GOALL’1 febbraio 2020 l’Union Berlino ha giocato la sua prima partita di Bundesliga nello stadio più grande di Germania, il Westfalenstadion di Dortmund. Per la verità ci aveva già giocato due volte in DFB-Pokal, nel 2017 e nel 2019, perdendo ai supplementari e ai rigori. Contrariamente ai due precedenti, la trasferta di campionato non è stata di certo una partita memorabile per gli Eisernen, sconfitti con un larghissimo 5-0 in una partita senza storia. Soltanto un uomo, con addosso la maglia Rot-Weiss dell’Union, ricorderà con piacere quella partita per il resto della sua vita. Perché è stata la prima volta in cui è tornato in quella che è stata la sua casa. Neven Subotic, d’altro canto, ha vissuto e respirato giallo-nero per dieci anni. Ed ha avuto un rapporto intenso con la maglia, l’ambiente e la tifoseria.
Al termine di Dortmund-Union, il difensore centrale serbo si è avviato verso la Südtribune, acclamato da tutti gli ottantamila presenti sugli spalti. Visibilmente commosso, si è goduto il momento, ringraziando tutti i presenti.
“Non so quanti giocatori al mondo possano vivere un momento come questo. Tutto il resto è passato in secondo piano in un istante", ha raccontato alla Ruhr Nachrichten. “Ciò che ho vissuto qui nella mia carriera non sarà mai dimenticato. Sono Neven e gioco qui da anni. Il legame c'è e come viene vissuto lo decide il tifoso".
Per la verità già nel 2017, mentre era in prestito al Colonia, Subotic aveva giocato da avversario contro il Borussia, salvo poi tornare alla base la stagione successiva. Il ritorno con l’Union, invece, è stato diverso. Anche perché è stato probabilmente l’ultimo, almeno da calciatore.
A 34 anni, il centrale serbo si è ormai ritirato, dopo le ultime esperienze in Turchia e in Austria. Per diversi anni ha fatto i conti con problemi fisici che lo hanno vistosamente limitato. In ogni caso, il bilancio della sua carriera non può che essere positivo, oltre ogni aspettativa. Specialmente se vista dalla prospettiva di un ragazzo serbo che in adolescenza studiava negli Stati Uniti.
“Quando ero all’università non immaginavo certo di avere una chance. Per i calciatori in America l’Europa è una specie di favola: si legge di tutto, ma è un mondo diverso, una qualità di calcio diversa” ha raccontato al podcast ‘Kicker meets Dazn’.
Negli Stati Uniti la famiglia Subotic ci è arrivata alla fine degli anni ’90, dopo aver vissuto anche in Germania, dove il papà si era trasferito quando il piccolo Neven aveva soltanto due anni. La famiglia l’avrebbe raggiunto qualche anno dopo. Poi il viaggio oltre oceano, prima nello Utah, poi in Florida. Non per motivi climatici, ma sportivi: la famiglia voleva iscrivere Natalija, la sorella di Neven, alla Nick Bollettieri Academy, l’accademia di tennis più celebre del mondo. E così anche per Neven fu la svolta. Si stava allenando da solo in un parco quando fu notato e consigliato all’università di South Florida, dove ha iniziato a giocare regolarmente.
Galeotto è stato il Mondiale Under 17, che Subotic ha giocato con gli Stati Uniti. Una sola presenza da titolare, contro l’Olanda. Espulso. È stato il Mainz ad identificarlo come possibile rinforzo. Da South Florida alla Renania-Palatinato. Inizialmente è stato un provino, sotto gli occhi di Jürgen Klopp. Presto si è trasformato in un contratto. Poi, un paio d’anni dopo, nel 2008, la coppia riunita nel segno del giallonero, a Dortmund. L’anno prima avevano disputato una stagione di Zweite Liga insieme, nella quale Subotic era diventato un titolare inamovibile del Mainz. Status che ha mantenuto a Dortmund sin dalla prima stagione, in cui ha saltato giusto l’ultima giornata per squalifica.
“Klopp è l’allenatore più influente del mondo. Non conosco nessun altro che abbia avuto un tale impatto sul calcio nel suo complesso, sul piano atletico e a livello umano”, ha dichiarato Subotic sul suo mentore al ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’.
Getty ImagesQuando la coppia con Hummels ha iniziato a formarsi ed affiatarsi, è cambiata anche la storia del Dortmund. La linea difensiva che è diventata una filastrocca, un mantra - Piszczek, Subotic, Hummels, Schmelzer - è diventata il fondamento su cui il Borussia e Klopp hanno costruito le loro fortune all’inizio dello scorso decennio.
“Non sono certo il giocatore tecnicamente più dotato, ma è qualcosa su cui sempre ho lavorato. E ho realizzato che chi lavora più duramente e più intelligentemente ha le maggiori probabilità di raggiungere i suoi obiettivi”.
E a proposito di durezza, Subotic è diventato l’icona del Meisterschale del 2012, il secondo consecutivo vinto dai gialloneri. Non per un goal, non per una giocata difensiva. No: per un urlo. Molto più ‘alla Subotic’.
Nella trentesima giornata, al Westfalenstadion si giocava il Klassiker contro il Bayern Monaco. Lewandowski a un quarto d’ora dalla fine aveva messo il Dortmund avanti e ad un passo dal titolo: con una vittoria ogni discorso si sarebbe chiuso. A quattro minuti dalla fine, Robben ha avuto sul sinistro il rigore del pareggio, dopo un episodio molto dubbio e molto discusso dal Dortmund. A mettere a tacere ogni discorso ci ha pensato Weidenfeller, che ha indovinato l’angolo e parato il rigore al numero 10 bavarese. Mentre il portiere aveva ancora la palla in mano, Subotic è andato a cercare l’olandese e gli ha urlato qualunque cosa.
Il karma avrebbe presentato il conto un anno dopo, dopo il Klassiker più importante della storia, la finale di Champions League di Wembley, con Jérôme Boateng che dopo il fischio finale sarebbe andato a cercarlo per urlargli a sua volta qualunque cosa.
Anche nel 2011 il serbo, che l’estate precedente aveva disputato il Mondiale in Sudafrica con la sua nazionale (poteva giocare anche per gli Stati Uniti), ha regalato ai tifosi un’immagine che rimarrà impressa nella memoria: festeggiando in strada, sul tetto della sua macchina, in mezzo ai fan indemoniati.
Gli ultimi anni di Subotic col Dortmund non sarebbero stati memorabili come i primi, colpa di tanti infortuni, compreso un crociato e una trombosi, che ne hanno frenato il rendimento. Ha cercato di recuperarlo al Colonia per una manciata di mesi, poi al St. Étienne. Ha scelto di accettare la sfida dell’Union Berlino nel 2019, nonostante guadagnasse molto meno di quanto prendeva in Francia. Un anno tra alti e bassi, ma chiuso con una salvezza importante, prima di volare in Turchia con il Denizlispor e poi in Austria con l’Altach. Esperienze in cui non è mai tornato il Subotic che si conosceva.
Sfortuna, probabilmente. Nostalgia, anche. Il motto del Dortmund è “Echte Liebe”, ‘Vero amore’. Sì, quello che esiste e sempre esisterà tra Subotic e il Borussia sarà echte Liebe.


