L'emozione è alle stelle, quando fa il suo ingresso in campo: ad attenderlo ci sono 10mila persone che lo hanno già visto diffondere il suo verbo calcistico, da giocatore, con la maglia blaugrana addosso e in maniera indimenticabile.
Il ritorno di Xavi al Barcellona, però, non è solo simbolico: il club ha bisogno di uno come lui, sia per riprendersi dal punto di vista caratteriale che per quel che riguarda il gioco. Insomma: serve una figura che quell'ambiente lo conosce bene, così come la filosofia calcistica.
Una presentazione, quella al Camp Nou, destinata ad entrare nella storia dei blaugrana. Xavi, però, mette subito le cose in chiaro.
"Senza ordine non si vince: quando c'è stato un ordine abbiamo vinto, quando è mancato abbiamo perso. Ci vogliono regole ben precise, come mi disse Guardiola quando iniziò ad allenarci nel 2008. Non è questione di essere duri, ma di far applicare un codice ben preciso".
Ritorna in un momento molto delicato, come spiega lo stesso ex centrocampista spagnnolo.
"A livello sportivo non è il momento migliore per tornare, ma non ho avuto dubbi. Ho detto di no due volte, nel gennaio e nell’estate del 2020: non mi sentivo pronto e c’era incertezza. Ora no. Il Brasile? Sì, è vero che mi avevano cercato dalla federazione: volevano che entrassi nello staff di Tite e lo sostituissi dopo il Mondiale in Qatar. Ma il mio posto è qui, nel club del mio cuore".
Dal punto di vista del gioco, comunque, Xavi ripercorre le idee dei suoi predecessori.
"Questo oltre ad essere il miglior club del mondo è anche quello più difficile del mondo, perché qui non è sufficiente vincere 1-0 al 90’. Occorre giocar bene e vincere. Non vale pareggiare, figuriamoci perdere. Bisogna vincere giocando bene".




