C'è a chi piace, e chi non riuscerebbe mai a reggerlo. Parte sinistra, lo considera necessario, essenziale per poter arrivare al top nella consapevolezza di cosa si è riusciti ad ottenere. Parte destra, non è poi così importante. La gavetta, la nascita di qualcosa di grande dal basso. Idee diverse, questione abbastanza soggettiva senza una verità assoluta. C'è chi ha vinto nel calcio entrando subito tra i grandi e chi ha dovuto attendere tre, cinque, se nondieci anni prima di sfondare. Ritrovandosi tutti insieme all'improvviso, quasi per caso, e fare la storia. Citofonare da Momo Salah, Sadio Manè e Roberto Firmino.
Una storia cinematografica la loro, perchè tutti gli episodi della vita e i pezzi che si incastrano perfettamente non hanno bisogno di essere riscritti in maniera massiccia. Qualche accorgimento qua e là per renderli appetibili al grande pubblico, ai fini della storia. Ma non pensiate sia una sceneggiatura completamente non originale, diciamo una via di mezzo. Come pensare altrimenti se tutti e tre hanno avuto bisogno di sei anni di gavetta prima di approdare in una big del calcio inglese?
Salah è arrivato leggermente prima, poi è arrivato il momento di Firmino e dunque di Manè. Il primo a Londra, maglia Chelsea, gli altri due al Liverpool. La squadra che non gli permetterà di camminare mai soli per il resto della loro vista. In qualunque parte del mondo andranno, oltre all'essere campioni a livello assoluto, saranno nascosti tra valli, deserti e oceani tifosi dei Reds con le mani congiunte chiedendo di accettare la loro adorazione incondizionata.
Non sono arrivati tutti insieme a Liverpool, non si conoscevano, figli paesi diversi. Di anni diversi, di gavette diverse. Ma ciò che li accomuna è quel particolare biennio di rapidità, in campo, e desiderio di andare oltre. Prima del Liverpool, prima dei big match e dei trofei.
Se si vuole scegliere una stagione veramente particolare non si può non considerare il 2012/2013, così come l'anno successivo. Cambiando l'ordine il risultato non cambia, delineando in ogni caso la stessa situazione di chi suda per arrivare in alto. Ok, nessuna miniera, nessuna fabbrica. Ma in quel particolare contesto, come una situazione lontana dal grandissimo calcio tripla A.
Nell'estate 2012 Salah lascia l'Egitto e vola in Europa, per giocare con il Basilea. Nelle stesse settimane Manè viene ceduto in Austria, al Salisburgo. Firmino invece è già idolo all'Hoffenheim. Se un tifoso del Liverpool dovesse inventare la macchina del tempo o venire in contatto con una DeLorean, potrebbe tornare indietro e cercare di convincere ognuno dei tre che sei anni dopo sarebbero stati nella città marittima inglese tra migliaia di tifosi festanti, in un traffico paralizzato solamente dedito a festeggiare la vittoria della Champions League.
GettyNell'eterna ricerca dell'internet e dei media al nuovo qualcuno (inserire nome calciatore), Salah era considerato il Messi egiziano. Che a sua volta era il nuovo Maradona. Che a sua volta, all'infinito fino ai primi calci ad un pallone nel 19esimo secolo.
Un conto è segnare con il Al-Mokawloon, un conto è farlo in Europa. Ma quell'accelerata, seppur diversa da quella della Pulce, non poteva non portare ad immaginare destini diversi. Perchè serio, senza grilli per la testa, dritto senza freni all'obiettivo del goal.
Arriva a Basilea ed entra stabilmente nel tabellino con reti e assist, non solo nell'anonimo campionato svizzero. Lo fa anche in Champions, Salah, tanto da meritarsi la chiamata del Chelsea divenuta nuova big, figlia del pallone milionario capace di creare la vita calcistica dal nulla.
Si parlava di velocità e nei pezzi adibiti al glorioso racconto dei nuovi Mercurio ci finiva anche la nuova speranza senegalese, da Sédhiou. Infanzia povera, trasferimento in Francia, al Metz. Un passaggio prima della Premier League, quel Salisburgo che capisce spesso prima di altri chi può diventare grande. Grandissimo. 45 goal per Manè saranno il passaporto per entrare in Premier League, al Southampton.
Come Manè, anche Salah ha dovuto aspettare non solo per entrare in una big mondiale, ma anche per farla sua a livello totale. L'egiziano ha sperimentato Londra, Firenze e Roma per divenire un tutt'uno con l'idea di big da Pallone d'Oro, l'amico senegalese, sorridente ma riservato, è passato per la Ligue 2, la terza serie francese, il campionato austriaco, il Southampton delle plusvalenze, un primo biennio di Liverpool da grande, ma non da leggenda. Per poi diventarlo quando anche l'ultimo pianeta si è allineato.
Pianeta di nome Roberto. Roberto Firmino. Il meno talentuoso dei tre, spiace ma è così. Ma il marito perfetto per quella coppia ai suoi lati, un triangolo amoroso nascosto da un trio calcistico. Uno era Salisburgo, danke. Uno a Basilea, danke. L'altro ad Hoffenheim, terzo danke.
Sì, tutti e tre in quel 2012 parlavano tedesco, mischiato all'inglese, al francese, al portoghese, all'arabo. Perchè quando il tuo lavoro fa rima con gavetta conosci persone, lingue, condividi esperienze. E maturi prima di chi è fermo sulle sue posizioni, in un mondo sempre uguale e mai fluttuante verso l'esterno.
I sedici goal di Firmino con l'Hoffenheim, unica sua doppia cifra tra Germania e Brasile prima di Liverpool, attirano i Reds, che concludono il loro inseguimento solamente un anno dopo. Perchè il momento doveva essere prima, e non dopo. E i tre cominciano a parlare nell'estate 2017, hanno sentito parlare di quella stagione così strana, così pregna di destino. Scambiano due parole in tedesco, scambiano 69 goal in tre un anno dopo.
Cosa porta una storia ad essere romantica ed interessante? Il destino, nascita e sviluppo. Primo atto: Egitto, Brasile, Senegal. Secondo atto: Basilea, Hoffenheim, Salisburgo. Terzo atto, Liverpool. Qualcuno ha già acquistato i diritti per un film?


