzone sono dedicati proprio a Zago e all’episodio che lo vide protagonista in quel derby.

“Basta solo che la sorte c'aiuta
E la gente potrà solo sta muta
Altrimenti A C Zago je sputa”

“Zago sputa foco come n' drago se lo voi saltare devi proprio esse un mago”.

Versi che non sarebbero mai stati scritti se Zago, al termine delle stagione precedente, si fosse trasferito al Milan. L’approdo in rossonero sembrava cosa fatta, ma alla fine resta alla Roma e in giallorosso vincerà il suo unico Scudetto italiano.

“Ho rischiato di non esserci - ha raccontato al Corriere della Sera - Mi voleva il Milan, mi avrebbero dato un sacco di soldi e non avevo un grande rapporto con Capello, che non mi faceva giocare. Dopo l’eliminazione con l’Atalanta in Coppa Italia, e la contestazione dei tifosi, un giorno ci siamo incontrati in sauna. Eravamo soli, dopo cinque minuti di silenzio mi ha detto: ‘Domenica giochi’. Era la prima di campionato col Bologna, da lì è partita la cavalcata. Se fossi andato al Milan avrei vinto la Champions, ma lo scudetto a Roma è imparagonabile”.

Quando Zago lascerà la capitale nel 2002, lo avrà fatto dopo essersi guadagnato un posto nel cuore di ogni tifoso romanista. Da molti è ricordato soprattutto per quell’episodio con Simeone, ma la carriera di un giocatore è fatta di tante cose e non di un solo grave errore.

Antonio Carlos Zago, nel corso dei quattro anni e mezzo vissuti in giallorosso, è stato semplicemente uno dei più forti centrali della Serie A.

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