30 maggio 1920-30 maggio 2020. E' un secolo e sembra ieri. Sono cento anni e c'è chi è riuscito a viverli. Magari non lucidamente nei primi anni di vita, magari non nei dettagli negli ultimi arzilli e speriamo ancora lunghi anni di vita. Ma sono stati al loro interno, uomini e donne nell'Isola dei Misteri. In Sardegna i tifosi centenari hanno vissuto tutta l'era del Cagliari. Onore, da entrambe le parti. Dai primi giocatori degli anni '20 agli eroi attuali, sotto i colori rossoblù. Se li ricordano tutti? Questo sì, impossibile. Anche per un giovane.
Perchè come tutte le squadre che hanno fatto la storia della Serie A e del calcio italiano, il Cagliari ha avuto centinaia di calciatori a suo servizio. Ha avuto Campioni del Mondo, divenuti tali durante gli anni rossoblù e sbarcati in Sardegna dopo aver ottenuto la medaglia più importante di tutti. Ha avuto fuoriclasse che ispirano da decenni i giovani virgulti del Sudamerica. Ha avuto esperti militanti internazionali finiti sull'isola a sorpresa tra delusione e rimpianto. Da entrambe le parti, ancora una volta.
Quanto è bello quel gioco? Non il calcio, quello è implicito, ma quello al suo interno. Quello che ricorda i giocatori del passato, ormai strettamente slegati da quello specifico team, ormai inseriti in altri contesti, siano essi vincenti e gloriosi o spenti e pieni di rammarico. A Cagliari sono passati Principi e Re, bianchi e neri, chi ha messo pepe e attirato il gentil sesso. Dimenticati, all'ombra del 'ma dai', del 'ah sì, vero', e del 'ma veramente'?
Quel gioco può allungarsi e restringersi, attirando a sè grandi campioni che per caso o per gavetta sono passati a Cagliari. Associati ad altre storie, a leggende e trofei, ma lontani nell'immaginario collettivo dal colore rosso, dall'ombra blu e dallo stemma dei quattro mori che tutto avvolge. Esempio classico, Enzo Francescoli.
Un tifoso del Cagliari di lunga data o quello, allo stesso tempo giovane, che studia per esserlo, indottrinato da parenti decisi ad allontanarlo dalle grandi del nord (o del centro) non può non collegare Francescoli a Cagliari. Prima di Zola, prima di Suazo, prima di Conti e della generazione anni 2000 di idoli-bandiere-miti, c'è lui. Sotto Riva, capitolo a sè, Dio divenuto sardo, sardo divenuto Dio. Cambiando gli addendi stesso risultato. Ma altra storia. A botte con Ghiggia, Suarez, Cavani e Forlan, per essere l'uruguayano numero uno di tutti i tempi. Francescoli, però, è tornato alla ribalta ed uscito dall'ombra in cui le nuove generazioni lo hanno confinato quando Milito è venuto alla luce. Nuovo Principe. Principe, semplicemente, perchè somigliante ad Enzo, col cognome iniziante con F. Legato a lui, ma eroe di Cagliari, eroe di Zizou (secondo voi perché Enzo Zidane è Enzo Zidane?).

Italiano medio fa rima con Milito e Francescoli legati a doppio filo, non Francescoli e Cagliari legati a doppio filo. E invece uno dei tre più forti sudamericani di fine anni '90 approda in Sardegna, in una Serie A in cui ogni sogno era possibile. Capostipite dell'immensa colonia uruguagia sotto il Bastione casteddaio. Quindi sì, entra nel gioco perfettamente. Francescoli ha giocato a Cagliari, lo ricordavate? Forse l'avete rimosso, nei pensieri. Sommersi dall'unico collegamento tra il Principe e Milito e non la terra rossoblù.
Sono cassetti del cervello, che si aprono, come quello legato a Max Allegri. Questa è più facile, non scherziamo. Ha allenato Matri e il compianto Astori, capitan Conti, il vice Agostini. Ha lanciato la sua carriera in Sardegna, resistendo alla bocca famelica del mangia-allenatori Cellino, senza scappare, restando legato al Poetto e ai tramonti, al futuro da leggenda degli allenatori. E il passato? In maglia Cagliari, più di quanto pensiate.Perché Allegri a Cagliari è stato più di una comparsa. Arriva in città nel 1993 per giocare la Coppa UEFA, mica il torneo parrochiale. Si spinge sino alla semifinale, eliminato dall'Inter, dopo guarda caso aver fatto fuori la sua futura Madama Juventus. Segna un goal, fa innamorare i tifosi in tre stagioni. Poi, il ritorno da allenatore: ah, ma era lo stesso che ha giocato con noi a inizio anni '90. Affermativo. Sì, centrocampista al Sant'Elia.
Divideva lo spogliatoio con Valerio, il caro Max. Sembra il titolo di una canzone, passiamoci sopra. Fiori Allegri. Il primo, portiere che ogni tifoso del Milan anni 2000 conosce. Due presenze in nove anni rossoneri, due Champions League. Alziamo le mani e porgiamo il nostro saluto. Prima di San Siro, però, Cagliari. Titolare di quella UEFA, compagno del magro livornese, parte iniziale della colonna vertebrale che sfiorò l'impresa europea. Valerio Fiori è stato titolare alla Lazio per anni, riserva capace di vincere tutto con il Milan senza giocare. Si stava semplicemente godendo anni di duro lavoro, non sempre tra le rose e i fiori lanciati da Sconvolts e Furiosi a Cagliari. I soprannomi affibiati (qualcuno ha detto 'Saponetta') non erano proprio un inno alla gioia, ma è stato rivalutato, eccome. Sì, tre stagioni in Sardegna.
WikipediaSe non amate gli anni '90, iniziate qui. Avvertiti e rimborsati. Siamo all'inizio del millennio e in quello appena passato Marco Negri ha fatto sfracelli con Perugia e Rangers. Quasi quasi segna più di quanto giochi, qualcosa che solo Cristiano Ronaldo e Messi riusciranno realmente a fare un decennio dopo. E' una furia da quando ha 24 anni, ha una doppia vita umbra-britannica in cui mette a ferro e fuoco i campionati. Poi cala, sensibilmente, in maniera netta ed irriversibile. Polmonite, ernia, schiena dolorante. Approda a Cagliari nel 2002 dopo tre stagioni di nulla: due goal in quattro partite. Che media! Mediamente scordato tra gli anni più difficili dell'era Cellino.
Per gli altri, il viaggio continua. Con l'idolo di Reggio Calabria e Torino, ultimo acquisto del Manchester City thailandese. Rolando Bianchi, che i tifosi del Cagliari non vogliono ricordare in rossoblù, vista quell'esultanza furiosa davanti ai volti rossoblù dopo l'addio. Una croce sopra, per i fans isolani. Troppo forte il dolore, tu quoque Rolly. Una stagione e mezzo, quattro goal e gare un po' qui e un po' là. Sgomitando con Zola, Esposito, Langella e Suazo. Riuscendo a farla franca, scappando nei sondaggi e nelle scelte tecniche. Non male, ma troppo nascosto tra campioni e fuochi di paglia tanto da non essere mai associato al Cagliari.
Ora il livello sale, la difficoltà cresce. Serve sincerità nell'ammettere che nessuno si ricorda di Simone Pepe al Cagliari. Capelli alla moda, barba, tatuaggi, assist, corsa, Scudetti. Nel numero di quattro. SP fa rima con Juventus, niente prendere o lasciare. E' la verità. Ma anche lui è passato ad osservare il mare cristallino e le speranze luminose. Era il 2006, la Serie A, il post calciopoli. Era un Pepe sbarbato, con i capelli arruffati, nessun disegno sulla pelle. Assist, corsa, sempre uguali. Nessuno Scudetto, ovviamente. Per quelli telefonare al 1970, nel numero di uno, irripetibile e indimenticato collegamento tra l'isola e l'Italia, il Continente.
Non solo un continente, ma tutti. Simone Barone è riuscito ad averli in toto grazie alla vittoria del Mondiale 2006. Non è tra i maggiori interpreti della spedizione tedesca, ma ha giocato, ha sollevato il trofeo, si è portato via la medaglia meritatamente. E nel suo girovagare è arrivato pure a Cagliari anni dopo: sedici presenze appena un triennio dopo il po-po-po che quasi nessuno ricorda. Perchè chi tira il carro da dietro, senza uscire allo scoperto e in prima fila, non passa alla storia nel cuore di tutti. Ma carta canta, e non dimentica.
A volte sembrano dimenticarlo i tifosi dell'Inter, quel goal intriso di garra charrua che ha generato il passaggio in Champions League. Matias Vecino dovrebbe fare goal decisivi per rimanere stabilmente nelle preghiere, in mezzo a polemiche e richieste di andare oltre il suo nome. Un giocatore da metà classifica, se non da bassa. Nulla più. Da Cagliari. Perfetto per Cagliari, ennesimo uruagio per cui i residenti e i congiunti della regione Sardegna darebbero un braccio. Rivederlo in città? Magari. Nove presenze e due goal nel 2014 sono bastati: se hai quella Nazionalità e quella grinta, nessuno ti dimenticherà. Altrove, forse sì.
Sembravano aver dimenticato i trascorsi, gli ultimi due della nostra lista. Per alcuni il gioco sarà stato semplice e infantile, altri tra sè e sè si sono dovuti rendere conto che no, non ricordavano, o forse non hanno mai saputo che Vecino, Pepe e Barone hanno giocato a Cagliari. Hanno appena riacceso quella lampadina che collega anche Bruno Alves e Van der Wiel all'unica squadra della Sardegna capace di andare oltre la Serie C.
Bruno Alves si è rifatto una vita a Parma dopo aver lasciato in fretta e furia Cagliari per la Scozia. E' tornato in Serie A senza rilasciare parole dolci o parole dure nei confronti della sua prima esperienza italiana (sarda). Possente, ma troppo spesso dedito ad avanzare più che a difendere. Una stagione da titolare, un goal, ma quell'aura di chi non è mai stato veramente parte di qualcosa.
Se Van der Wiel è stato parte di qualcosa, beh quella è la delusione. Giulini ci credeva, i tifosi del Cagliari si domandavano come fosse possibile che uno abituato a grandi titoli di giornale potesse lottare per la salvezza. Lottare? Parolone, viste le cinque presenze e l'addio a Toronto, tra i raptors. In città non ha mai mostrato gli uncini da dinosauro più rapido di una fuoriserie. Ha dimenticato, si sono dimenticati di lui.

