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Gli inizi di Dybala: quando all'Instituto guadagnava 900 euro all'anno

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Tanti soprannomi, sono solo uno rimasto nel corso del tempo. Un nome semplice, diretto, che fa scattare quella lampadina: era così facile, perchè non ci ho pensato prima. A posteriori, sono bravi tutti. Eppure quel nomignolo, la Joya, è perfetto. Classe, qualità, gioia per gli occhi, diamante. Paulo Dybala.

Tra i migliori calciatori di Serie A, gioiello della Roma, Joya di Mourinho e prima ancora di Allegri e di Sarri, Dybala è solo l'ennesimo grande giocatore proveniente dall'Argentina. L'ennesimo attaccante, mentre difesa e centrocampo faticano come non mai. Non può prendersi sulle spalle anche questo, lui pensa già a fare del suo meglio lì davanti.

Dybala è sempre stato Joya, ma non è sempre stato Dybala. E' stato Paulo, ai tempi dell'Instituto. Per anni, da quando ne aveva dieci, gioca con l'Instituto di Cordoba, vicino alla sua città natale, Laguna Larga. Non è Buenos Aires, ma il pallone circola anche lì.

Guarda Riquelme, osserva la suola sul pallone, lo imita in strada come tanti coetanei. La società biancorossa si trova più vicino al Newell's Old Boys, squadra che per prima vede in lui un grande potenziale. Il padre, però, sceglie l'Instituto. Più vicino a casa, meno stress.

Fino a quel momento è Kempes il più grande argentino ad aver indossato la maglia dell'Instituto. Mario, Campione del Mondo 1986 al fianco di sua maestà Maradona, ha sempre chiesto a Dybala di essere più cattivo in campo, più sfrontato e diretto. Più consapevole dei suoi mezzi, dell'essere cresciuto in un club lontano dai riflettori, dunque capace di nascondersi e colpire all'improvviso, di nascondere la palla e farla comparire sui piedi del compagno o in fondo alla rete.

L'infanzia di Dybala non è facile, ma l'Instituto è una seconda famiglia dopo la morte del padre, tanto che va a vivere nella pensione del club, acquistando uno di quei soprannomi che si perderanno nel tempo, soppiantati dalla furia dell'etichetta Joya: El Pibe de la Pension.

Dybala è un tutt'uno con l'Instituto, l'Instituto è un tutt'uno con Dybala. Entrambi sono consapevoli di ciò che sta per accadere: il salto in prima squadra non è una formalità, ma è nel destino. Sarà solamente una la stagione da professionista in Argentina per il classe '93, da quando ha 15 anni a Cordoba per vivere a continuo contatto con la realtà della società biancorossa. Due anni dopo l'opportunità, con il sostegno della madre e il passaparola dei tifosi. Plasmato dal calcio.

E' il 2011 e Dybala, sostenuto dall'Instituto, dalla madre, dai tifosi che l'hanno seguito durante l'ultimo biennio nelle giovanili, firma il primo contratto da professionista. E' un triennale, ma la verità celata dietro vede la società sudamericana pronta ad accettare offerte dall'anno successivo in caso di exploit. Come tutti si aspettano possa avvenire.

Il 2011/2012 è solamente normalità per un ragazzo come Dybala. Quello che fa è oltre il calciatore base, in una terra, l'Argentina, che sforna ogni anno tantissimi atleti, ma non centinaia di talenti capaci di stare al top mentale e fisico per tutta una carriera. La Joya corre, dribbla, si diverte. Lo fa con 4000 pesos all'anno in tasca, il minimo salariale. Convertendolo con la moneta che vivrà qualche mese dopo, 75 euro al mese.

Nicolas Lopez Macri Paulo Dybala Instituto B Nacional 2011

Lo stipendio crescerà esponenzialmente quando gli scout del Palermo lo scoveranno in Argentina, ancor più quando sarà il grande colpo della Juventus anni dopo. Dybala ha la sua Pension, qualche pesos per passare le giornate con gli amici durante un 2011/2012 in cui la maggior parte del suo tempo è il pallone. E il goal correlato ad esso, con 17 reti in 38 presenze nella Serie B del suo paese.

Dybala non sentiva pressione, la assimilava. Un po' di agitazione da adolescente, ma a ben vedere era come bere un bicchiere d'acqua. Semmai erano gli altri ad essere tesi:

"Il mio esordio non lo scorderò mai, contro l’Huracan. La gara finì 2-0 per noi. C’erano famiglia e amici a vedermi, avevano più ansia di me. Avevo 17 anni ed ero un po' agitato, non è stato facile, ma i miei compagni e lo staff mi hanno aiutato molto".

Quella parola, agitazione, è solo dovuta all'ansia da prestazione. Appena scalda i motori e capisce che non c'è nessun problema, Dybala vorrebbe non finisse mai:

"Casualmente, si trattava della partita d’esordio per i tre attaccanti. Sembrò finire in pochi istanti, il tempo vola quando ti diverti...".

Gudagna poco, si diverte molto. Toda Joya, toda beleza. Oltre il materialismo, con una palla che vale pochi euro e raccoglie i sogni. Realizzati in gran parte negli anni successivi, della gloria ed incredibile, annunciata, esplosione.

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