"Il calcio è un vizio e io come tale l'ho frequentato. Un vizio come le sigarette e una notte in bianco, come una partita a poker che non finisce mai".
Le parole sono di Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Salernitana che si è raccontato sulle pagine de 'Il Foglio', dove per indole si è definito un 'frontman' e non un fantasma capace di operare nell'ombra. Il d.s., 67 anni, ha vissuto una carriera nel mondo del pallone tra Lazio, Palermo, Roma, Inter, Bologna e Salernitana, la sua ultima avventura.
"Il colpo più importante penso che rimanga Marquinhos, acquetato a 4 milioni e rivenduto a 30 solo pochi mesi dopo. Non aveva ancora compiuto 19 anni. È stato un colpo magistrale - racconta il d.s. - Considero un grande flop invece non essere riuscito a chiudere il contratto di Adrien Rabiot. L'avevo in mano e all'ultimo istante, per motivi contingenti, l'ho perso".
La figura di Walter Sabatini viene ricordata in particolar modo proprio nell'ambiente giallorosso e nell'ambito del discusso addio al calcio di Francesco Totti: il d.s. sosteneva la posizione di Luciano Spalletti.
"Io con Totti non ci ho mai litigato. In quel periodo non era facile gestirlo perché si accendevano di continuo scintille tra lui e Spalletti. E io, ovviamente, stavo dalla parte dell'allenatore. Fra Totti e me c'è sempre stato rispetto, anche se da lui mi sarei aspettato di più nei rapporti e nella comunicazione con la squadra. Pensavo che, come leader e come uomo carismatico, avrebbe potuto costruire intorno a sé una granitica coesione e un comune ideale".
Walter Sabatini al momento è senza squadra. Soffre nello stare senza calcio, ma teme che la sua figura sia sempre meno richiesta dalle nuove società.
"Le nuove proprietà non vogliono i direttori sportivi. Preferiscono affidarsi allo staff e altri sistemi di valutazione dei calciatori perché pensando, ed è un grande errore, che il mestiere dei direttori sportivi si esaurisca nell'acquistare e vendere giocatori. Non è così. Il direttore sportivo non è un mercante, ma un mediatore esecutivo. È lì tutti i giorni, assiste agli allenamenti, inuisce i problemi di calciatore e allenatori e, ogni volta che è necessario, interviene. Purtroppo è un ruolo che le proprietà straniere non sono in grado di apprezzare e, conseguentemente, quella del direttore sportivo si avvia a essere, se già non lo è, una specie in via di estinzione. Stare fuori è durissimo. È come se mi avessero sottratto una quota della mia vita. Ma tornerò presto. Se non come direttore sportivo, mi inventerò un lavoro nuovo".
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