Nell'ambito dell'economia, la plusvalenza è la differenza positiva tra i due valori di un bene, calcolati in diversi momenti. In termini calcistici, dunque, si parla di differenza tra il prezzo di vendita di un calciatore e il valore residuale che aveva a bilancio.
Il costo di un giocatore, all'interno del bilancio di una determinata società, è inserito alla voce 'diritti pluriennali alle prestazioni sportive' e, almeno inizialmente, corrisponde al prezzo d'acquisto da un altro club: questo viene ammortizzato in un numero di esercizi che è uguale agli anni del contratto firmato, dunque il valore residuale a bilancio si riduce progressivamente di una quota di ammortamento.
Se, ad esempio, un atleta viene acquistato per 30 milioni e firma un contratto di durata triennale, ci sarà un ammortamento di tre anni e ogni anno ci sarà una svalutazione di 10 milioni. Se venisse ceduto dopo una sola stagione ad una cifra pari a 25 milioni, verrebbe registrata una plusvalenza di 5 milioni, pari alla differenza tra la somma incassata e il valore residuale a bilancio (25-20).
Bisogna poi distinguere tra due diversi tipi di plusvalenze: le reali e le fittizie. Nel primo caso c'è un reale flusso di denaro all'interno della compravendita, nell'altro entra in gioco il criterio delle valutazioni nel bilancio.
La plusvalenza può considerarsi virtuosa se, dopo aver valorizzato un calciatore, una società incassa del denaro reale dalla sua cessione; al contrario, non si registra scambio effettivo di valuta ma soltanto una differenza positiva tra la valutazione fatta e il valore residuale a bilancio. E' il caso degli scambi a specchio tra giocatori con valore residuale molto basso: determinata una valutazione dei rispettivi cartellini, si ha un effetto positivo in termini di bilancio ma nessun beneficio in relazione al flusso di denaro, da considerarsi nullo.