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Ole Gunnar SolskjaerGoal

Ole Gunnar Solskjaer, come vincere un Treble partendo dalla panchina

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Dal Molde al Manchester United, sia da calciatore che da allenatore: Ole Gunnar Solskjaer è uno di quei nomi legati all’ambiente dei Red Devils in maniera indissolubile e con una vena di romanticismo necessaria a far sì che, col suo ritorno in Premier League come tecnico nel dicembre del 2018, si è andato a creare un ricorso storico che ha riscalato l’animo dei tifosi, che ha fatto vibrare le corde giuste dello strumento calcio e che ha armonizzato tutto l’Old Trafford.

Un amore sbocciato più di vent’anni fa e che dalla fredda Norvegia segnò una pagina di storia della carriera di Sir Alex Ferguson e tutti i tifosi che intonano “Glory Glory Manchester United”. È l’estate del 1996 e il Manchester United ha bisogno di un nuovo attaccante, di un centravanti che possa vestire i panni del rapace d’aria, dai colpi mortali e decisivi. Per chi in quegli anni aveva seguito le vicende dei Red Devils non si trattava di nulla di nuovo: che a Mancunia, sponda rossa, si sentisse ancora la mancanza di un nuovo talento sin dal 1972, l’ultima grande stagione di George Best, era chiaro, ma per Sir Alex Ferguson, in carica da 21 anni, il precedente quinquennio era stato il peggiore dal punto di vista dei gol realizzati.

C’era Eric Cantona, c’era Mark Hughes, c’era Brian McClair, ma i risultati non erano soddisfacenti come ci si aspettava allo United. Ferguson aveva provato a risollevare l’offensiva con l’arrivo di Andy Cole nel gennaio del 1995, ma il tecnico del Manchester United sapeva che mancava ancora qualcosa al suo attacco. Nell’estate del 1996 Alan Shearer diventa l’obiettivo principale: l’attaccante viene da quattro stagioni eccezionali con il Blackburn e ha vinto anche la classifica marcatori dell’Europeo del 1996, tra l’altro tenutosi in Inghilterra. Shearer, però, ha altri progetti, colorati di bianco e nero: accetta l’offerta del Newcastle, per una cifra record di 15 milioni di sterline, così da poter riabbracciare casa.

Fallito l’approccio per il centravanti di Gosforth la soluzione di Ferguson è soltanto una: la sentenza Bosman. Spalancate le frontiere, il manager dei Red Devils decide di volgere subito lo sguardo alla Norvegia: nell’estate del 1996 sono dieci i norvegesi a giocare in Inghilterra, portando la nazionalità scandinava a essere la più rappresentata nel Regno Unito. Si decide, quindi, di battere quella strada per scovare un possibile talento, spendendo una cifra molto bassa: appena un milione e mezzo di sterline. Praticamente il 10 per cento del valore di Alan Shearer. Serviva una scommessa: serviva Ole Gunnar Solskjaer.

Con 33 gol in 42 partite, i dirigenti del Molde, la squadra dove militava Solskjaer, lo avevano offerto al Manchester City e all’Everton all’inizio dell’anno per poco più di un milione di sterline: cifra che, però, nessuna delle due società volle pagare. Si parlò anche di un accostamento al Cagliari, ma alla fine Ferguson con appena trecentomila sterline in più del valore richiesto riesce ad assicurarsi l’attaccante norvegese, permettendo al Molde di stabilire un record di incasso per il calcio scandinavo, all’epoca. Da vincere c’è lo scetticismo del mondo intero: a Manchester nessuno vuole un giovane sconosciuto dopo aver visto sfumare l’arrivo di Shearer, mentre in Norvegia sono tutti convinti che il futuro di Solskjaer sarebbe stato uguale a quello di Frank Strandli, suo ex compagno di squadra al Molde che aveva ottenuto un minutaggio molto esiguo al Leeds United per poi essere ceduto dopo appena un anno. Ci pensò la storia a diradare i dubbi.

“Pensavo che qualcuno si stesse prendendo gioco di noi quando ricevemmo il fax con la cifra del Manchester United. Ma quando decisi di ispezionarlo da vicino mi sembrò decisamente autentico”, Aage Hareide, manager del Molde.

Diventerà di lì a poco il “l’assassino con la faccia da bambino”, per il suo killer instinct in area di rigore, che inizia sin da subito. Entra in campo per la prima volta in una gara ufficiale con la maglia del Manchester United il 25 agosto del 1996: i Red Devils sono sotto 2-1 contro il Blackburn e dopo appena sei minuti, raccolto l’assist di Tim Flowers, Solskjaer va a segno, per il 2-2 definitivo. È il primo di 18 gol per il norvegese in quella stagione, portando serenità a tutti: alla Norvegia, che vedeva consacrarsi il proprio astro, al Manchester United, che aveva fatto un investimento molto contenuto e ottenuto la massima resa, e a Sir Alex Ferguson, che aveva trovato la perfetta riserva di Cantona e di Andy Cole. Solskjaer ha 25 anni e in poco tempo diventa la super riserva di Ferguson, ma nessuno dei suoi 28 gol segnati dalla panchina è importante come quello che segna il 26 maggio del 1999.

Ole Gunnar SolskjaerGoal

La storia è fatta di certezze e spesso anche di regole: il 24 gennaio il Manchester United sta rischiando l’eliminazione dalla FA Cup per mano del Liverpool. Al 3’ i Reds vanno in vantaggio con una rete di Michael Owen e soltanto all’88’ arriva il pareggio di Yorke. All’81’ Ferguson decide di far entrare Solskjaer, al posto di Gary Neville, e al 90’, a tempo praticamente scaduto, il norvegese gli regala la vittoria e il passaggio del turno. Quella del goal nei minuti di recupero diventa una passione, un mantra: è l’inizio della regola. Il 6 febbraio 1999, in Premier League, il Manchester United è avanti 4-1 sul Nottingham Forest, Ferguson fa entrare Solskjaer al 71’ con l’indicazione di far girare la palla e mantenere il risultato. Il norvegese, però, vive per il goal, ha bisogno di andare a segno: in 20 minuti ne fa quattro e la partita finisce 8-1 per i Red Devils.

Quello era il mio lavoro ogni volta che entravo: segnare. Non ero lì per creare delle opportunità per gli altri, ero lì solo per annusare dove sarebbe andata a finire la palla e dove mi sarei dovuto andare a posizionare per trarne il meglio possibile”, Ole Gunnar Solskjaer.

Il 1999 è un anno magico, ma forse solo Ferguson lo ha già annusato, così come faceva Solskjaer quando doveva segnare. Al Camp Nou di Barcellona si affrontano il Manchester United e il Bayern Monaco, guidato da Ottmar Hitzfeld. Una partita destinata a diventare memorabile, dando vita a quei tre minuti di follia entrati nella storia. Nel 1999, a maggio, le due squadre arrivano a contendersi la Champions League nel miglior modo possibile: da un lato lo United schiera Peter Schmeichel, David Beckham, Ryan Giggs, Dwight Yorke e Andy Cole, divenuti i gemelli del goal. Dall’altro lato ci sono Oliver Khan, Lothar Matthaus, Mario Basler: una corazzata. Il match viene sbloccato proprio da quest’ultimo, che al sesto minuto, con una punizione dal limite, riesce a ingannare Schmeichel sul proprio palo. Bayern che va a ruota libera, ma che colpisce prima un palo con Mehmet Scholl e poi una traversa con Carsten Jancker. Il match resta sull’1-0 per il Bayern, ma al 90’, in attesa del triplice fischio di Pierluigi Collina, sembra tutto andare a favore dei tedeschi.

Diciamo “sembra”, perché, per l’appunto, Collina in quel momento concede i canonici tre minuti di recupero: il fischietto italiano ha appena dato il via ai tre minuti della follia. Al 91’ il Manchester United spinge in area di rigore Schmeichel: i 193 centimetri dell’estremo difensore danese provano a essere fondamentali su un calcio d’angolo battuto da David Beckham. La palla non arriva al portiere, ma finisce tra i piedi di Giggs, che calcia a botta sicura: il tiro è destinato sul fondo, ma viene raccolto da Teddy Sheringham, che da solo, a due passi dalla porta, dopo che tutti avevano battezzato fuori la conclusione dell’esterno gallese, trova il pareggio. I Red Devils sono in delirio, una scarica di adrenalina condiziona la squadra di Ferguson, che non vuole andare ai supplementari e spinge finché può. David Beckham al 93’ si presenta nuovamente alla bandierina: traiettoria che viene prolungata da Sheringham, in odore di santità, e palla che finisce tra i piedi di Ole Gunnar Solskjaer, entrato all’81’ al posto di Andy Cole. Il copione Sir Alex Ferguson probabilmente lo conosceva già, così come i tifosi del Manchester United: il Baby-faced Assassin entra dalla panchina e segna. Non importa il minuto, non importa la competizione. È così che funziona, anche se dinanzi a lui c’è Oliver Kahn. Il norvegese ci mette la zampa e segna il clamoroso 2-1 che ribalta la gara in tre minuti. Il Manchester United vince la sua seconda Champions League.

“Ricordo che, essendo sotto al 75′, decisi che non c’era più alcuna tattica che potesse servire e che sarebbe stato invece utile lanciarsi all’attacco. Così facemmo e fummo premiati. Credo fu una vittoria ampiamente meritata. Penso sia uno dei momenti più belli della mia carriera” Alex Ferguson, UEFA.com

Per Sir Alex Ferguson fu il coronamento del Treble, quello che poi per José Mourinho divenne il Triplete. Premier League, FA Cup e Champions league: un’annata perfetta che fu l’apice di una squadra costruita in maniera straordinaria, puntellata nel miglior modo possibile e arricchita da quel talento norvegese che il manager scozzese sapeva essere in grado di rispondere sempre presente. Lo United non si fermò, perché dopo aver vinto la Premier League nel 1996/97 e nel 1998/99 continuò nel 1999/00, nel 2000/01 e nel 2002/03. Solskjaer divenne titolare di quella squadra nella stagione 2001/02, in coppia con Ruud van Nisterlooij e scavalcando finalmente Andy Cole nelle gerarchie: a rallentarlo furono soltanto gli infortuni, con il ginocchio che non smise di dargli tormenti dal 2003 in avanti. Un calvario che terminò con la finale di FA Cup del 2006/07 persa contro il Chelsea: fu la sua ultima partita in carriera, ma lo venne a sapere soltanto tre mesi dopo, il 27 agosto. Si ritirò detenendo il record di gol segnati dalla panchina per il Manchester United: 28, di cui uno se lo ricorda la storia del calcio mondiale.

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