Eduardo Galeano, uno che ha saputo raccontare con straordinaria efficacia il legame tra calcio e Sudamerica, diceva che “il calcio è il popolo, il potere è il calcio”, a proposito delle spietate dittature militari che hanno insanguinato il Sudamerica negli anni’70. E fu proprio al principio dell’efferata dittatura militare capeggiata da Pinochet che ebbe luogo “la partita della vergogna”, una partita che non giocò nemmeno, per tramutarsi subito in farsa.
Dobbiamo tornare indietro nel tempo fino al 21 novembre 1973. Da poco di due mesi il Cile era sotto il giogo di una dittatura militare che aveva rovesciato il governo, socialista e democraticamente eletto, di Salvador Allende: il presidente del Cile non era sopravvissuto al colpo di stato, essendosi suicidato (secondo la teoria più accreditata) all’interno del palazzo della Moneda.
Una volta preso il potere con la forza, la “Junta militar” iniziò ad attuare una spietata repressione degli oppositori, che sparivano nel nulla oppure venivano arrestati e segregati presso lo Stadio Nazionale di Santiago, che fungeva dunque da vero e proprio campo di concentramento e di tortura.
L’eco della situazione cilena, seppur non con la velocità e l’accesso alle informazioni a cui siamo abituati oggi, arrivò rapidamente anche in Europa, in un contesto in cui lo sport internazionale era già estremamente politicizzato. L’anno precedente i Giochi olimpici di Monaco furono insanguinati da un commando palestinese che fece irruzione nel villaggio olimpico, uccidendo subito due atleti israeliani e prendendo altri atleti in ostaggio, creando le basi per il tragico conflitto a fuoco all’aeroporto di Monaco.
Quattro anni dopo, ai Giochi di Montreal per fortuna non ci sarebbe stato nulla di cruento, bensì un messaggio forte e inedito da parte di tutta l’Africa, che per protesta contro le relazioni sportive della Nuova Zelanda con il Sudafrica dell’apartheid rinunciò praticamente in blocco ad andare alle Olimpiadi. Lo sport non lasciava fuori la politica, ma anzi si chiedeva se fosse giusto o no giocare là dove il rispetto dell’individuo non era garantito.
Prima ancora dei Paesi africani, il dubbio se lo posero in Unione Sovietica nel novembre del 1973, allorchè dovettero giocare un cosiddetto “Spareggio Inter-zona” come ultima spiaggia per andare ai Mondiali dell’anno successivo in Germania Ovest. Ironia della sorte, l’Unione Sovietica fu abbinata al Cile: due mondi che ideologicamente in quel momento non potevano essere più distanti. La gara d’andata si giocò il 26 settembre, appena due settimane dopo il colpo di Stato in Cile, allo stadio “Luzhniki”, che ai tempi era intitolato a Lenin.
I cileni arrivarono a Mosca dopo un viaggio interminabile caratterizzato da disavventure burocratiche di ogni tipo, potendosi allenare una sola volta; i sovietici, favoriti dal pronostico, giocarono secondo le cronache dell’epoca una gara d’attacco, dominante ma a conti fatti sterile, che finì con uno 0-0 che rimandava tutto alla gara di ritorno, un mese dopo a Santiago.
Solo che nel frattempo le notizie da oltreoceano, come dicevamo, erano arrivate forti in Europa, scatenando un dibattito politico che coinvolgeva tutta l’Europa, da entrambi i lati della Cortina di Ferro. Il 10 novembre la Federcalcio Sovietica comunicò la decisione di non voler giocare la partita contro il Cile: dapprima la rinuncia era limitata al non voler giocare a Santiago, in uno stadio dove fino al 7 novembre erano avvenute torture e omicidi, per poi diventare una rinuncia tout court alla partita, e alla conseguente qualificazione al Mondiale.
Un Mondiale al quale si erano già qualificate due alleate dell’URSS: la Polonia e soprattutto la Germania Est, che in quei giorni diedero vita a un balletto diplomatico, sospese tra la fedeltà alla principale potenza politico-militare del Patto di Varsavia e il malcelato terrore di essere in qualche modo “costrette” a boicottare un eventuale Coppa del Mondo con in campo il Cile. Un’eventualità, quella di una rinuncia multipla, che la FIFA sarebbe riuscita a scongiurare.
Ciò che invece non fu possibile evitare fu la farsa del 21 novembre. Il giorno designato per la partita i giocatori del Cile si presentarono normalmente allo stadio, e il cerimoniale venne inscenato nella sua interezza: ingresso in campo, inno nazionale, 15mila persone sugli spalti, squadra schierata... senza un avversario.
L’arbitro fischiò l’inizio della “partita”, i giocatori del Cile si passarono il pallone avanzando fino alla porta avversaria e l’ingrato compito di scagliare in rete il più farsesco dei goal toccò a Francisco Valdez, insieme a Carlos Caszely uno dei giocatori che più si erano esposti a favore del precedente governo socialista di Allende. Siccome i presenti allo stadio avevano pagato un regolare biglietto, vennero poi “compensati” da un’amichevole tra lo stesso Cile e il Santos, che pure nell’occasione non contò su Pelè, rimasto in Brasile.
Il Cile si qualificò dunque per i Mondiali a tavolino, e ironia della sorte venne inserito nello stesso girone della Germania Est, che si pose il problema se partecipare o no al torneo. Finì 1-1, un risultato che non bastò al Cile per passare il turno, Cile che in quella partita dovette fare a meno proprio del centravanti Caszely, “il re del metro quadro”, espulso nella gara precedente contro la Germania Ovest. La stampa cilena insinuò nelle cronache che quel cartellino rosso, che gli impedì di giocare contro la DDR, più affine politicamente a lui rispetto alla sua stessa Nazionale, non gli fosse più dispiaciuto più di tanto.
Il nome di Caszely tornò nuovamente alle cronache nel 1988, quando ormai conclusa la sua carriera da calciatore, comparve a sorpresa in uno spot pubblicitario a favore del “NO” nel referendum con cui il generale Pinochet chiedeva al popolo un’estensione del suo mandato.
Caszely in quello spot non era solo: accanto a lui c’era la madre, Olga Garrido, che in pochi secondi, con incredibile dignità testimoniò la sua esperienza di torture e violenze “che non le ho nemmeno raccontate tutte, per rispetto nei confronti dei miei figli, di mio marito, della mia famiglia e di me stessa”. Anche grazie alla testimonianza della madre di Caszely, il 5 ottobre 1988 i “NO” vinsero, e la dittatura di Pinochet si avviò alla conclusione. “Senza odio, senza violenza, senza paura”, come recitava lo slogan alla fine dello spot, il Cile aveva riconquistato la libertà dopo 15 anni di terrore, dolore e morte.
