Ognuno sceglie il proprio percorso, spinto dai propri ideali e desideri, dalla vita che scorre, da ciò che accade all'improvviso sì, ma da ciò che anche si costruisce nel tempo. Per un calciatore, c'è un grigio di mezzo, ma due colori opposti più marcati. Quello nero, del divenire bandiera e restare in una sola città, in una sola squadra, per tutto l'arco della propria carriera, o quasi, e quello bianco, della voglia di cambiare continuamente, alla ricerca di qualcosa di nuovo, di esperienze. O semplicemente per restare a galla, firmando per chi apprezza doti e piede.
Stefano Beltrame fa parte della seconda, uno dei virgulti della rinata Juventus del secondo decennio appartenente al nuovo millennio. Una presenza con i bianconeri non era sinonimo di carriera al top, vista la larga rappresentanza di campioni in squadra, spazzata via Calciopoli no, diciamo dimenticata grazie ai successi.
Aveva vent'anni allora, scelto da Conte per giocare contro il Genoa, una settimana dopo quella partita con l'Udinese vinta per 3-0 in cui sperava di poter entrare, prima di rimanere in panchina deluso. Ed avere nuovamente il sorriso qualche giorno dopo, al posto di Marchisio. A tutti gli effetti Campione d'Italia, ma nel calderone dei giovani prestiti dalla Juventus a tutta Italia, o tutta Europa.
Trequartista nella Juventus di Conte? No grazie. Interni top, Pirlo, Pogba, Vidal, Marchisio e nada mas. Due attaccanti a regnare, esterni alti. Per Beltrame non c'è posto, e la massima serie, toccata con tanto di medaglia d'oro al collo e nome nella lista degli scudettati italiani di tutti i tempi, rimarrà un ricordo per tanto, tantissimo tempo. Perchè la gavetta lo inghiotte e l'essere ex amante di Madama non basta.
Finisce al Bari , dove giochicchia, senza segnare, fa lo stesso con Modena e Pro Vercelli . Comincia a farsi un nome in Serie B, ma è un mix di ruoli che non riesce ad impressionare imprescindibilmente i suoi allenatori. Non è che non si impegni, anzi.
GettyHa voglia, gioca ovunque, si sbatte come seconda punta e trequartista. Ma finisce in un momento storico che non è il top, e alla Juventus, niente da fare. Non può essere richiamato in una squadra ormai al top anche in Europa e con gerarchie ben definite, senza giovani provenienti dalle giovanili, sparsi per massima serie, cadetteria e campionati esteri, dal più importante al più improbabile.
E' sempre della Juventus e il suo nome è quello, come tanti altri pari età, con l'asterisco della proprietà bianconera, ma continuamente a titolo temporaneo ovunque. Al Pordenone in Serie C, ad esempio (allora Lega Pro), scendendo di categoria per dimostrare di essere più forte di una terza serie. Che non toccherà più (o quasi) dopo quei sei mesi, proficui, quelli a convincere anche l'estero ad osservarlo.
A 23 anni in Olanda non si è certo vecchi, nè avanti con l'età, nè anziani del pallone. Avanti rispetto ad altri, ma solo in parte. Al Den Bosch, seconda serie olandese, comincia veramente a dire la sua.
Sì, è la seconda serie, sì è 's-Hertogenbosch, Olanda, ma Beltrame ha capito che per arrivare in alto bisogna passare a 360° nel calcio moderno. Dunque A, B, C, estero. E così segna tre goal, e così si migliora l'anno successivo nello stesso campionato, ma affrontando i suoi ex compagni con la maglia del Go Ahead Eagles . Qua segna cinque reti, ed è ormai consapevole di quello che può. E non può: nulla.
Sboccia, finalmente, Beltrame, ancora legato con un filo sottile alla Juventus, ma non così tendente allo spezzarsi. Torna al Den Bosch e boom, esplosione nucleare: 14 goal da titolare, più delle sei stagioni precedenti da professionista. Sommate, da subentrante e vorrei ma non posso. E il filo torna ad essere pressante, pesante, di nuovo da Madama. Ma non fisso, in prima squadra, bensì nell'Under 23, in C. Sì ok i bianconeri, ma è un passo indietro. E lui, di camminare così, senza correre, non ha propria intenzione.
Resiste sei mesi, poi abbandona malinconia e scappa a titolo definitivo a est, dopo il nord. Stavolta, Bulgaria, Sofia, CSKA . Ah l'aria dell'Europa, ah quanto gli piace. Ah, è il 2020. Ok, coronavirus, ci siamo? Si c'è, perchè arriva, gioca qualche gara, comincia a far brillare gli occhi dei tifosi, poi lockdown, quarantena, tamponi. Sapete, tutta la trafila. Cambia il mondo, cambia il calcio, non cambia lui, oramai deciso a vivere una vita da calciatore al top, magari non Italia, ma tra i prescelti capaci di giocare in campo internazionale, in Europa League.
A 27 anni, piuttosto tardi (ma che importa), può finalmente giocare con il sogno di andare il più lontano possibile in una competizione continentale. Nei gironi di Europa League dopo i preliminari, nel girone della Roma. Una big italiana di fronte, dopo aver indossato la maglia della Juventus di Conte e quella in cui milita Cristiano Ronaldo, per alcune settimane, in allenamento.
Non tutti però possono diventare bandiere, anche volendolo. Vengono spinti altrove, diventando grandi, persi nel tempo che fa crescere a volte prima, a volte più tardi. Ma quando arriva il successo, anche quello che da piccolo non ti aspettavi (nella città di 's-Hertogenbosch o Sofia, non scherziamo dai), allora c'è da goderselo, in ogni istante. Consapevole che si può ancora migliorare, ricordando con un sorriso tra i denti il passato, ma appunto, passato.




