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Juventus fans Turin Champions League finalGetty

Cinque anni fa il caos di Piazza San Carlo: una festa diventata tragedia

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Il 3 giugno 2017, in piazza San Carlo a Torino doveva esserci una grande festa popolare. Certo, una festa che avrebbe dovuto contemplare la vittoria della Juventus nella finale di Champions League contro il Real Madrid , ma in ogni caso una serata da ricordare e da condividere con amici e perfetti sconosciuti, insieme nello stesso posto e unita dalla stessa passione, come tante altre volte.

Invece in piazza San Carlo la partita finì alle 22.15, poco dopo il terzo goal del Real Madrid, e per moltissimi il goal di Asensio fu avvertito solo dalle finestre e dalle urla di qualcuno che juventino non era, ma non aveva più molta importanza. Ma il fatto che fosse il goal del 4-1 non c’entrava più molto.

Juventus fans Turin Champions League final

Quella sera ero in piazza San Carlo, ero nel settore stampa, proprio sotto il maxischermo, transennato rispetto al resto della piazza. C’era l’intenzione di filmare e raccontare la giornata per GOAL, comunque sarebbe andata a finire. Il settore stampa era un po’ come la “pit area” nei grandi concerti: c’era spazio a sufficienza per sedersi per terra, ci fu spazio e tempo a sufficienza per capire cosa stesse succedendo una volta che le transenne vennero giù, alzarsi e scappare, non si sa bene dove ma scappare.

Fummo fortunati, tutto sommato, nell’arrivare in piazza CLN spaventati ma illesi. Una volta arrivato alla fontana, mi guardai il braccio sinistro: era tutto insanguinato, ma non era il mio sangue. Attorno a me c’era gente scalza, che aveva perso le scarpe nella fuga, amici che si ritrovavano e si abbracciavano forte, il silenzio di chi è appena stato avvolto da una scarica di terrore, interrotto solo dalle voci di chi chiamava un amico, o la fidanzata dispersa. Tutto in una manciata di secondi.

Fummo fortunati tuttavia, perché invece Erika , 38 anni, a casa non ci tornò più. Marisa , 64 anni, portò per un anno e mezzo nel suo corpo le conseguenze irreversibili di quella notte, e Anthony addirittura per due anni e mezzo prima di arrendersi.

Altre 1500 persone risultarono ferite, qualunque cosa ciò volesse dire, molte altre uscirono illese nel corpo ma non nella mente, portandosi appresso per molto tempo quella paura ogni qualvolta ci si trova con la folla alle spalle, allo stadio, in un concerto o semplicemente in una via molto affollata, e avvertire all’improvviso la sensazione di un’improvvisa marea montante. Chi era quella sera in piazza San Carlo capirà benissimo di cosa parlo.

Poi sono stati trovati i responsabili, ma non si può e non si devono ignorare, quando si parla di queste tragedie, anche le colpe e le responsabilità di chi organizzava. Controlli di sicurezza che tanto di sicurezza poi non erano, se è vero che entrarono centinaia di bottiglie di vetro, che nella calca diventarono cocci, ferite, sangue.

Juventus fans Turin Champions League finalGetty

Quella sera il pensiero di chi c’era andò ad altre esperienze del passato, magari a quel concerto, a quella partita, a quella sagra in cui si ebbe l’impressione che non tutto fosse a regola d’arte però via, “ci andò bene” . E invece no, quella sera non andò bene per niente.

Il giorno dopo, a emozione ancora calda, scrissi: “È brutto da dire, bruttissimo, perché sono momenti fondanti, di unione, per molte persone dei veri riti di passaggio: ma i grandi eventi gratuiti di piazza, così come sono concepiti adesso, non sono più proponibili” . Lo pensavo allora e lo penso ancora, anche se rileggere ora queste frasi, con il Covid che ha eliminato alla radice il problema, suona beffardamente ironico.

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