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Scifo campione incompiuto: il flop all'Inter, il riscatto con Torino e Monaco e i 4 Mondiali

10:45 CEST 23/06/21
GFX Scifo
Talento cristallino, ma poca personalità, Vincenzo Scifo non ha saputo consacrarsi come fuoriclasse assoluto: col Belgio ha giocato 4 Mondiali.

Molti lo considerano un campione, senza se e senza ma, altri, più numerosi, lo giudicano invece un eterno incompiuto. Anche oggi che sono passati tanti anni dal suo ritiro dalle scene, Vincenzo Scifo continua a dividere la critica, come quando calcava i campi di calcio di tutto il Mondo.  

Da un lato ci sono i 4 Mondiali giocati in carriera con la maglia del Belgio, che per lui è diventata una seconda pelle, e i risultati importanti raggiunti con Anderlecht, Torino e Monaco, dall'altro la grande occasione mancata con l'Inter quando sembrava destinato a diventare una delle stelle del calcio italiano e lo stesso Platini lo aveva indicato come suo erede.

LA LEGGENDA DEL PICCOLO PELÉ 

Scifo nasce a La Louviere, in Vallonia, nella provincia di Hainaut, il 19 febbraio 1966, ma nelle sue vene scorre sangue italiano: i suoi genitori, Agostino e Alfonsa,  infatti, sono partiti da Aragona, in provincia di Agrigento, nel lontano 1952, perché papà deve andare a lavorare nelle miniere di carbone.  

Vincenzo è il terzogenito dopo Angelina e Giuseppe. L'infanzia è quella, non semplice, di un immigrato in un Paese straniero. Ma il piccolo Scifo ha una qualità che ne agevolerà l'inserimento: fin da bambino sa giocare benissimo a calcio.

"Ho cominciato a sette anni con l' R.A.A. Louviéroise, - racconterà lui stesso a 'La Repubblica' nel giugno del 1984 - a 14 mi ha tesserato l'Anderlecht per le Giovanili. Era già una bella cosa, quella maglia viola era la più prestigiosa del Belgio. Naturalmente non mi davano una lira, studiavo e giocavo".

A 16 anni è convocato per una tournée in Italia e si innamora della terra dei suoi genitori. Ha classe cristallina e visione di gioco, si muove a tutto campo con eleganza e disegna calcio a testa alta. Alterna il dribbling alle aperture per i compagni e ai cambi di ritmo improvvisi, con il destro, poi, trova traiettorie impensabili per molti, che gli consentono di sorprendere molti portieri. 

"Non ho modelli. - afferma - Alla mia età, è giusto avere degli idoli: nelle canzoni è Lucio Battisti, nel calcio è Platini, il massimo che c' è in giro. Come la Juve, la massima aspirazione per me".

Le sue statistiche giovanili sono letteralmente impressionanti: 432 goal in 4 stagioni,  che gli fanno guadagnare l'appellativo di 'Piccolo Pelé', prima dello sbarco nella Prima squadra dell'Anderlecht nel 1983.  

ENFANT PRODIGE CON ANDERLECHT E BELGIO

Scifo ha soltanto 17 anni e mezzo quando il grande Paul Van Himst, allenatore dell'Anderlecht, gli dà fiducia e lo lancia in Prima squadra. Con i biancomalva  vince tre Scudetti consecutivi e nel 1985/86 raggiunge le semifinali di Coppa dei Campioni, venendo eliminato dalla Steaua Bucarest.   Il Ct. dei Diavoli rossi,  Thys, lo porta in Nazionale.

L'8 giugno 1984 il centrocampista di origini siciliane   si reca infatti in un Tribunale civile a Mons per prendere  la cittadinanza belga e dire addio al sogno di vestire un giorno la maglia azzurra dell'Italia. Qualche giorno prima aveva rotto gli indugi dopo aver aspettato a lungo l'arrivo di un'offerta da parte di un club italiano. 

"Io ero disposto a venire in Italia, - spiegherà a 'La Repubblica' qualche giorno dopo il centrocampista - avrei anche fatto il militare, dopo due anni sarei stato buono per il signor Bearzot. L'avevo già detto due anni fa, ai giornalisti italiani che erano venuti a Bruxelles per Anderlecht-Juve, questo era il mio sogno. Ho aspettato e ho continuato ad aspettare. Finché il 23 maggio ho fatto domanda per diventare cittadino belga".

"L'Anderlecht - rivelerà Scifo - mi aveva offerto un contratto quinquennale a patto che prendessi la cittadinanza. E così l'ho presa. Il primo bel risultato è che mio padre ha smesso di lavorare a 46 anni, dopo aver lavorato per una vita".

"Cento milioni all'anno di ingaggio? Dico solo che per me è una cifra importante.  Dall' Italia mi hanno solo telefonato. Il Milano (Milan o Inter non è dato saperlo, ndr), la Juve, per ultima l' Atalanta. Dicevano che ero bravo, che venivano a casa mia, ma mai è venuto nessuno. Così sono diventato belga. Sono contento ma mi dispiace".

Del forte Belgio degli anni Ottanta diventa subito uno dei volti più rappresentativi e viene convocato a 18 anni ad Euro '84. Pur essendo molto giovane, il torneo continentale lo consacra fra i grandissimi: il 13 giugno è il migliore in campo dei Diavoli rossi a Lens nel 2-0 inaugurale contro la Jugoslavia. È ufficialmente nata una stella.

Sguardo furbo, fisico asciutto ed esile, capelli castani tenuti in perfetto ordine e brillantinati, il numero 16 del Belgio è il protagonista assoluto della gara con le sue geometrie.

"Mi sono accorto di essere piaciuto, - dichiara dopo il match - però non significa niente. Gli jugoslavi ci hanno reso tutto più facile, bravi solo Zajec e quel ragazzino che è entrato nel secondo tempo col numero 16".

Fa sorridere la definizione di 'ragazzino' che Vincenzo dà al suo avversario, di fatto più grande di lui di appena un anno: Dragan Stojkovic.

"Sono contento, - aggiunge il giocatore dell'Anderlecht - ma sarei stato più felice se giocavo con l'Italia. Mi andava bene qualunque squadra, credo che sarei riuscito ad arrivare alla Nazionale. I tifosi scandivano il mio nome? È una bella cosa, forse una bella favola".

Anche il Commissario tecnico resta impressionato dalla sua prestazione.

  "A 18 anni, è difficile vedere qualcuno giocare così bene. - dichiara Thys - Bella visione di gioco, calcio pulito. A me Scifo piace perchè semplifica tutto, non è uno innamorato del dribbling. Ha davanti una grossa carriera, speriamo che non gli facciano fumare la testa".

Nel prosieguo del torneo i Diavoli Rossi sono demoliti dalla Francia del suo idolo Michel Platini (5-0 per i Bleus) ed eliminati dopo un k.o. di misura con la Danimarca (3-2). Ma sul futuro roseo di Scifo in pochi hanno dubbi.

"Quel ragazzo - si scomoda persino Hidalgo, Ct. della Francia che si laurea campione d'Europa - è già una grandissima realtà del calcio".

Due anni più tardi con  7 partite e 2 goal è il grande trascinatore dei Diavoli Rossi ai Mondiali '86 in Messico. Sono i primi e i più importanti giocati dal centrocampista, che si arrende soltanto in semifinale all'Argentina di Diego Armando Maradona e deve accontentarsi di un 4° posto comunque storico.  Purtroppo per lui sarà una costante della sua carriera: arrivare sempre a un passo della definitiva consacrazione.

Dopo il riconoscimento di 'Calciatore belga dell'anno' nel 1984, Scifo è votato come 'Miglior giovane dei Mondiali'. La sua fama cresce ma non tutto è oro quel che luccica: in Italia c'è chi lo accusa di essere "un traditore" e gli fa persino scherzi telefonici, in Belgio diversi compagni lo invidiano e non accettano che un ragazzino di origini italiane abbia tutta quell'attenzione mediatica attorno.

"Non mi va di giocare con uno che in campo ha paura di spettinarsi", scherza invece con lui il mitico portiere Jean-Marie Pfaff, che lo aveva preso sotto la sua ala protettiva.

"Sono un cittadino belga, - spiegherà Scifo - il mio sangue però non ha mai cambiato colore".

I critici aumentano quando nel 1987 inizia a diffondersi la voce di un suo imminente approdo in Serie A. Scifo vuole l'Italia, anche per esaudire il desiderio del nonno, come lui stesso rivelerà.

"Troppo italiano per essere belga, - sintetizza bene il giornalista Maurizio Crosetti - troppo belga per essere italiano, troppo bravo per essere normale, troppo incompleto per essere fuoriclasse. Il destino di Vincenzo Scifo è fermarsi a due passi da qualcosa di definitivo in una strana atmosfera di incompiutezza".

L'INCORONAZIONE DI PLATINI E IL FLOP ALL'INTER

Juventus e Inter si contendono la stella dell'Anderlecht e del Belgio, che, dal canto suo, non vede l'ora di approdare nel campionato in quei tempi più bello e più forte del Mondo. Piace all' avvocato Gianni Agnelli, e i bianconeri pensano a lui come possibile successore di Platini, a crederci di più sono tuttavia i nerazzurri, che sotto la regia di Giovanni Trapattoni lo portano a Milano per 7 miliardi e 600 milioni di Lire. A Torino dovranno accontentarsi di Moreno Magrin.

Al suo arrivo è paragonato a Gianni Rivera, anche per la scarsa propensione al sacrificio difensivo, ma è lo stesso 'Le Roi' a incoronarlo ai microfoni de 'La Gazzetta dello Sport'.

"È lui l' unico calciatore europeo che può definirsi il mio erede", dice l'ex numero 10 alla rosea.

I milanesi sono convinti di aver fatto il colpo e le aspettative sono molto alte. Nell'anno dell'exploit del Milan di Arrigo Sacchi, l a stagione sarà però avara di soddisfazioni per l'Inter, e ancor più per Scifo, schiacciato dal peso delle responsabilità. Trapattoni si aspetta che faccia fare il salto di qualità alla squadra in mezzo al campo e lui fa fatica, anche per il dualismo con l'altro regista, il sardo Gianfranco Matteoli, con cui finisce per pestarsi spesso i piedi.

In campionato va a segno 2 volte contro il Verona, con l'Empoli e alla terzultima con la Sampdoria. In Coppa UEFA è suo il goal che avvia la rimonta in trasferta nel 2° turno sui finlandesi del Turun Palloseura, clamorosamente vittoriosi nella partita di andata al Meazza. 

La squadra milanese chiude al 5° posto in campionato, con un distacco di 13 punti dai cugini, è eliminata dall'Espanyol agli ottavi di Coppa UEFA e dalla Sampdoria in semifinale di Coppa Italia. A Scifo i tifosi non perdonano il minimo errore, e dopo  44 presenze complessive e 5 goal (28 presenze e 4 reti in Serie A)  la sua avventura in nerazzurro è già al capolinea. 

DALLA FRANCIA AL RISCATTO CON IL TORINO

Nella nuova Inter costruita da Ernesto Pellegrini non c'è più spazio per il talentuoso belga, che così viene ceduto ai francesi del Bordeaux nel 1989.  La Francia diventa dunque la terza patria calcistica del centrocampista di La Louviere, ma anche Oltralpe inizialmente le cose non vanno bene.

Con i girondini l'ex Anderlecht vive infatti una stagione deludente, chiusa al 13° posto finale in Division 1 con 24 presenze e 7 goal, cui si aggiungono 6 gare in Coppa UEFA. Ma nel 1989/90 il passaggio all'Auxerre segna la sua rinascita.

Vincenzo si presenta tirato a lucido dal punto di vista fisico, ma grandi meriti vanno attribuiti anche al tecnico Guy Roux, che riconosce in lui il potenziale del campione e gli costruisce attorno una squadra valida: dopo il 6° posto nel 1989/90, l'Auxerre si piazza addirittura in 3ª posizione nel 1990/91, trascinato dal suo numero 10. Per il belga 25 goal in 67 presenze in Division 1, più 9 gare e 5 reti in Coppa UEFA, sono il preludio al suo ritorno in Italia con la maglia del Torino.

In mezzo i Mondiali di Italia '90 che lo vedono nuovamente protagonista con la divisa numero 10 dei Diavoli Rossi. Scifo gioca ad alti livelli e nel girone firma un gran goal dalla distanza all'Uruguay al Bentegodi di Verona, stadio per lui fortunato. Il suo tiro rasoterra da 35 metri, che si infila all'angolino, entra nella top 10 dei goal del secolo. Il cammino della squadra di Thys, però, si ferma agli ottavi di finale: l'Inghilterra passa ai supplementari con una rete di Platt.

Nell'estate 1991 il General manager Luciano Moggi costruisce una squadra altamente competitiva, che vede a centrocampo la classe di Scifo e Martin Vazquez e in attacco il brasiliano Casagrande e il talentuoso Lentini. I granata di Emiliano Mondonico sono protagonisti di una stagione strepitosa, chiusa con il 3° posto finale in Serie A e la doppia finale di Coppa UEFA contro l'Ajax, che li vede soccombere senza perdere.

Proprio nella gara di ritorno ad Amsterdam, Scifo va in difficoltà sul movimento continuo dei centrocampisti avversari, non riesce a trovare la sua posizione in campo e Mondonico lo sostituisce al 60' con Gianluca Sordo.

"Avrei potuto fare qualcosa di buono per la squadra, - dirà qualche anno dopo - non ero d’accordo con l'allenatore, ma è normale".

Scifo, autore di 11 goal in 46 partite (9 in 30 presenze in Serie A) è fra i protagonisti assoluti. Per lui, nonostante la grande occasione per consacrarsi gli sfugga nuovamente di mano, è un bel riscatto dopo le delusioni in nerazzurro. Il secondo anno all'ombra della Mole è tuttavia meno brillante, pur positivo (40 presenze e 9 goal) e i contrasti con l'allenatore e il suo gioco diventano più aspri.

"Non è mai stato decisivo. - dichiara Mondonico a 'La Repubblica ' - Rende quando la squadra gioca bene, gioca malissimo quando accade il contrario. Tipico di uno con scarsa personalità".

In Serie A il Torino si piazza al 9° posto, in Coppa UEFA arriva una prematura eliminazione ai sedicesimi di finale con la Dinamo Mosca, ma Scifo riesce comunque ad essere protagonista in  Coppa Italia.  Decisivo agli ottavi con il Bari e ai quarti con la Lazio, nella finale di andata del 12 giugno 1993 al Comunale si congeda dai suoi tifosi con una grande prestazione. 

I granata vincono 3-0 sulla Roma e ipotecano il trofeo, che conquistano il 19 giugno a Roma nonostante una sconfitta per 5-2 all'Olimpico.  Quella Coppa Italia resta ancora oggi l'ultimo trofeo vinto dal club piemontese.

Nel calcio, però, si sa, non c'è gratitudine, e Scifo, nemmeno il tempo di festeggiare, deve nuovamente fare le valigie, salutando per sempre l'Italia, la patria dei suoi sogni da giovane talento.

"Non mi avete capito, - dichiara ai giornalisti -   chi mi compra, deve costruire una squadra su di me. Non sono io a dovermi adattare. Vado via con amarezza, mi aspettavo di più".

C'è un timido interesse della Juventus, che con l'avvocato Agnelli spende ancora parole lusinghiere nei suoi confronti: "Questo è un giocatore che mi piace sempre tanto". Ma non se ne farà nulla. Ancora una volta sarà la Francia ad accogliere Vincenzo, o, meglio, il Principato di Monaco.

"Sarei rimasto volentieri per ricostruire qualcosa e sarei andato senza problemi anche alla Juve, che mi voleva: però i problemi li avrebbe avuti il Toro. Le offerte di altre squadre italiane non mi sono sembrate all'altezza, senza futuro, invece nel Monaco posso vincere qualcosa. Anche in Europa. Avevo paura di chiudere male, tra i fischi, invece lascerò il Torino con una Coppa Italia: mi accontento, anche se da questa seconda esperienza italiana attendevo qualcos'altro. Negli ultimi tempi le notizie di mercato mi hanno deluso, ero scarico, ho chiesto aiuto ai compagni e ne sono uscito". 

I SUCCESSI CON IL MONACO E I 4 MONDIALI

A Montecarlo Scifo trova l'ambiente ideale per confermarsi ad alti livelli e al Monaco vive 4 stagioni da protagonista, vincendo anche la Division 1 nel 1996/97. Nel 1993/94 arriva fino alle semifinali di Champions League, eliminato dal Milan di Capello, mentre nel 1996/97 è semifinalista in Coppa UEFA. 

Con i biancorossi gioca in squadra con Thierry Henry e David Trezeguet, giovani attaccanti in rampa di lancio, che beneficiano dei suoi passaggi millimetrici e spesso geniali. Manca la grande consacrazione, ma continua a giocare ad alti livelli fino al 1997, quando fa ritorno in Belgio, con quell'Anderlecht che lo aveva lanciato ad alti livelli all'inizio della sua carriera. Giusto in tempo per vincere un altro campionato belga nel 1999/00 e dispensare gli ultimi sprazzi di una classe probabilmente mai espressa del tutto. 

Con la Nazionale belga partecipa anche ai Mondiali di USA '94 e Francia '98.  Non sono avventure memorabili per i Diavoli Rossi, ma permettono al centrocampista di portare a 4 il computo complessivo, unico belga fra i 14 calciatori che complessivamente ci sono riusciti. L'esperienza col Belgio finisce con il torneo francese, dopo   84 presenze e 18 goal.

IL DRAMMA SFIORATO E IL RITIRO FORZATO

I problemi fisici iniziano tuttavia a minarne l'integrità e nel 1999 la sua carriera sembra finita:  dopo un banale intervento chirurgico per una lussazione alla spalla, infatti, emergono gravi problemi di respirazione. Viene ricoverato d'urgenza ad Anversa e insorge un'edema polmonare.  Sono ore di paura per il calciatore, Scifo rischia addirittura la vita. gli specialisti escludono categoricamente che possa tornare mai in campo.

Ma Vincenzo ha nelle sue vene sangue siciliano, e quando si mette in testa qualcosa difficilmente non riesce a farla. Così, fra lo stupore generale, vive un'ultima avventura da professionista con la maglia del Charleroi, città vicina alla miniera di Marcinelle in cui nel 1956 persero la vita centinaia di minatori italiani dove ancora oggi vivono tantissimi emigrati. Per i quali, probabilmente, Scifo è sempre stato un simbolo.

Il 5 dicembre del 2000 decide tuttavia di convocare i giornalisti.

"Vi annuncio il mio ritiro dal calcio giocato. - spiega - Soffro di artrosi all'anca sinistra, riesco a giocare soltanto grazie alle infiltrazioni ma i medici mi hanno consigliato di smettere. Rischio troppo, non ne vale la pena. Peccato,  senza questi acciacchi ce l'avrei fatta a disputare il mio quinto Mondiale in Giappone. Sarebbe stato un risultato strabiliante, la degna conclusione di una carriera meravigliosa". 

Finiva così, all'improvviso, a 34 anni, una carriera importante, che lo ha visto perennemente a metà fra il fuoriclasse e l'incompiuto. Dopo il ritiro anche alcune esperienze da allenatore senza acuti, sulle panchine di Charleroi, Tubize, Mouscron, Mons e Belgio Under 21. Prima della recente nomina a tecnico del Royal Excel Mouscron.

"Dite che sono sempre stato a un passo dai traguardi e non li ho mai raggiunti? Un calciatore incompleto? Trovatemi altri che possono vantare i miei stessi record. - controbatte Vincenzo - Ci sono, certo, ma mica sono tanti. Io sono contento così". 

La mancata affermazione con l'Inter resta probabilmente il suo rimpianto più grande.

"Non ce l’ho con l’Inter. - assicura - Il fallimento a Milano è stata colpa mia, non mi sono piaciuto. Ce l’ho di più con me stesso".

La verità di chi nella sua carriera e nella vita ci ha messo sempre la faccia, cadendo ma anche sapendosi rialzare.