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Cerny AndersenGoal

Andersen e Cerny, per la Under 21 le insidie arrivano da casa Ajax

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Vittime dell’abbondanza. Lucas Andersen e Vaclav Cerny, talenti di scuola Ajax che gli Azzurrini si troveranno di fronte nella fase a gironi dell’Europeo under 21, sono due esempi di come crescere in uno dei vivai più produttivi e meglio strutturati al mondo contempli – una volta spiccato il volo verso la prima squadra – non solo vantaggi, ma anche criticità. Nell’ultimo quinquennio il settore giovanile dell’Ajax ha ricevuto un nuovo impulso, tornando produttivo non solo a livello di quantità (che non è mai mancata) ma anche di qualità, e di questo va dato atto al lavoro svolto da Frank de Boer.

Un’opera, quella dell’ex tecnico dell’Inter, ripresa e integrata dal successore Peter Bosz, la cui prima annata sulla panchina ajacide è stata talmente positiva da proiettarlo in Bundesliga alla guida del Borussia Dortmund. Tanti talenti, si diceva, per un problema di sovrapproduzione. Perché se ogni cinque-sei mesi si affacciano un prima squadra uno o più prospetti nuovi, alla stellina dell’anno prima è sufficiente un piccolo calo per trasformarsi in panchinaro fisso, o addirittura in esubero. E’ un po’ la storia di Cerny, nel primo caso, e di Andersen, nel secondo.

Sia il danese Andersen che il ceco Cerny appartengono alla schiera dei prodotti “ibridi” di casa Ajax, ovvero giocatori acquistati dal club olandese in età adolescenziale e poi fatti maturare tra le mura del De Toekomst, il centro sportivo dove ha sede il vivaio ajacide. Lì è sbarcato nel 2014 Cerny, anche se il Pribram – il club dove è cresciuto, allenato nelle giovanili dal padre – lo aveva già ceduto all’Ajax l’anno prima per 1 milione di euro, cifra considerevole per un 15enne – proprio l’età gli aveva impedito, secondo le normative di Uefa, di firmare con gli ajacidi prima di compiere 16 anni.

Cerny AndersenGoal

Arrivato con le stimmate del nuovo Baros, Cerny ha trovato la propria dimensione più come giocatore di fascia alla Overmars, e proprio l’ex fuoriclasse in questione, oggi ds dell’Ajax, ha dichiarato di rivedersi nel talentino di Pribram, “meno veloce ma sicuramente più tecnico del sottoscritto”. Un anno e mezzo dopo De Boer lo ha aggregato in prima squadra, dove all’epoca come ala destra furoreggiava Anwar El Ghazi. Eppure sul finire della stagione era proprio Cerny il nuovo titolare sul lato destro del tridente ajacide, con tanto di primo gol (1 maggio 2016 contro il Twente) in Eredivisie.

La giostra Ajax però è sempre in movimento: con Bosz, il ruolo di ala destra era appannaggio del suo pupillo Bertrand Traorè, e quando il giocatore di proprietà del Chelsea è partito per la Coppa d’Africa, Cerny era alle prese con un infortunio, spalancando così la strada a Justin Kluivert. Le ottime prestazioni del figlio d’arte hanno fatto il resto. Cerny, tre volte talento ceco dell’anno (2013, 2014, 2015), non ha però perso tempo a immalinconirsi, rivelandosi uno degli uomini in più dello Jong Ajax di Marcel Keizer, che ha chiuso la stagione al secondo posto nella B olandese, non disputando i play-off solo per questioni di regolamento (le squadre Primavera non possono militare nella stessa serie della casa madre). Cerny ha chiuso con un bottino di 15 gol e 8 assist, tra cui due triplette – contro Den Bosch e Telstar - e una combo 2+2 (reti e assist) rifilata al De Graafschap. Un giocatore vero, prolifico nelle giovanili della Repubblica Ceca (19 reti complessive, 7 delle quali con l’under-21) pronto a recuperare i metri perduti, magari anche grazie a un buon Europeo.

Andersen invece ha lasciato Amsterdam l’estate scorsa per accasarsi al Grasshopper. Anche la sua è una storia di gerarchie e sovraffollamento. L’Ajax è la seconda casa dei danesi, basti pensare che quando, nell’estate 2012, Andersen raggiunse il gruppo, era il sesto giocatore in rosa originario del regno di Margherita II. Si era fatto le ossa nell’Aalborg, debuttando a 16 anni e 174 giorni (secondo più precoce di sempre nel campionato danese), per poi seguire le orme di un altro illustre prodotto del settore giovanile locale – Jesper Gronkjær – transitato non a caso proprio dalla città sull’Amstel.

Centrocampista polifunzionale (interno, mezzala, esterno offensivo), ha impiegato poco a entrare nel giro della prima squadra, giocando titolare sia in Eredivisie che in Champions (debutto a San Siro contro il Milan). Anche nel suo caso però, l’ascesa di nuovi elementi dal vivaio (su tutti Riechedly Bazoer) gli ha impedito di trovare la necessaria continuità di impiego. Nella stagione 2015/16 è così andato in prestito al Willem II, contribuendo alla salvezza del club (da segnalare due triplette, simbolo di un discreto feeling con il gol), mentre in quella appena conclusa ha chiesto e ottenuto la cessione, chiuso dagli emergenti Frenkie de Jong e Abdelhak Nouri.

In Svizzera non è partito benissimo, complice anche le difficoltà di carburazione di un gruppo acerbo e incompleto, uscendo però alla distanza (7 gol, 5 assist). Un elemento solido e di sostanza che non ruba l’occhio ma capace, nel contesto giusto, di fare la propria parte. Anche in una Danimarca che ricorda la Svezia under-21 campione due anni fa con i vari Guidetti e Hiljemark. Si può far bene – e vincere – pur senza essere dei fenomeni.

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