A Buenos Aires, sulle rive del Riachuelo e sullo sfondo delle case colorate de La Boca nasce la rivalità più grande ma anche più folle e incontrollabile del calcio mondiale, quella tra il Boca Juniors e River Plate. Dicono che solo se nasci lì puoi capire e chi nasce lì dice che non hai scelta per chi parteggiare.
Come Juan Roman Riquelme, giocatore più amato dalla Bombonera, che dice che se si fosse messo la “camiseta” del River, la madre non lo avrebbe mai voluto vedere giocare. Nasci con una delle due magliette addosso: bianca con una banda rossa obliqua se sei del River, blu con la banda orizzontale gialla se sei del Boca.
I primi per un furto, nel 1902. Durante dei festeggiamenti notturni del carnevale rubarono la famosa “banda” rossa da una carrozza bianca chiamata “gli abitanti dell’inferno”. Ci pensò Catalina Salvarezza madre di Luis ed Enrique a cucirla e personalizzare l’anonima maglia bianca usata sin lì. I secondi perché il terzo presidente del club, Juan Bricheto un giorno decise di recarsi al porto e dare alla sua squadra i colori della prima barca che vi giungeva. Dal molo si sentì un grido dei pescatori: “azzurro e giallo”, la nave era svedese ma la lingua dell’urlo era uno spagnolo misto ad italiano, perché La Boca per antonomasia è il quartiere dei genovesi, degli “xeneizes”, tutt’oggi soprannome di chi indossa il gialloblu.

Il bianco e rosso del River però è anche quello della croce di San Giorgio e della bandiera della città di Genova. Il capoluogo ligure come denominatore comune perché sì, entrambi sono nati a La Boca. Quando il River se ne va e sceglie Nunez come quartier generale, vengono apostrofati come ricchi, “millonarios”. E’ grande la loro disponibilità economica ma lo è altrettanto il valore espresso in campo, il modo con cui ottengono le vittorie. Le tre G “ganar, gustar y golear” diventano una filosofia di vita, l’inarrestabile Maquina (Munoz - Moreno - Pedernera - Labruna - Loustau) una filastrocca da tramandare nei decenni. Un quintetto formidabile allenato da Cesarini - sì, quell’ex Juve specializzato nei goal a tempo scaduto - che vinse tutto in Argentina negli anni 40’.
Da una parte acquisti milionari e cessioni, come quella di Sivori che permisero di completare la costruzione dello stadio Monumental, dall’altro il romanticismo degli immigrati del quartiere più umile. Il regista della squadra in questi anni è Ernesto Lazzatti. A detta di Soriano, che gli dedicò un capitolo nel suo “Futbol”, il più forte centrocampista che abbia mai giocato nel Boca. Capello brillantinato come un ballerino di tango fu il primo, molto prima di Maradona, ad essere soprannominato “el pibe de oro”, proprio per quell’innata eleganza.
Il successore è Antonio Rattin, indomito e fiero portavoce del DNA Boca, dei guerriglieri e dei combattenti. Al suo fianco un giovane Rubén Suñé che indossò per nove stagioni la maglia del Boca e dopo essersela tolta entrò in una depressione che lo porto a tentare il suicidio nel 1984. Capitano della prima intercontinentale nel 1977 contro il Borussia Monchengladbach ma anche l’autore del goal che decise il primo Superclasico con in palio un trofeo. 22 dicembre 1976, un Boca-River decide chi si porterà a casa il campionato.
Al 72’ una punizione battuta a sorpresa, sorprende Fillol e finisce in rete, il Boca diventa campione ma quel goal non verrà visto per quarant’anni. Per aggiungere misticismo e leggenda al duello esisteranno solo foto di quel momento, perché il tutto sorprese anche i vari cameraman presenti. Tranne uno che rese pubblico però il video solo nel novembre 2019, quando ormai quel goal aveva già l’etichetta di “goal fantasma”. E’ un dramma per il River, lo è stato otto anni prima, non metaforicamente parlando per quelli del Boca. In un Superclasico di giugno, del 1968, per ragioni ancora ignote, persero la vita 71 “bosteros”, schiacciati e ammassati senza via d’uscita e l’età media di 19 anni rese tutto ancora più tragico. Provò a raccontarlo Pablo Tesoriere nel documentario “Puerta 12” perché sì ironia della sorte la porta d’ingresso aveva lo stesso nome e numero della curva dei tifosi gialloblù più caldi. Ci provò, meglio, uno dei sopravvissuti, Miguel Derrieu che all’epoca aveva 14 anni e che concluse l’intervista con un fatidico “non sono mai più andato a vedere il Boca”.
Per aspettare un altro Superclasico capace di regalare un trofeo bisogno aspettare il 2018. Prima però altri due, sempre negli anni 2000. Il primo nei quarti di finale della Libertadores del 2000, il 2-1 per il River dell’andata sembra complicare i piani al Boca di Bianchi ma la gara di ritorno è un altro compendio di cinematografia: i goal di Delgado e Riquelme portano sul 2-0 il Boca, il goal del definitivo 3-0 lo sigla un quasi zoppo Martin Palermo dopo un recupero lampo dopo la rottura del crociato e inserito a sorpresa dal guru Carlos. Nel 2004 sale la posta in gioco, è una semifinale e anche qui sembra tutto andare per il verso dei Millonarios al Monumental, ma Tevez all’89 firma l’1-1 (poi il 2-1 mandò le due squadre ai rigori e in finale il Boca) e mima con le braccia una gallina, diventato poi lo sfottò più caratteristico per gli acerrimi rivali. Apostrofati così anche nel 2011, quando in uno spareggio per non retrocedere il Belgrano di Ricardo Zielinski in panchina e Franco Vazquez in campo, mando il River in B per la prima volta nella sua storia.
GettyIl River sprofonda, il Boca festeggia, inconsapevole che quella sia punto di rinascita per i ricchi di Núñez. La risalita in massima serie nel 2012 è l’antipasto di ciò che verrà: 1 campionato, 3 coppe d’Argentina, 2 sudamericane e 2 libertadores. Nella prima, del 2015, affrontano e battono il Boca agli ottavi. Più forti nella doppia sfida, più forti dello spray urticante che i tifosi del Boca mettono nel tunnel della Bombonera nella gara di ritorno. Il gesto estromise il Boca dalla competizione. La seconda, nel 2018, la più bella. Nell’ultima edizione che prevede il formato andata e ritorno, si sfidano proprio le due acerrime rivali in finale: l’andata finisce 2-2, il ritorno non si giocherà mai al Monumental, lo spray urticante utilizzato stavolta da quelli del River gli scontri sono troppo grandi perché si giochi lì.
Il Santiago Bernabeu di Madrid è il teatro della sfida. Vince il River 3-1 e per tutti “el Boca está muerto”. Lo è ancora di più l’anno successivo, quando in un altro doppio scontro, in semifinale, sempre di Libertadores, avrebbe l’occasione di rifarsi. Perde 2-0 l’andata al Monumental e la vittoria 1-0 al ritorno non basta. E’ buio sulla Bombonera, in campo e nella dirigenza. Nel 2019 cambia tutto, dal presidente (con l’amato Riquelme a far parte dello staff) all’allenatore, Miguel Angel Russo che rimonta il River nel corsa al titolo e vince il campionato all’ultima giornata. Si ringrazia sempre Zielinski, che a Tucuman con il suo Atletico pareggia con il River e il Boca in casa contro il Gimnasia di Maradona vince con goal di Tevez, che prima del calcio d’inizio prima bacia sulla bocca proprio il Diez e poi segna, da un altro bacio allo scudo del Boca e si arrampica sulla rete che lo divide dalla Doce, emulando una sua esultanza del 2003.
Corsi e ricorsi storici, intrecci sociali, morte sportiva e non, resurrezioni. Nessuna tra River Plate e Boca Juniors si darà mai per vinta e chissà che un giorno si riesca a convincere anche Miguel Derrieu a tornare allo stadio e a gioire per il Boca, a gioire per “pasión”.




