GOALPer anni è stato considerato uno dei più grandi prospetti del calcio italiano, un portiere che aveva tutto per diventare potenzialmente anche uno dei punti fermi della Nazionale azzurra. Ma la carriera di Angelo Pagotto non è stata in realtà all’altezza delle aspettative. A frenarlo in maniera decisiva sono stati tanti problemi extra campo che non gli hanno permesso di fare ciò che per qualità avrebbe potuto fare.
L’ex portiere, in un’intervista rilasciata alla ‘Gazzetta dello Sport’, ha ricordato quando era lui il titolare di un’Under 21 capace di vincere gli Europei nel 1996, mentre Gigi Buffon era il suo secondo.
“In quel periodo Buffon non era ancora quello che è diventato poi. Aveva qualche anno in meno, preferirono me. Ma io e lui eravamo i predestinati, i portieri più forti del momento”.
In quel periodo anche la Juventus mise gli occhi su di lui, ma Pagotto preferì declinare l’offerta.
“Non so se ho sbagliato o meno. Col senno di poi forse sarebbe stato meglio andarci. Io e il mio procuratore facemmo varie valutazioni: l’alternativa era la Samp, Zenga era a fine carriera e avrei avuto più spazio, alla Juve avrei dovuto sudarmi il posto. Ma dopo il no a Moggi, si chiusero tutte le porte”.
Nel 1996 la firma con il Milan e l’approdo in un grande club.
“Una città fredda e un club ancora più freddo. Rossi aveva problemi familiari e iniziò a steccare più di una partita. Mi buttarono dentro e finii per tappargli i buchi. Lo spogliatoio del Milan 1996-97 si riassumeva in un volto: Baresi, comandava dentro e fuori. Ero più amico dei francesi che degli italiani. C’era anche Maldini con me, ma in quegli anni non era il capitano che hanno conosciuto tutti. Fortissimo tecnicamente, ma caratterialmente acerbo”.
Nel 1999, quando era al Perugia, la positività al test antidoping per tracce di cocaina.
“In quegli anni si poteva ancora aggirare un test antidoping e se avessi avuto la coscienza sporca lo avrei fatto, probabilmente. Ma ero tranquillo, tant’è che ero risultato negativo al test della settimana prima a Parma e anche a quello della settimana dopo a Padova. Solo a quello intermedio dopo la Fiorentina risultai positivo, strano…”.
In questo frangente Pagotto fu emarginato dal mondo del calcio.
“Tutti spariti. Non erano più amici. Ho passato due anni in Liguria con mia madre nell’hotel che avevamo aperto. Lei mi credeva. C’erano giorni in cui non riuscivo ad alzarmi dal letto alternati a serate passate in discoteca. Avevo iniziato una vita sregolata. Quando mi sono reso conto che la situazione mi stava sfuggendo di mano, mi sono guardato allo specchio e mi sono dato una mossa. Non mi vergogno a dire che mi sono fatto aiutare, contro la depressione da solo non ce l’avrei fatta”.
Dopo il ritorno in campo una nuova squalifica per doping nel 2007, quando vestiva la maglia del Crotone.
“Sì, sapevo che prima o poi sarebbe successo. Non avevo più adrenalina in campo e la cercavo nella cocaina. Iniziai a frequentare cattive compagnie, mi facevano sentire protagonista. Avrei potuto finire meglio la carriera, avevo anche già firmato con la Salernitana”.
Oggi Pagotto fa il preparatore dei portieri all’Avellino, ma dopo la squalifica che ha interrotto la sua carriera di calciatore è ripartito da un lavoro completamente diverso.
“Sono andato in Germania, ho fatto il pizzaiolo, il cuoco, di tutto”.


