Non si dice più “zingaro”. Oggi si dice “gipsy”. Di base vuol dire la stessa cosa, è un concetto etnico aperto. Ma zingaro suona dispregiativo, suona duro. Gipsy, invece, è un termine che galleggia sull’idea di stile, di eleganza, quasi di moda. Gispy sembra una scelta. Zingaro no, solo una sorte. Zlatan è nato zingaro. Ma Ibra morirà gipsy.
Guarda Greatest Hits: Zlatan Ibrahimovic su DAZN
I bosgnacchi, che non sono esattamente i bosniaci, sono una popolazione slava, di religione islamica, nata in Bosnia e diffusa ovunque. 55mila di loro, bosgnacco in più bosgnacco in meno, vivono in Svezia. Uno di questi, Šefik, ha sposato Jurka, una croata cattolica. A Malmö, il 3 ottobre del 1981, hanno dato vita ad uno dei calciatori più forti di questo millennio.
ReproduçãoZlatan è cresciuto nel quartiere Rosengård, che si legge Rosengord, come Håland che si legge Holand, in un campetto super underground, raccoglitore di tempo libero di figli d’immigrati. La sua prima squadra è stata il Balkan, neanche a dirlo. La seconda, il Malmö. Ci giocavano solo svedesi a parte lui, dice lui. Non si trovava troppo bene, dice sempre lui. A vent’anni, per fortuna, lo prende il multietnico Ajax. Amsterdam è posto di tutti: lì puoi essere chi sei.
Con la nazionale svedese va al mondiale del 2002, lo sapevate? Sicuramente sapete che è stato all’Europeo del 2004: c’ha buttati fuori con un colpo di tacco che ci parla della sua passione per il taekwondo. Un gol così, a Buffon, lo fanno in pochi.
Dopo quell’estate Raiola lo porta alla Juve. Inizia la sua carriera italiana. Ibra fa l’esordio a Brescia: entra alla fine del primo tempo per Trezeguet e segna subito. Protezione del pallone in mezzo a tre, dribbling e botta. 24 minuti ed ecco Zlatan. Da quel momento, farà altri 124 gol in Serie A.
Due anni alla Juve: due Scudetti (poi revocati). Tre anni all’Inter: tre Scudetti. Insomma questo vince gli Scudetti. Ci mostra cose che non avevamo ancora immaginato. È alto due metri e segna di tacco, va via in progressione, fa l’elastico, gioca di suola. Non avevamo mai visto tanta coordinazione in tanta altezza. È un ballerino o solo una strega? Una volta, in un Lazio-Inter, Maicon gliela dà un po' alta e lui la gira di prima a Stankovic con un colpo di scorpione. Caressa commenta: “Questo fa delle cose, ogni tanto, Beppe, che io boh”.
Va al Barcellona per sublimarsi. E mentre l’Inter vince il Triplete con Eto’o, lui segna 22 gol ma non si trova né con il Tiki Taka né con Guardiola, con il quale anzi bisticcia. E allora torna subito a Milano, ma al Milan. Sta solo due anni ma scoppia un amore da matti. Alla prima stagione lo Scudetto, alla seconda 35 esultanze. Il Diavolo perde la testa per lui, ma lui coltiva un’infinita voglia di nuovo. È un colonizzatore. Sceglie la Francia.
A Parigi, con il PSG, segna giusto 156 gol in 180 partite. Sta quattro anni: il suo record. Per i francesi sfiora lo status di onnipotente. Fa quello che vuole. Chiude dicendo che o gli fanno una statua al posto della Tour Eiffel o va al Manchester. La Tour è ancora lì.
La prima con lo United è un Community Shield di agosto contro il Leicester dei miracoli. Lo decide con una capocciata. Il secondo titolo arriva già a febbraio: vince la League Cup facendo doppietta in finale al Southampton di Gabbiadini. Si prende l’Inghilterra ma si rompe il ginocchio in Europa, maledetta Europa. E allora cambia lato dell’Atlantico. E va in America.
Con i Los Angeles Galaxy domina la MLS. Segna 52 gol in 56 partite ma non è la frequenza a spaventare, è la qualità. La butta dentro da centrocampo, in rovesciata e di nuovo in scorpione, questa volta piroettato, come fosse Bruce Lee. Si riscopre ragazzino, ruba spettatori al baseball, scuote il soccer. Dopo due anni, si congeda ancora.

E’ tornato da noi. L’abbiamo trovato un po' appesantito, sì, ma sempre pesante. Ha cambiato la testa del Milan, ha dato energia, positività. Una svolta mentale più che tecnico-tattica, dicono tutti, ma anche tecnico-tattica, aggiungiamo noi: se sei in difficoltà, la puoi sempre buttare lunga su Ibra, che poi ci pensa lui (vedi come nasce il suo primo gol in questa stagione, a Cagliari).
Zlatan ha cambiato tanto, ha cambiato spesso. Non avevamo mai visto uno così completo. La sua completezza calcistica rispecchia la sua completezza interiore. È uno con cui puoi andare a cena e parlare sei lingue. Uno con cui puoi bere champagne a Montmartre oppure chiacchierare di graffiti da ghetto. È cresciuto nella cultura fredda del nord più nord, dove esistono mesi senza luce, ed è andato a imparare come si sta sulla Barceloneta a maggio, quando fa caldo ma tira vento, ti vendono il mojito e senti il baricentro allineato al mare. Si è innamorato dell’Italia, che di mix ne sa, perché abbiamo tutto. Può imitare l’accento masticato di Manchester o quello larghissimo - esagerato - della California.
Il suo girovagare l’ha reso più forte, sempre più grande, forse anche più longevo. Uno zingaro, dice qualcuno. Un viaggiatore, dice qualcun altro. Un colonialista, un dominatore, un ballerino, una strega.
Un gipsy, diciamo noi. Che fa più figo.
