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Quando Marco Delvecchio chiuse la carriera in Eccellenza: la parentesi al Pescatori Ostia

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Serve una grande volontà per continuare quel tuo vecchio lavoro, da professionista e idolo, tra i dilettanti. Un richiamo primordiale, oltre la sfera della noia, per combattere contro i dubbi sul futuro. Meglio continuare a divertirsi sui campi da calcio, fangosi, bagnati e pregni di terra su braccia e gambe, rispetto a sedersi dietro una scrivania, lasciarsi andare a routine e monotonia. Dopo una vita passata quasi unicamente in Serie A, con quell'unica 'macchia', o gavetta a seconda della persona che analizza quel momento (arrivato per forza di cose e non negoziabile), chiamata Serie B (con la maglia del Venezia), un anno di assestamento per riordinare le idee, danzanti in testa, e dunque la scelta di scendere fino a quella serie mai vissuta prima. Nè C, nè D. Eccellenza, con il Pescatori Ostia, l'ultimo passo di Marco Delvecchio.

Per chi ha vissuto il calcio degli anni '90, ma anche quello dei primi anni 2000, compreso l'Europeo der cucchiaio (je faccio), Delvecchio è un volto noto, arci-noto. Presumibilmente per il suo passato alla Roma, proprio con l'amico Totti, con Montella e Candela, Aldair e Tommasi. Sì, lui. Un decennio nella capitale monopolizza l'attenzione, ma l'Uomo del Derby è stato tanto altro, cresciuto nelle giovanili dell'Inter e sgambettante in nerazzurro nelle sue prime fasi della carriera prima di esplodere con la Lupa capitolina.

A margine di Inter, ma sopratutto Roma e le esperienze al limite con il già citato Venezia, in B, e Udinese-Brescia-Parma-Ascolli in Serie A, Delvecchio ha provato anche le botte da orbi tra i dilettanti. Quell'essere il giocatore di gran lunga più noto in campo, dieci uomini più Delvecchio, anzi Marco, perchè in Eccellenza ci si prende confidenza e amicizia, condite dall'immancabile rispetto.

Delvecchio ha vissuto la sua crescita calcistica e umana nel Lazio, a Roma, in giallorosso capitale, è diventato uno dei milioni di milanesi solo andata verso la Città Eterna. Ha amato il centro e dintorni, i suoi monumenti e i suoi lidi, fino a spingersi alla spiaggia più vicina, a Ostia, alla possibilità di continuare a tirare calci al pallone dopo aver smesso di farlo. Una stretta di mano, un grazie ricambiato, niente milioni e business, solo sport e contrasti, attacchi e difese. Sarà un trionfo. In parte.

Il signor Marco chiude la carriera ad Ascoli a 34 anni, dopo aver provato le ultime esperienza al centro dell'Italia. Durante l'era romana, invece, Delvecchio ha vissuto a Casal Palocco, più tendente ad Ostia che al centro. Chiusa la carriera e la fama da Delvecchio, derivante dall'essere stato grande uomo Derby ed amatissimo bomber giallorosso, si ritira per un anno in paese, prima di accettare quella chiamata dalla vicina Ostia, quasi lo evocasse il pallone per un addio non precoce, ma non ancora necessario.

A fine estate 2008, la Pescatori presenta Delvecchio. Più che un gioiello, una rarità, un caso più unico che raro di elemento X di provenienza massima, intesa come serie italiana di calcio, desideroso di accettare una sfida, nelle serie dilettantistiche. Dimostrando di avere a che fare ancora con lo sport calcio e non con il business pallone.

Delvecchio si confesserà alla 'laromasiamonoi' in quell'agosto, semplice, diretto, genuino:

"Ad essere sincero, non ho nemmeno sfiorato l’aspetto economico. Erano altre le questioni a cui tenevo. Cosa mi ha spinto? La passione per questa professione, per il gioco del calcio, sono state fondamentali. La voglia di andare in campo, di allenarmi, di giocare a calcio, cosa che faccio da sempre".

Da nord a sud, pirata, esploratore ed avventuriero, ha girato da una parte all'altra. Poi anno dopo anno, ruga dopo ruga, il tempo chiede il conto:

"C’è anche il discorso che alla mia età, mi sono un po’ stancato di andare in giro per l’Italia. Sto qui, a due passi da casa, vicino alla famiglia, ai figli. E poi mi diverto e continuo a giocare. Di meglio non c’è. Ovvio, mi piacerebbe tornare a fare almeno un campionato in A.

Se mi dovesse chiamare una squadra, vado. In A, però. O lì o me ne sto alla Pescatori. Questo è il patto che ho stipulato con i miai attuali dirigenti. Come mi hanno cercato? l presidente Giuseppe Ciotoli e il vice Paolo Paone sono miei amici. Con loro mi vedo sempre, scherzando mi hanno chiesto se la cosa mi poteva interessare. Inizialmente ho preso tempo, intanto ho accetto di allenarmi con loro. Per tenermi in forma, non si sa mai. Poi, eccomi qua".

C'è calcio e calcio. Il punto cardine. Per Delvecchio è sport e divertimento, punto:

"Sensazioni sempre positive. Il calcio è bello dappertutto. Sempre e ovunque. Del resto ho cominciato su campi in terra e magari finisco così. Un cerchio che si apre e si chiude. Ovvio, io ho avuto la fortuna di giocare in una squadra come la Roma, con l’Olimpico sempre pieno. Erano altre sensazioni. Pure queste non sono male. Diverse, ma altrettanto belle. Quella della Pescatori è un’operazione d’immagine, anche se penso di dare un buon contributo tecnico. Nei dilettanti ormai ragionano come i professionisti. Allenamenti duri, parte atletica pesante, tecnica. Tre ore dure di lavoro. Come mi succedeva fino a poco tempo fa. Da questo punto di vista, tutto uguale".

Delvecchio viene schierato centravanti, sul vecchio filo rosso del destino da prima punta in cui giocava ai tempi della gloria. Un falso storico vede il ragazzo milanese come assistente del centravanti, solo per la generosità dello stesso, pronto a sacrificarsi sull'esterno e in appoggio al compagno. Nasce e cresce però come terminale offensivo a cui tutti fanno riferimento, senza se e senza ma.

Marco DelvecchioGetty

Inutile dire che nel girone d'Eccellenza di cui fa parte la squadra dei Pescatori Ostia, Delvecchio domina. Non può fare altrimenti, considerando uno stato fisico ancora perfetto e l'aiuto di un altro ex grande campione di Serie A e vecchio compagno della Roma, quel Massimiliano Cappioli che vede la possibilità di militare con lui anche tra i dilettanti, prendendola al volo.

Delvecchio non lascia neanche una palla, serve assist a go-go ma sopratutto segna come avesse cannoni ai piedi e vent'anni sulla carta d'identità. Ha l'entusiasmo di un ragazzino, le gambe di un adolescente e la consapevolezza di chi sul verde terreno ne ha visto tante, troppe. 34 reti in 39 presenze sono un grande traguardo, nè il minimo nè il massimo, semplicemente la cifra di chi ha creduto di poterci arrivare anche dopo un anno di inattività, seppur impegnato in campi dilettantistici e di tecnica inferiore, ma di fisicità e cattiveria (sportiva, si intende) potenziate al massimo.

Poi però, l'essere Delvecchio, forse, e gli ostacoli improvvisi della serie dilettantistica si mostrano, sicuramente, troncano definitivamente l'era calcistica di Marco-goal. Guarda caso proprio il particolare match che l'ha reso più famoso, ovvero il Derby. Stavolta non è più quello dell'Olimpico, ma quello occidentale tra l'Ostiamare e la Pescatori. Finisce 1-0 per i padroni di casa, con l'espulsione del 36enne per doppia ammonizione. La prima per simulazione, la seconda per aver imitato l'arbitro intento a contare i passi per la distanza di una punizione in favore degli avversari. Proteste roboanti per l'espulsione in campo, fuori dal match e carriera finita.

Sì perchè Delvecchio Marco dei Pescatori Ostia prende cinque giornate di qualifica:

"Espulso per doppia ammonizione al 9’ del secondo tempo, a fine gara avvicinava l'Arbitro millantando amicizie influenti in Federazione Calcio, lo minacciava e contestualmente gli rivolgeva espressione offensiva indirizzata anche ad un Assistente Arbitrale. Allontanato dai propri dirigenti, successivamente davanti lo spogliatoio arbitrale continuava nella protesta. Sanzione così determinata ai sensi dell'art. 21 comma 1 del C.G.S.".

Nel 2009, in protesta contro le direzioni arbitrali, Delvecchio lascia i Pescatori Ostia. Si diletta a palleggiare e ad osservare come il pallone magicamente calciato finisca in rete, ma senza avere curiosi o milioni di persone ad osservare attentamente le sue mosse. Lo fa negli allenamenti dei Pulcini, in cui si diletta per non staccarsi dall'amata sfera. Ma niente più professionismo, niente più dilettantisimo, solo due scarpette impolverate posizionate nello stanzino, quello dell'angolo nascosto nella sua dimora.

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