Qualcuno considera la lotteria dei calci di rigore il modo più crudele e spietato per vincere un incontro o, ancor peggio, un trofeo dall'importanza capitale: nell'ultima finale di Europa League ne sono serviti 22 per assegnare la coppa al Villarreal, addirittura 24 ne furono necessari per stabilire chi, tra Rio Ave e Milan, dovesse accedere alla fase a gironi il 1° ottobre 2020.
Ne bastarono molto meno - i dieci canonici per l'esattezza - per decretare la squadra campione d'Europa nella Champions League 2002/2003, in quella che resta la prima - e tutt'ora unica - finale tutta italiana della storia tra Milan e Juventus: un match trascinatosi fino all'ultimo secondo sul filo dell'equilibrio per quanto riguarda il risultato di 0-0, un po' meno sotto l'aspetto del gioco grazie ad una maggiore padronanza del campo da parte dei rossoneri.
In quei 120 minuti successe di tutto: un goal annullato a Shevchenko per fuorigioco attivo di Filippo Inzaghi, un miracolo di Buffon su un colpo di testa a botta sicura di 'Superpippo', la traversa colpita da Conte e l'infortunio durante il primo tempo supplementare di Roque Junior, rimasto stoicamente in campo. Ma il grosso della serata dell'Old Trafford avvenne in occasione dei rigori, alcuni dei quali calciati da gente per nulla abituata all'ebbrezza provocata dal tiro dagli undici metri.
Getty ImagesCon questa spiegazione si può motivare il 50% degli errori sui dieci tentativi totali, davvero troppi per il grado di crucialità dell'evento: di Trezeguet (che nel 2006 sbaglierà un altro penalty, altrettanto decisivo, in finale dei Mondiali), Zalayeta e Montero gli errori della 'Vecchia Signora', Seedorf e Kaladze i rossoneri 'imprecisi'.
Ma ad un errore dal dischetto spesso corrisponde una prodezza del portiere avversario: la particolarità di quel Milan-Juventus furono le cinque parate (tre di Dida e due di Buffon) dei due portieri, erettisi a muri contro le velleità dei rispettivi avversari che, a dirla tutta, non brillarono in quanto a pulizia tecnica con esecuzioni che considerare 'rivedibili' è un puro eufemismo.
Andò meglio agli juventini Birindelli e Del Piero e ai milanisti Serginho, Nesta e Shevchenko: dell'ucraino il rigore decisivo, rimasto scolpito nella memoria per quello sguardo tanto glaciale quanto fulminante nei confronti di Buffon, spiazzato impietosamente. Il proverbiale 'ghiaccio nelle vene' che verrà a mancare due anni più tardi contro il Liverpool, con Dudek a recitare il ruolo di guastafeste 'provocatore' con una danza molto simile a quella di Grobbelaar in Roma-Liverpool del 1984.
Un 'infortunio' che nella carriera di qualsiasi giocatore può manifestarsi all'improvviso, mentre resta più unica che rara quella sagra degli errori che premiò la squadra di Ancelotti, la cui fortuna fu quella di sbagliare un rigore in meno degli avversari. Il famoso dettaglio che nel calcio ad alti livelli è solito fare la differenza.




