Tra tutti i calciatori brasiliani che nel corso dei decenni sono approdati in Serie A, lui è stato forse il meno brasiliano di tutti. A differenza di molti suoi colleghi, che magari non si sono spinti molto più in là dall’essere delle semplici meteore, non è stato accompagnato in Italia da quell’aura di grandezza mista a sorpresa che di solito rende speciali, almeno sulla carta, gli acquisti effettuati dall’altra parte dell’oceano.
Tecnicamente non era molto dotato e anzi si può dire che fosse la cosa più distante possibile dal classico funambolo sudamericano. Era un ‘rubapalloni’, uno di quelli che dà tutto per la squadra, che inizia a correre fin dall’uscita degli spogliatoi e non si ferma più fino al triplice fischio finale. Un mediano nel senso più puro del termine, il classico calciatore che si prende carico del lavoro oscuro, mentre gli altri strappano applausi alla folla assiepata sugli spalti.
“Sono un tipo strano - ha ammesso a ‘UOL Esporte’ - Non ho mai pensato di diventare un calciatore, è semplicemente successo tutto in modo naturale. Dico sempre che sono stato un giocatore limitato, ma sono stato serio e professionale ed è per questo che per due volte sono approdato in Italia, che all’epoca era l’epicentro del calcio mondiale, il miglior campionato in assoluto”.
Quella di Alexandre da Silva Mariano, o semplicemente Amaral per gli appassionati italiani, è effettivamente stata una carriera particolare. Ha vissuto il calcio in maniera differente e l’ha fatto perché in fondo ha sempre saputo che al mondo ci sono cose più importanti. Ha affrontato ciò che per molti è un contesto folle e frenetico con grande leggerezza e con quello sguardo di chi sembra uscito da un cartone animato. Viso rotondo, sorriso contagioso e quella ptosi della palpebra (in Brasile dicono olho caído), che per lui è diventata oltre che un tratto distintivo, anche un divertente argomento di discussione.
“Ricordo che una volta stavamo giocando una partita in Giappone e un avversario mi ha colpito duramente alla caviglia. Ero molto dolorante e subito sono entrati in campo dei massaggiatori giapponesi. Uno di loro ha iniziato a buttarmi dell’acqua in faccia pensando che il problema fosse all’occhio ed io allora ho iniziato a gridare ‘Accidenti, è la caviglia che mi fa male. Lasciate stare l’occhio, è fatto proprio così’”.
E’ stata la vita ad insegnare ad Amaral che le cose vanno prese nel modo giusto. Nato a Capivari, vicino San Paolo, nel 1973, è cresciuto in una famiglia che spesso era costretta a fare i conti con gravi difficoltà economiche. E’ per la strada che impara quindi a cavarsela, cercando sempre di riuscire a portare a casa qualcosa che potesse risultare utile.
“Quando ero bambino a Capivari si festeggiava Halloween - ha ricordato a ‘LANCE!’ - Alcune famiglie che erano in condizioni economiche molto più agiate, lasciavano delle zucche decorate sulla porta di casa. Io le rubavo e le portavo a mia madre, che mi chiedeva sempre come mai quelle zucche avessero la forma di un teschio. Io le dicevo che erano zucche moderne”.
Amaral, nel tentativo di dare una mano a casa, si ingegna in ogni tipo di lavoro e sarà proprio l’ultimo che svolgerà per quattro anni prima di diventare calciatore che gli varrà un soprannome che ancora oggi lo accompagna: ‘O Coveiro’. ‘Il Becchino’.
“Ho iniziato a lavorare per un’impresa funebre facendo le consegne - ha spiegato a ‘Rádio Jovem Pan’ - Un giorno il mio capo mi chiama e mi dice che me la stavo cavando bene e che avrei avuto una promozione. Avrei pulito le urne. Ricordo che una volta stavo tagliando dei petali di rosa vicino ad un cadavere e ad un certo punto uno mi cadde atterra. Nell’abbassarmi toccai un cavalletto e la mano del cadavere mi è scivolata lungo la schiena. Stavo per morire di paura”.
A dispetto del soprannome, Amaral non ha mai svolto il lavoro di becchino ma, come spesso succede nel mondo del calcio, scrollarsi di dosso un’etichetta è un’impresa al limite dell’impossibile.
“Non ho mai fatto il becchino, non era quello il mio lavoro. Io curavo le salme, le truccavo, le vestivo e facevo cose del genere. Non ho mai seppellito nessuno. Ho spiegato tante volte questa cosa, ma per tutti in Brasile sono ‘O coveiro’. La cosa all’inizio non mi piaceva molto, ma adesso la trovo divertente”.
Amaral è quindi arrivato nel mondo del calcio nel modo più anomalo possibile ma, al di là dell’aspetto bizzarro delle sue vicende, calciatore lo è stato per davvero. E anche forte. Tra il 1991 ed il 1996 è stato uno dei perni di quello che è ricordato come il miglior Palmeiras di sempre e con la maglia color ‘Verdão’ addosso ha vinto tre volte il Campionato Paulista (il ‘Paulistão’) e due volte quello brasiliano (il ‘Brasileirão’), prima di approdare in Italia nell’estate del 1996.
GettyA puntare forte su di lui, che intanto è entrato a far parte del giro della Nazionale maggiore brasiliana ed ha vinto un Bronzo con l’Olimpica ad Atlanta 1996, è il Parma che, grazie alla Parmalat, può contare su una corsia preferenziale con il Palmeiras.
Quella nella quale approda Amaral è una squadra fortissima che punta a vincere tutto e che è stata da poco affidata ad un tecnico emergente: Carlo Ancelotti.
Il centrocampista brasiliano si ritrova a condividere lo spogliatoio con autentici fuoriclasse del calibro di Buffon, Cannavaro, Thuram, Zola, Crespo e Chiesa, e quando approda in Italia lo fa sapendo che ci sono le possibilità di giocare ai più alti livelli in assoluto. Il Parma, pur di assicurarselo, investe una cifra importante e lo preferisce ad altri campioni brasiliani come Cafu e Rivaldo, ma subito appare evidente che c’è un problema: alla base del suo acquisto c’è un errore di valutazione.
“Il Parma mi prese per giocare sulla fascia destra, ma io sono uno che gioca davanti alla difesa, che è bravo a marcare e a recuperare palloni. Un osservatore mi ha visionato durante una delle poche partite nelle quali ero stato schierato da esterno. Ancelotti aveva bisogno di un rinforzo a destra e mi hanno preso”.
Amaral dell’esterno non ha nulla e in mediana ci sono dei pilastri come Dino Baggio e Crippa ai quali è impossibile anche solo pensare di sottrarre una maglia da titolare. Si deve quindi accontentare di quattro soli spezzoni di partita e quando a fine stagione c’è da liberare un posto da extracomunitario per poter tesserare Mario Stanic, la società non ha dubbi su chi cedere.
‘O coveiro’ riparte quindi dal Benfica, dove diventa un idolo a tal punto che la tifoseria organizza una colletta pur di aiutare la società, che sta attraversando una grave crisi finanziaria, a riscattare il suo cartellino dal Parma. L’iniziativa è lodevole, ma non ci sarà nulla da fare.
Tornerà poi in Brasile, dove il suo approdo al Corinthians scatenerà furibonde polemiche a causa della forte rivalità con il Palmeiras, e poi nel 1999 diventerà uno dei perni di un Vasco da Gama, che intanto sta provando ad allestire un ‘dream team’ che prevede in rosa anche fuoriclasse assoluti come Romario e Edmundo.
In Brasile torna a mettere dei titoli in bacheca e soprattutto sfodera delle prestazioni che gli valgono il ritorno in Serie A. A volerlo è questa volta la Fiorentina che lo sceglie per mettere a disposizione di Terim un mediano tutta corsa e polmoni. I presupposti per fare bene ci sono, ma nel corso della prima amichevole con la maglia viola addosso, contro Energie Cottbuss, si lesiona il crociato anteriore del ginocchio sinistro. La cosa si traduce in un intervento chirurgico immediato ed un lungo stop.
Tornerà in tempo per riprendersi una maglia da titolare a fine stagione e per giocare, da buon protagonista, le due finali di Coppa Italia contro il Parma. Sarà quello il suo unico trofeo messo in bacheca in Italia.
GettyResta a Firenze anche nell’annata successiva, ma quella viola è ormai una squadra allo sbando. La società è sull’orlo del fallimento e il campionato si chiuderà con la più scontata delle retrocessioni.
Amaral inizia allora un lungo giro del che lo porterà in Turchia, Brasile, Arabia Saudita, Polonia, Australia, Indonesia e poi ancora in Brasile dove chiuderà, a 42 anni, la sua carriera nel Capivariano, la squadra della sua città.
A differenza di molti connazionali, in Italia non ha lasciato il segno, ma in Brasile ancora oggi quello di Amaral è un volto estremamente noto. Ha partecipato a reality show, sitcom ed è spesso ospite di varie trasmissioni televisive.
“Ora sono una star della televisione. Mi piace molto ciò che faccio sul piccolo schermo. Non potrei mai fare l’allenatore, per quel lavoro devi essere serio ed io non lo sono”.
Si è lasciato il calcio alle spalle con la serenità di chi ha dato ad ogni cosa un valore del tutto personale. Un valore dettato da ciò che ha vissuto.
“La cosa più dura che mi è capitata nella vita è stata perdere mio padre - ha spiegato ad ‘Arena SBT’ - Lavoravo per un’impresa di pompe funebri e sono stato io a seppellirlo. Penso a quei momenti di solitudine con grande tristezza, ma tutto ciò che ho passato è stata la base per arrivare dove sono arrivato. Non volevo fare il calciatore, il mio sogno era dare una vita migliore a mia madre e ci sono riuscito. Ecco perché non ho conservato un solo trofeo, una medaglia o una maglia. Ho venduto tutto. La gente parla dei titoli vinti in carriera, ma per me il titolo più importante è stato riuscire a comprare una casa a mia madre”.
E’ anche tutto questo a rendere Amaral ‘O Coveiro’ un personaggio tanto speciale.




