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Hasan Sas Turkey 2002getty

Piede caldo, carattere latino, cuore turco: quando Hasan Sas faceva la storia

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Cosa fa di un turco un vero turco? Nessuno può rispondere. Ovvio. Di certo è ancora più dura definire un giocatore proveniente da Istanbul e dintorni. Perché nel corso dei decenni non c'è una vera e propria caratteristica che abbia reso particolari tali nazionali. Forse perché la Turchia è uno dei mix più eterogenei del mondo, figlia di Costantinopoli e di orde di rivoluzioni, di colori e razze, di spezie e popoli. Per questo è così difficile Hasan Sas, figlio di quel paese sì, ma figlio di un calcio diverso, forse più appartenente ad altri paralleli.

Un brasiliano quasi, un argentino forse, uno spagnolo, sì. Ma Hasan Sas era completamente turco, di padre, madre, di Adana, quinta città del paese. Ma aveva lo stile sudamericano e il sangue caldo, di chi non voleva adattarsi alla calma e alla comprensione, ma dimostrare la legge del più forte, sempre e comunque. Insomma, uno di quelli che adoranti i tifosi osservano in adorazione.

Adorato, idolo, assoluto del Galatasaray, da dove non si è più schiodato dopo essere stato acquistato nel 1998, in seguito all'esordio nella sua città, con il Demirspor, e dunque il triennio al Ankaragücü. Troppa classe, piede troppo incandescente per non approdare nella megalopoli dove tutto è più grande. Come il suo talento, che in provincia non può stare e non rimarrà.

Hasan Sas arriva nel momento giusto per fare la storia del Galatasaray o è la squadra turca a permettere al giocatore nato il primo agosto del 1976 di diventare grande? Un po' per uno, perché nonostante la destrezza come ala o come seconda punta sia assolutamente strabordante, affianco a lui i pianeti si allineeranno consentendo al club di avere una squadra veramente unita, devastante, europea e mondiale.

Ciò che succederà in quegli anni sarà irripetibile nelle stagioni successive, nonostante l'enorme possibilità del paese turco in termini di calciatori, unioni, mix di popoli. E non che in Europa i rivali siano più deboli, non che ai Mondiali le rappresentative non siano state carri armati pronti a mettere sotto qualunque minaccia. Semplicemente, Hasan Sas, Hakan Sukur, Emre Belözoğlu, i due migliori romeni in circolazione come Gheorghe Hagi e Gheorghe Popescu, Claudio Taffarel. Serve aggiungere altro?

Galatasaray 2000Getty

Vince più e più volte con il Galatasaray, ma riesce ad ottenere anche non il massimo leggendario trofeo europeo, ma quella Coppa UEFA 2000 ancora così importante da renderlo eroe. Perchè quel mancino fatato, la foga nel voler sempre conquistare tutto e il carattere caldo sono un'unione letale, di quelle che attrae senza possibilità di staccarsi in tempi brevi.

E lui non si stacca dal Galatasaray, dall'idea di fare la storia della Turchia. Alla sua porta bussano tutti i club, tra cui l'Inter. E' il 2003, al massimo della sua carriera, e già si parla dell'eventuale trio turco con Emre e Okan, già nerazzurri. Tutto pronto, poi niente da fare: si lega a Istanbul, dove può essere tutti e nessuno, centomila davanti a centomila e milioni di fans.

Decide di rimanere con chi ha sempre creduto in lui, perché guadagna abbastanza, perché non c'è niente di meglio che lavorare senza assilli, perché sei al top, rei dei re. Arriva poi il 2002 e qualunque cosa faccia dopo, la stima verso Hasan Sas, alla pari dell'armata terribile proveniente da Cappadocia e Bosforo, è eterna. Possono avere tutto, ma c'è chi rimanere stabile.

Quel Mondiale 2002 in cui la Turchia arriva terza è iconico, leggendario, storico. E' il sale della vita per un popolo così attaccato al calcio e allo stare insieme, uniti, senza distanze, sotto l'imperatore pallone. Un torneo strano, visto e considerando come loro, i figli di Şenol Güneş (c.t indimenticabile) affronteranno il Brasile Campione del Mondo in quelle settimane sia nella fase a gironi, sia in semifinale.

Nella prima gara è il mancino di Hasan Sas a portare avanti la Turchia, con il Brasile che sembra vacillare. Poi accade quel che accade, nella gara per cui Ursal spara il pallone sulle gambe di Rivaldo con stizza generando la simulazione più grottesca di sempre: palla negli arti inferiori, mani del Pallone d'Oro sul volto. Esagerazione over 10.000. Però c'è l'espulsione, turca, e la rimonta, per 2-1. Così cambia tutto, verdeoro primi del girone, turchi secondi, poi il confronto in semifinale e ronaldiani in finale. Mai una gioia?

No, perché la Turchia ci spera nella finalissima, ma ottiene comunque il terzo posto. Basta e avanza sicuramente, perché Hasan Sas viene persino nominato per il Pallone d'Oro. Finisce undicesimo: la sensazione di una vittoria in caso di trofeo al cielo appare francamente impossibile. Quella simulazione non avrebbe cambiato molto, anzi forse aiuta la Nazionale e HS a trovare un tabellone diverso e pronto per loro, chissà.

Con i se, i ma, i forse non si fa la storia, ma Hasan Sas riesce a farla, scaricando nel cestino le offerte estere, appenendo al muro il contratto con il Galatasaray, divenendone anche simbolo una volta detto addio al calcio giocato. Sempre lì, sempre con urla al cielo e testa a testa, caldo, latino, incandescente. Un piede da brasiliano, un carattere da argentino, un simbolo turco. Un'offerta italiana, interista, mai conclusa. Melting pot.

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