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Carlos Pavon, la leggenda dell'Honduras che ha fallito con Udinese e Napoli

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Se in Honduras gli farebbero una statua, in Italia le cose non sono andate esattamente come in patria. Carlos Alberto Pavon vive una carriera 'bipolare', fatta di goal a raffica e partite eroiche con la propria Nazionale e treni persi.

Ciò a cui ci riferiamo naturalmente non sono gli anni trascorsi in Messico, dove Pavon - dopo aver tentato invano una sortita nella Liga al Valladolid ("L'allenatore preferiva i giocatori sudamericani a noi") - segna con una regolarità spaventosa, bensì l'approdo nel nostro campionato. A pescarlo in Centro America è la famiglia Pozzo, che a inizio 2000 si contraddistingue per la capacità di scovare talenti sconosciuti low cost per poi valorizzarli contro ogni pronostico.

Nel calderone di nomi 'improbabili' che l'Udinese rastrella e porta in Serie A nell'estate 2001 c'è anche il 27enne Pavon, reduce da stagioni super nel calcio messicano e - come detto - leggenda nel suo Paese.

"Giocare in Europa era qualcosa che sognavo. Venivo dal Morelia, con cui ero diventato campione - ricorda Pavon in un'intervista a 'Diez' - Quando sono arrivato a Udine c'erano 43 giocatori e abbiamo svolto il precampionato in Austria. Guardavo 3 campi pieni di calciatori e pensavo fossero i giovani, invece erano tutti della prima squadra".

L'impatto di Pavon con l'Udinese non è proprio il massimo della gioia.

"In rosa c'erano 13 attaccanti, uno di essi era il capitano e di nazionalità di ogni tipo. E' stato molto complicato, in Italia la difesa viene preferita all'attacco e ho segnato un solo goal".

Il goal di cui parla Pavon arriva alla prima giornata di campionato, contro il Torino: al 17' Roy Hodgson toglie Iaquinta per guai fisici e inserisce l'honduregno, che non tradisce la fiducia.

Udinese-Toro si gioca il 26 agosto, ma il 'bicolor' è così abituato alle temperature estreme in patria che parla di "freddo terribile".

"Ero in panchina, Udine è una delle città più fredde d'Italia perchè al confine con Austria e Slovenia. Perdevamo 2-0, l'allenatore mi dice 'vai, entra'. Perdevamo 2-1, poi devio per caso un tiro di un compagno e segno il 2-2. Esordio in Italia e goal, per me è stato il massimo".

Sembra l'inizio di una favola, invece...

"Nella gara successiva non sono stato nemmeno portato in panchina perché il club aveva fatto molte operazioni di mercato, sono stato preso nuovamente in considerazione alla quinta partita".

Morale, Pavon all'Udinese rimane appena 6 mesi: giusto il tempo di collezionare 10 presenze e quel goal al debutto, per poi essere inserito nel maxi-affare col Napoli che porterà Marek Jankulosvki in Friuli in cambio di 6 miliardi di lire, dell'honduregno, di Esteban Lopez e di Fabio Cesar Montezine.

"Mi prestarono agli azzurri in Serie B - racconta Pavon - il club aveva problemi economici. Esercitarono il riscatto, ma purtroppo mi lesionai il crociato in allenamento".

Eppure, nel giorno della presentazione, gioia e promesse non erano mancate.

"Sono contento, sto bene fisicamente, sono pronto. Sono venuto a Napoli per giocare, i miei modelli sono Ronaldo e Vieri".

Tra guai fisici ed impiego col contagocce, nemmeno alle falde del Vesuvio per l'attaccante le cose vanno bene. Dodici presenze tra gennaio e maggio 2002, appena 2 (complice il ko al ginocchio) nel 2002/2003, con 30' giocati tra cadetteria e Coppa Italia. Un flop in piena regola, che al termine di quella stagione porta alla separazione.

"Decisi di rescindere il mio contratto triennale: mia moglie per la decisione che presi quasi mi uccise. Non ero contento, parlai con la dirigenza e chiesi di liberarmi".

Dopo l'Italia, Pavon torna in patria nel club in cui ha mosso i primi passi. Un modo per ritrovarsi calcisticamente e dal punto di vista psicologico.

"Al Real Espana mi sono ripreso, sono tornato sui miei livelli e siamo diventati campioni".

L'anno d'oro in Honduras lo riporta in Messico, terra fertilissima per il Pavon calciatore: tra il 2007 e il 2010, poi, per lui inizia una sorta di seconda carriera. L'ennesimo ritorno al Real Espana dopo una parentesi in Colombia e Guatemala (!) e il titolo di capocannoniere nella Gold Cup 2007 disputata con l'Honduras, gli valgono la chiamata dei Los Angeles Galaxy. Negli USA, Pavon si ritrova a condividere spogliatoio e prato verde con un certo... David Beckham! Tra i due nasce un'amicizia, tant'è che in un post Instagram presente sul profilo di Pavon, l'inglese viene chiamato "bro".

"Ho provato la gioia di giocare con i migliori e uno di loro è questo signore, che era sempre lo stesso dentro e fuori dal campo!!! Un abbraccio fratello mio", con tanto di tag a Becks.

In MLS ci resta pochi mesi, perché il suo cuore batte forte in patria. Per chi? Per il Real Espana naturalmente, club che Pavon sposa di nuovo e con cui chiuderà la carriera a 40 anni intervallando una storia d'amore indissolubile con un'altra avventura in Messico, al Necaxa.

Come anticipato ad inizio articolo, parliamo di un percorso dai due volti: con l'Honduras, infatti, Pavon è pressoché un Messi o Cristiano Ronaldo. Bomber all-time della Nazionale con 57 goal in 101 partite, molti di questi pesantissimi, ma mai nessuno pesante quanto quello realizzato il 15 ottobre 2009, a 36 primavere, contro El Salvador: un'incornata che qualifica gli honduregni a Sudafrica 2010, facendo volare la 'Bicolor' alla fase finale di un Mondiale per la seconda volta nella storia dopo la partecipazione a Spagna '82.

Per quella Coppa del Mondo Pavon viene convocato, giocando addirittura titolare nella prima gara dei gironi contro il Cile. Un'ora in campo, poi fuori dai titolari e in panchina negli altri due match con Spagna e Svizzera. L'Honduras verrà eliminato subito, ma per Carlos già solo esserci stato - a 37 anni - rappresenta un trionfo. Il giusto premio per chi in patria è ritenuto un totem.

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Pavon non abbandona il mondo del pallone: allenatore e commentatore televisivo, l'ex Udinese e Napoli oggi si diletta nei panni di opinionista e telecronista. E nel tempo libero, ama giocare a golf.

Flop in Europa, leggenda in Honduras: nonostante non sia riuscito a salire sui treni della vita, a Carlos gioie e momenti da incastonare nell'album dei ricordi non sono mancati.

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