Una storia può avere diverse versioni. Può contenere dettagli importanti solamente a seconda di chi la racconta, oppure essere anche quasi noiosa. Quasi, perchè comunque sia raccontata, anche anni e anni dopo quanto accaduto, questa non può essere scontata. Non può non generare quell'espressione, avete presente? Quell'emoji che ripercorre l'urlo di Munch. Come dire, ma davvero? Il sogno dell' Italia 2006 poteva interrompersi per una partita a ping pong . In parte sì, forse, se, ma. Parti di cui son piene le voi sapete cosa.
E' l'estate 2006, è l'estate nera di Calciopoli, del caso Pessotto, di un calcio che va oltre il campo da gioco. Quello verde si tingerà di azzurro settimane dopo, ma quel gruppo non è sicuro di poter veramente lottare per il titolo mondiale. Ci spera, certo, come tutte. Ma da qui a vedere il trofeo sollevato in quel di Berlino ci passano oceani e mari. Accadrà, po, po. Banale ricordarlo.
Non è banale invece quello che successe a fine giugno, con l'Italia impegnata nei quarti di finale contro l' Ucraina. La possibilità di giocarsi la finale o almeno quella terzo o quarto posto è sulla carta più agevole del previsto, vista la sfida al team Shevchenko e non alle altre grosse big, che verranno incontrate più avanti. In mezzo, il ping pong e quella grinta buffoniana di voler vincere sempre e comunque. A qualsiasi gioco.
Una storia raccontata anni dopo il trionfo, perchè allora avrebbe messo nel panico tutti spezzando la delicata fiducia che il gruppo azzurro cercava di ottenere in mezzo al caos dei tribuali calcistici italiani:
"In Germania, durante il ritiro, la sera organizzavamo delle combattutissime sfide a ping-pong. Personalmente non facevo altro, tanto che nel corso delle settimane il mio livello di gioco era schizzato all’insù. Finito l’allenamento toglievo i guanti e prendevo la racchetta in mano. Di certe cose non mi interessa nulla, e allora le faccio senza grande impegno, mentre altre le trasformo in una questione di vita o di morte. Il ping-pong, nel corso del Mondiale, era una di queste. Non ci stavo a perdere, mai, era un’ipotesi che non prendevo neppure in considerazione".
Un passaggio dell'autobiografia di Buffon , che racconta come le sfide a ping pong, a tennis tavolo, erano divenute una vera e propria ossessione. Ha vinto nella vita, ha vinto nello sport. Vuole vincere a tutti i costi in questo nuovo ostacolo che si para davanti a lui. Simone Barone. Forte, veramente forte. Tanto da mettere in dubbio il proseguo del Mondiale e spezzare il filo del rasoio, il filo spinato che Lippi mette attorno al centro sportivo della Nazionale azzurra per tenere fuori i cattivi pensieri.
Getty ImagesBuffon e Barone diventano amici, ma anche grandi nemici a ping pong. Occhi infuocati, mani che si agitano, vetri che si spaccano:
"Una sera, prima dei quarti di finale contro l’Ucraina, è successo l’irreparabile: sono stato stracciato da Barone… Si è sfiorato il dramma. Mi sono incazzato talmente tanto da non riuscire più a controllare le reazioni. Vicino al tavolo c’era una vetrata, una parete divisoria utile anche per non dover raccogliere le palline in giro per tutto il salone: l’ho colpita con un calcio talmente violento da mandarla in frantumi. Il vetro distrutto, il mio piede in mezzo. Alcuni pezzi si sono conficcati nella scarpa, tanto che per lunghi secondi non ho avuto il coraggio di abbassare lo sguardo.
Ero assalito dal timore di essermi rotto qualche osso o di avere dei tagli talmente profondi da non poter più scendere in campo. Che qualcosa potesse essere andato storto l’ho capito dal silenzio che mi ha circondato, e dal fatto che tutti fissavano il mio piede. Istintivamente l’ho mosso: funzionava ancora, un po’ dolorante, ma funzionava.
L’importante era quello. Perché teoricamente il mio Mondiale si sarebbe potuto fermare lì. Sulla Statale fra Duisburg e Düsseldorf, su un’anonima strada tedesca. Per fortuna non mi sono fatto niente. Lippi però era furente, ha cominciato ad insultarmi, mi avrebbe ammazzato. Il primo a parlare, dopo aver capito che avrei continuato a difendere la porta dell’Italia, è stato proprio Cannavaro: Gigi, non vuoi tornare a casa, vero?".
No, Gigi non vuole tornare a casa e passata la paura, difenderà la porta dell'Italia con parate fenomenali, vincendo il Mondiale e finendo secondo nel Pallone d'Oro, avvicinandosi tanto così a Yascin, senza però raggiungerlo. Ma questa è un'altra storia.
Una storia che ha raccontato anche Barone, delle risate sbocciate spontanee una volta capito che no, Buffon non sarebbe dovuto rimanere fuori per le successive gare. Peruzzi, grandissimo portiere, Amelia, ottimo rincalzo, ma Gigi è il tutto:
"Tutte le sere giocavamo a ping pong, ore ed ore, gare davvero sentite. Uno degli ultimi giorni stavamo giocando dopo cena, forse la 15ª o 20ª partita, mancava un punto e Lippi ci osservava. Io ero in vantaggio, ho preso lo spigolo e ho vinto. Buffon per la rabbia ha dato un calcio alla vetrata, mandandola letteralmente in frantumi: Lippi ha lanciato il sigaro e io sono scappato in camera. Poco dopo Gigi mi ha raggiunto, siamo scoppiati a ridere e dopo 10 minuti eravamo di nuovo giù a giocare: questo per farti capire quanto eravamo legati".
C'è a chi piace la parola destino, e chi pensa che siano semplicemente gli uomini a essere artefici di ciò che accadrà. Magari sfiorando la tragedia, calcistica, e tirando un sospiro di sollievo. Perchè i pianeti erano allineanti, in Germania. Anche gli errori degli uomini (azzurri), non portarono all'estinzione del sogno, dello gloria. Po-po-po-po.
