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Paolo Cannavaro Napoli Parma Sassuolo collageGetty/GOAL

Paolo Cannavaro, capitano del 'nuovo' Napoli dalla B alla Champions

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"Il calcio è il pane quotidiano di Napoli. Io da bambino giocavo dalla mattina alla sera col mitico Super Santos. Oggi per fare sport bisogna pagare, all'epoca ci trovavamo in strada nei campetti popolari sul mitico campetto della Loggetta. Giocavamo col boato del 'San Paolo' come sottofondo. Quando sentivamo il pubblico esultare capivamo che il Napoli aveva fatto goal e interrompevamo la nostra partita per festeggiare".

Un cognome pesante, ma avanzare paragoni o parallelismi col fratello Fabio è sbagliato. Paolo Cannavaro la sua carriera se l'è costruita con sudore, passione, spirito di sacrificio, doti tecniche e fisiche che gli hanno consentito di guidare la rinascita azzurra dalla Serie B alla Champions.

Per Paolo, nato e cresciuto alle spalle di Fuorigrotta, essere capitano del Napoli è più che toccare il cielo con un dito. Lui che il tempio di Diego l'ha ammirato da fuori prima, vissuto da tifoso poi e - soprattutto - ne ha calcato il prato verde, indossando la maglia della sua squadra del cuore, tra il 2006 e il 2014 vive qualcosa che descrivere a parole probabilmente risulta riduttivo.

"Ero a Parma, la società era in amministrazione controllata - ricorda Cannavaro jr. in un'intervista a 'Il Posticipo' di fine 2021 - Quando è arrivata la chiamata del direttore Pierpaolo Marino ho scelto di partire".
"A Parma mi sentivo a casa, ma quella vera mi stava richiamando e non potevo dire di no. Volevo dare qualcosa di speciale ad un ambiente che stava risorgendo. Ne ho fatto una ragione di vita. Dovevo riportare il Napoli in Serie A. Quando siamo tornati in Champions dopo 25 anni all'inno nello stadio del Manchester City ho provato grande gioia. Non era il punto di arrivo però, avevamo solo riportato il Napoli dove gli compete".
Edin Dzeko Paolo Cannavaro Manchester City Napoli Champions LeagueGetty

Già, perchè dopo essere cresciuto nel vivaio partenopeo ed aver esordito da professionista in B in un Verona-Napoli del 6 giugno 1999, Paolo fa le valigie e si trasferisce in Emilia: a Parma si forma, i ducali gli offrono la chance di farsi apprezzare, acquistandolo dalla società azzurra all'epoca ricolma di problemi economici.

Paolo Cannavaro a Collecchio si congiunge con Fabio, nel frattempo già al top sia col club che in Nazionale.

"Ci ho convissuto per anni con questa etichetta. Fabio è stato uno stimolo da bambino, un macigno e poi la più grande vittoria della mia carriera - confessa parlando alla 'Gazzetta dello Sport' nel 2017 - Perché quell’etichetta me la sono tolta. Lui era uno dei difensori più forti di tutti i tempi. Io, a Napoli, il fratello di…".

Il binomio Cannavaro a Parma dura un paio di stagioni, perchè Fabio poi si trasferisce all'Inter dando vista ad una sorta di 'passaggio di testimone': Paolo, che intanto vive un campionato 'folle' in prestito al Verona (andata super, ritorno horror con retrocessione degli scaligeri in Serie B), una volta rientrato alla base trova gradualmente maggiore spazio.

Nell'estate del 2006, però, gli scenari vengono stravolti dalla chiamata dei sogni 'a costo zero': il Napoli, decide di affidargli difesa e fascia da capitano non appena ottenuta la promozione dalla C alla cadetteria. Paolo Cannavaro è parte di una campagna acquisti altisonante, compiuta dal club di De Laurentiis per sferrare subito l'assalto alla A al primo tentativo. Un'idea coltivata, pensata e divenuta realtà, perchè il Napoli completa la risalita e nel 2007 torna in massima serie.

A fare da antipasto a quella stagione rivelatasi trionfale, lo splendido goal in rovesciata alla Juventus in Coppa Italia al termine di un preliminare vietato a deboli di cuore. Paolo si ripresenta in città con un biglietto da visita pazzesco, siglando il 3-3 sotto alla Curva B al 120' inoltrato e portando la sfida ai rigori, vinta dagli azzurri.

"Non c’è un ricordo del goal in sé per sé, ma l’emozione che ho vissuto è stata straordinaria - ha spiegato lo scorso febbraio a 'Si Gonfia la Rete' - Dissi a Domizzi che sarei andato avanti perché vedevo la gente che se ne andava prima del fischio finale, pensavo che non dovesse finire in quella maniera".
Paolo Cannavaro Coppa Italia 2012 Napoli JuventusGetty

Quella prodezza, col senno di poi, sembra un segnale di come sarebbe stato il matrimonio 'bis' tra Cannavaro e il Napoli: 278 presenze e 9 reti, con la Coppa Italia alzata al cielo nel 2012 - guarda un po' - contro la Juve all'Olimpico e la favola Champions sotto la guida di Walter Mazzarri.

"Siamo stati eliminati agli ottavi dal Chelsea, che poi ha vinto - ricorda sempre a 'Il Posticipo' - Superare quel girone è stato speciale, eravamo quasi tutti alla prima esperienza in quella manifestazione. Andavamo ad aggredire chiunque. Quel Napoli è stato il più vicino al pubblico. Anche nelle trasferte europee più lontane ci sono sempre stati i nostri tifosi. Quando giocavamo fuori in Champions io andavo a fotografare la nostra gente sulle tribune. Negli anni precedenti il Napoli aveva vissuto fallimenti e retrocessioni, troppe cose negative".
"Con Mazzarri eravamo un gruppo di giocatori bravi diventati grandi, qualcuno grandissimo, grazie a quegli anni - sottolinea inoltre Cannavaro nell'intervista a 'Si Gonfia la Rete' - C’era un’alchimia pazzesca, uno spirito forte che veniva rispettato dal tifoso, eravamo sfacciati nel modo di giocare contro chiunque".

A spezzare l'idillio tra Paolo e il campo, nel 2013/2014, una volta sancito l'addio di Mazzarri agli azzurri è l'avvento in panchina di Rafa Benitez. Da capitano, Cannavaro si ritrova ad essere alternativa in difesa e perde il posto da titolare: "L’unico allenatore che non sono riuscito a convincere. Mi ha dato poche possibilità", ricorderà il diretto interessato alla 'Gazzetta'.

Qualche mese e, a metà stagione, la cessione diventa inevitabile: Paolo vuole sentirsi ancora protagonista e si rimette in discussione ancora in Emilia, ma stavolta anzichè Parma nel suo percorso da calciatore c'è il Sassuolo. Squadra, con la quale torna a Fuorigrotta da avversario ricevendo puntualmente un'accoglienza da brividi.

Paolo Cannavaro Napoli SassuoloGetty

Un addio per nulla 'normale', perchè ciò che rappresenta la maglia azzurra per il centrale è contenuto nelle parole concesse a 'Il Mattino' durante il ritiro estivo del 2012/2013 dopo un altro eurogoal in acrobazia, stavolta rifilato in amichevole al Bayern.

"Vorrei diventare per i napoletani quello che Totti è per la Roma o che Del Piero è stato per la Juve".

Ed invece la strada di Paolo lo conduce per la seconda volta lontano dalle sue origini, consentendogli però di ritrovare l'entusiasmo affievolitosi nei mesi da gregario con Benitez. Col Sassuolo - al netto di qualche guaio fisico - gioca con continuità fino al termine del 2017, quando decide che a 36 anni è il momento di ritirarsi: "Siamo al giorno che ogni calciatore vorrebbe non arrivasse mai... Stavolta tocca a me...", si legge nel lungo post Instagram con cui annuncia l'addio al calcio giocato.

Paolo appende gli scarpini ed inizia a studiare da allenatore, volando subito in Cina per entrare nello staff del fratello Fabio al Guangzhou Evergrande. Tre anni da collaboratore e tecnico della Squadra Riserve lo formano e inseriscono nel mondo della panchina: 2018-2021 è un periodo fruttuoso, ma reso complicato dallo scoppio della pandemia.

"In Cina abbiamo vissuto fianco al fianco. Condividere il lavoro è stata una bellissima esperienza".

In attesa di una chiamata Paolo si gode il sole e il mare di Napoli, la città che ha aiutato a rialzare calcisticamente tra alti, bassi e notti da sogno. Semplicemente: "Casa mia".

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