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Patrik BergerGetty

Patrik Berger: un talento sfortunato e ribelle a un passo dal decidere Euro '96

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Pavel Nedved, Karel Poborsky, Patrik Berger. Negli anni ’90 poche nazionali potevano contare su tre rifinitori di un livello così alto come la Repubblica Ceca. Una squadra che nel 1996 stava per toccare il cielo con un dito, prima che Oliver Bierhoff e una doppietta facessero crollare i sogni della squadra di Dusan Uhrin e di un’intera nazione. Una finale che ancora oggi è il rimpianto di una nazionale che viveva una vero e proprio rinascimento calcistico. Che fino a quattro anni prima era identificata come Cecoslovacchia, prima dello scioglimento dello stato e della nuova divisione geografica e politica. Un sogno che poteva scrivere Patrik Berger, colui che, tra i tre citati, ha forse vissuto la carriera meno brillante, con meno acuti. Il più alto poteva essere quel rigore segnato al 59’ battendo Andreas Köpke. Prima che Bierhoff cambiasse la storia con una doppietta, golden goal compreso.

A quella serata nel vecchio Wembley Stadium, il classe 1973 nato a Praga ci era arrivato da campione di Germania con la maglia del BorussiaDortmund. Un anno prima aveva scelto la Bundesliga, dopo aver brillato nelle giovanili dello SpartaPraga, esser diventato campione d’Europa a livello Under 16 con la Cecoslovacchia ed esser passato a soli diciott’anni dall’altra parte della città, per giocare con lo Slavia. A ventidue anni, poi, il passaggio in giallonero, voluto da OttmarHitzfeld per rinforzare un centrocampo che contava su elementi di prim’ordine come Matthias Sammer, Michael Zorc, Andi Möller, Steffen Freund. Il ceco si dovette accontentare di partire molto spesso dalla panchina e giocare nelle posizioni davanti alla difesa. Arrivando comunque a segnare quattro goal e fornire cinque assist.

Patrick Berger Germany Czech Republic Euro 1996 30061996Getty Images

Anche nella nazionale ceca non era un titolare fisso: spesso partiva dalla panchina, anche per questioni di equilibrio di squadra. Copione che si sarebbe ripetuto anche all’Europeo del 1996, in Inghilterra. L’abbondanza tra trequarti ed esterni d’attacco, dove si affacciava anche Vladimir Smicer, costringeva il CT a fare scelte. Spesso ci rimetteva Berger. Tanto che i due arrivarono anche ai ferri corti: tra il 1997 e il 1998 decise di boicottare la nazionale, aggiungendo l’ennesimo capitolo a una saga iniziata quando, diciannovenne, si era portato due ragazze nel ritiro dell’Under 21. Due anni dopo, nel 1994, rifiutò la convocazione della nazionale maggiore perché avrebbe fatto panchina.

Anche in quell’Europeo del 1996 Berger non ebbe via facile. In molti hanno criticato la scelta di Uhrin di farlo giocare spesso più indietro rispetto alla sua posizione naturale, chiedendogli un lavoro di fatica, tarpando il suo estro. Addirittura, dopo la prima partita - guardacaso, contro la Germania, persa 2-0 - voleva lasciare il ritiro, chiudere le valigie e andarsene. La panchina non gli era andata giù. Era entrato solo all’intervallo, con i tedeschi in vantaggio 2-0 e in pieno controllo. Una lunga discussione con il Ct durante un allenamento riportò un attimo di pace. Almeno fino a fine europeo. Fino a quel rigore che poteva scrivere una storia totalmente diversa.

Di certo, gli è valso un trasferimento al Liverpool. I Reds erano stati stregati dalle sue prestazioni. Un mese e mezzo dopo la finale, firmò il contratto. La sua avventura però non iniziò col piede giusto a causa degli infortuni, una costante della sua carriera. Serviva solo un po’ di pazienza: a settembre esordì col Southampton, poi alla seconda partita segnò una doppietta contro il Leicester partendo dalla panchina. Una settimana dopo, doppietta al Chelsea. Vinse il premio di miglior giocatore del mese. Rimasero tutti stregati dal suo talento, dal suo piede mancino. Kasey Keller, portiere di quel Leicester che subì una doppietta su due tiri in porta, ne fu folgorato.

“Non ho mai visto un pallone andare così forte in tutta la mia vita, se fossi stato sulla traiettoria sarei finito anche io nella rete”.

Berger però non riuscì a dare continuità. Lampi di classe assoluta, come la tripletta al Chelsea nel 1997, seguita dal rifiuto di sedersi in panchina contro il Bolton qualche mese dopo. Minacciò l’addio. L’estate successiva l’arrivo di Houllier al posto di Roy Evans permise a Berger di rimanere nel Merseyside. Tra il 1998 e il 2000 ha vissuto il punto più alto della sua carriera: nove goal per ciascuna stagione giocando alle spalle delle punte, da rifinitore. Un titolare quasi inamovibile, un giocatore ritrovato che stava esprimendo tutto il suo estro. Lo avrebbe fermato qualche mese dopo soltanto la rottura del legamento crociato. Tornò giusto in tempo per vincere la Coppa UEFA e la FA Cup a fine stagione, nel secondo caso servendo anche un assist a Owen. Gli ultimi acuti della sua carriera coi Reds.

Dal 2001 al 2003 Patrik Berger visse degli anni tormentati, sia per gli infortuni, sia per la rottura con la nazionale ceca nel marzo 2002, dopo la mancata qualificazione al Mondiale. Fu anche diretto nei confronti della decisione di affidare la fascia di capitano a Pavel Nedved.

“Rispetto Pavel come calciatore, ma ha anche avuto le sue colpe nella mancata qualificazione al Mondiale. Se bisogna fare piazza pulita, il capitano sarebbe dovuto essere un altro. Secondo me, uno tra Poborsky o Smicer”.

Nelle successive esperienze, dal 2003 al 2010, Berger ha girato tra Portsmouth, Aston Villa, Stoke City, fino al ritorno allo Sparta Praga. Nel sondaggio condotto dalla rivista ceca DNES, è stato il settimo miglior giocatore del primo decennio di vita della nazionale ceca. Davanti a lui pilastri come Koller, Nedved, Poborsky, Nemec, Kuka. Probabilmente, se quel rigore fosse stato decisivo, il primo posto sarebbe stato suo senza nemmeno troppi dubbi.

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