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Italia convocatiGetty Images

La Controriforma: il calcio italiano vittima del suo stesso immobilismo

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L’Italia calcistica è una barzelletta raccontata male. Da un comico che non fa ridere.

La terza eliminazione consecutiva dalle qualificazioni ai Mondiali non fa altro che certificare lo stato comatoso - forse irreversibile - del nostro movimento.


Tutto sbagliato. Dai concetti, alla loro messa in pratica. Dalle convocazioni di un gruppo che non c’è se non nelle fantasie bislacche di un Commissario Tecnico senza fisique du role, all’espressione di un calcio che, per tenerci stretti, era desueto già vent’anni fa.

Ma i mali del calcio nostrano risiedono nelle segrete stanze, molto più che negli interpreti che sono chiamati ob torto collo a metterci la faccia. Ed è già troppo tardi per iniziare a cambiare, mentre l’Apocalisse è diventata il nostro giardino di casa.


  • DIMISSIONI, QUESTE SCONOSCIUTE

    Che nulla cambierà affinché tutto resti com’è, in una distorsione distopica del Gattopardo, lo si è capito negli istanti successivi alla disfatta ai rigori con la Bosnia.

    Gravina parla di “Eroismo” e di altri sport che a differenza del calcio sono dilettantistici, cosa non vera ma che forse riflette il suo approccio alla guida della Federazione dal 2018 alla sgangherata serata di Zenica.

    L’istituto delle dimissioni non viene preso nemmeno in considerazione, anzi. Gravina rilancia: “Ho chiesto a Buffon e Gattuso di restare”. Non sia mai. Nemmeno il contentino di veder cambiati i rami secchi più superficiali di una pianta malata da decenni.


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  • VIVAIO INFERTILE

    I giovani non giocano più per strada. Ma il problema è che non giocano nemmeno più nei vivai. E il grosso dei problemi risiede anche e soprattutto nella formazione dei giovani talenti a partire dalle selezioni giovanili federali.

    Anche lì, è più facile immaginare la fine del calcio che quella della gestione federale a livello sportivo.

    Maurizio Viscidi, coordinatore delle nazionali giovanili, è in carica dal 2016. Risultati? Sotto gli occhi di tutti. Si vince qualche competizione di categoria, spesso sfruttando calciatori che a parità di età dalle altre parti sono già nel giro delle prime squadre e delle nazionali maggiori. L’ascensore calcistico è però bloccato e sempre meno calciatori di talento sono messi riescono ad effettuare il salto in pianta stabile.

    Il problema riguarda anche gli allenatori dei settori giovanili, valutati molto più per i risultati nei vari tornei e torneini che non per la quantità e qualità di giovani fatti crescere e consegnati alle squadre maggiori.


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  • TARA CULTURALE

    C’è alla base un problema culturale, calcistico e non solo. Partiamo dal modulo. Siamo l’unico Paese dell’élite calcistica europea - anche a livello giovanile - a seguire la strada del 3-4-1-2, rivisitazione del 3-5-2. Difesa che inevitabilmente in fase di non possesso diventa a 5 uomini, riducendo drasticamente la manovra offensiva.

    Un sistema di gioco che penalizza fortemente gli esterni d’attacco, in un calcio sempre più fatto di uno contro uno e superiorità numeriche create dall’estro dei singoli. Ma soprattutto una concezione di calcio che punta al possesso palla, alla densità in mezzo al campo, con conseguente rallentamento dei giri del pallone. 

    Basti pensare che tutte e 8 le squadre arrivate ai quarti di finale di Champions Leagur giocano con la difesa a quattro e puntano sugli esterni d’attacco molto più che sulla triade mediana.

    Siamo un Paese in cui il risultato è tutto e giustifica qualsiasi cosa. Dalle perdite di tempo alle scenate, alle pressioni sugli arbitri. Il risultato è che il nostro campionato è quello in cui si gioca meno, con una media di 52'55", circa il 7% in meno rispetto alla media dei top campionati europei.

    Ci piace santificare chi predica la presunta semplicità contro una nuova concezione dello sport, luddisti calcistici. Ma per la terza volta di fila il panino col salame ce lo mangiamo sul divano mentre gli altri si giocano una Coppa del Mondo.

    Fabregas ci sta sulle palle perché ci ha sbattuto in faccia la verità. In Italia ci piace così.


  • DALLA BEATIFICAZIONE ALL'OBLIO

    Se alla base ci sono problemi di carattere intrinseco, va detto che la comunicazione in questo senso non fa che amplificare ma al tempo stesso nascondere le vere magagne.

    Maledetta sia la lite tra Adani e Allegri, che ci ha consegnato quasi un decennio di chiacchiere tra risultatisti e giochisti, praticamente sul nulla.

    Gli stessi che oggi chiedono riforme e invocano il dossier Baggio (che cos’è? è fisicamente un dossier?) sono gli stessi ad aver avallato anno dopo anno scelte folli a livello federale e ad aver avallato la narrazione legata al calcio delle origini contro gli innovatori brutti e cattivi.

    Lo stesso accade per la narrazione sui calciatori. Bastoni in due mesi è diventato il bersaglio numero uno dell’opinione pubblica, trasformandosi nell’episodio di Black Mirrori “Hated in the Nation”, quando fino all’episodio con Kalulu era celebrato come BastIone della difesa (ner)azzurra.

    Lo stesso accadrà a Francesco Pio Esposito. Giovane talento narrato come dal futuro “roseo” (non a caso…), ora già pronto ad essere additato come responsabile di non avere abbastanza esperienza.

    Chi sacramentava ieri per il rinnovo quadriennale di Pisilli con la Roma, lamentandone il compenso a fronte dell’età, sacramenta oggi perché il centrocampista giallorosso non è stato preso in considerazione con la Bosnia, con Gattuso che gli ha preferito un altro hypernarrato come Frattesi.


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  • PROBLEMA INFRASTRUTTURALE

    Finiamo con l’evergreen delle strutture. Senza scomodare nuovamente i numeri sugli stadi di proprietà effettivi rispetto a quelli che ci piacerebbe fossero nostri competitor, basta pensare allo stato infrastrutturale del nostro calcio.

    Stadi fatiscenti in ogni categoria, una burocrazia asfissiante che impedisce il miglioramento di impianti e strutture di allenamento malgrado commissari e commissarini vari incaricati dal Governo. Terreni di gioco ai limiti della praticabilità anche in Serie A, con il gioco che inevitabilmente passa dal palla lunga e pedalare. Ha ragione chi dice che il problema è la costruzione dal basso. Le fondamenta del nostro calcio non esistono praticamente più.