Il primo grande trofeo, si sa, ha un sapore del tutto speciale: quella notte di Manchester Andriy Shevchenko non la scorderà più, come i tifosi rossoneri meno giovani che hanno ancora neglio occhi la Champions League conquistata ai rigori contro la Juventus. Eppure molti non ricordano che la stagione 2002/03 fu proprio la più complicata dal punto di vista realizzativo negli anni d'oro del fuoriclasse ucraino.
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Non stiamo parlando delle ultime presenze in maglia rossonera, quando l'ex Pallone d'Oro tentò un improbabile ritorno al Milan senza troppa fortuna, ma degli anni in cui il talento di Dvirkivschyna dominava le partite distruggendo le difese avversarie.
Nei primi anni del nuovo millennio Sheva è infatti nel pieno della sua freschezza atletica e della sua maturità calcistica, diventato ormai una colonna indispensabile del Diavolo e idolo assoluto della tifoseria. Dopo aver centrato al primo anno in Italia il titolo di capocannoniere (primo straniero a riuscirci dopo Platini), qualcosa si inceppa subito dopo l'arrivo di Carlo Ancelotti in panchina.
Il periodo di 'appannamento' inizia nella parte finale della stagione 2001/2002 con un solo goal messo a segno nelle ultime tredici giornate, proprio nel turno che chiude l'anno contro il Lecce. E' il preludio di un momento difficile che impedirà al fenomeno ucraino di andare in goal con la solita regolarità.
L'anno successivo si chiuderà con soli 5 goal in campionato, uno in Coppa Italia e 4 in Champions League. Pochi ma pesanti: uno di questi nella celebre semifinale europea giocata contro l'Inter in quell'1-1 che garantirà poi l'accesso alla finalissima dell'Old Trafford, dove Sheva sarà ancora assoluto protagonista.

Proprio qui, nel 'teatro dei sogni', il numero 7 rossonero mette a segno il goal più importante della sua carriera: quel calcio di rigore decisivo diventato poi marchio indelebile di una delle più grandi conquiste sportive nella storia del Diavolo.
Lo sguardo glaciale sul dischetto, prima rivolto all'arbitro e poi a Buffon: un primo piano marchiato a fuoco nei ricordi di tutto il popolo rossonero. Pochi attimi prima della gloria: il grido di liberazione di un ragazzo arrivato da lontano, che nel suo momento più delicato raggiunge il punto più alto di una carriera memorabile.
Il Re dell'Est diventa 'Re d'Europa'nel suo anno peggiore, svoltando per sempre un'intera carriera, proprio quando tutto sembrava in salita: da quel momento in poi Sheva tornerà l'incredibile macchina da goal apprezzata nei primi anni rossoneri.
Getty ImagesNella stagione successiva il Milan vincerà lo Scudetto grazie alle 24 reti del suo bomber, che conquisterà ancora una volta il titolo di capocannoniere e salirà poi nell'olimpo dei più grandi vincendo il Pallone d'Oro al termine dell'anno solare.
La scintilla di un campione che torna ad essere decisivo nel momento più importante, regalando la più dolce delle gioie ai suoi tifosi: proprio contro le due principali rivali, Inter e Juventus, nel palcoscenico più prestigioso.
Era il Milan di un giovane Pirlo, del senatore Seedorf e della grinta di Gattuso, dell'insuperabile coppia Nesta-Maldini e della tecnica di Rui Costa, ma anche di Pippo Inzaghi e di Rivaldo.
Tanti probabilmente avrebbero allentato la presa, delusi da una stagione al di sotto delle aspettative e schiacciati da una forte concorrenza: non Sheva, uomo di ghiaccio forgiato dalla ferrea disciplina del Colonnello Lobanovski. Nello sguardo di Manchester c'è tutto questo: la lucidità di un campione capace di reagire e colpire nel momento giusto.


