Come faceva quella canzone? Uno su mille ce la fa? Lasciando da parte il gusto soggettivo sul pezzo di morandiana memoria, la realtà dei fatti è quella. Perchè per uno che arriva al top, ce ne sono migliaia che prima di vedere il proprio sogno spezzato, prendono consapevolezza della realtà delle cose. La fortuna, i geni, le conoscenze e mille altri fattori influiscono sul destino. A proposito il destino, c'è poi chi ce la fa, ma non riesce a salire il gradino successivo e superare l'asticella. Partiti insieme, Joan Verdù e Leo Messi hanno visto le proprie strade dividersi quasi subito.
Chi? Messi? Ah no, questo lo conosciamo. In realtà conosciamo anche Verdù, visto in Italia con la maglia della Fiorentina per qualche gara. Un buon giocatore, grande tecnica, ma meteora come tanti, figlio di una Fiorentina che negli ultimi anni ha sperimentato tanto senza trovare grandi campioni di continuità e idoli assoluti, eccezion fatta per i grandi uomini di calciomercato che tra l'altro si sono poi persi altrove. Non divaghiamo, è un'altra storia.
Messi e Verdù, dicevamo. E' il 2003 e Messi è appena stato promosso dal Barcellona C a quello B. Una squadra in cui anche Verdù milita, per il secondo anno consecutivo. Uno è figlio d'Argentina, l'altro della Catalogna e del suo capoluogo. Hanno quattro anni di differenza ma sono entrambi considerati predestinati, nonostante il talento albiceleste abbia dalla sua il vento estero a tirare la propria bandiera. Che sarà eterna.
Ha appena sedici anni Messi e comincia ad ottenere i primi minuti nel Barcellona B, mentre Verdù è un imprescindibile. Diventano amici e il primo è consigliato dal secondo, su come muoversi, sui modi cittadini, su come ridere delle gioie e delle digrazie di una città che l'ha accolto anni prima, ma di cui ancora non conosce i modi e i tempi. Non si può dire che Verdù si sia pentito di aver aiutato l'argentino ad emergere perchè in ogni caso, con quel talento, niente avrebbe potuto bloccare l'ascesa di uno, regalando il destino all'altro. Troppo elevato il tasso tecnico per lasciare alla sua ombra chiunque.
Nel 2004/2005 sono loro gli assi del Barcellona B. Verdù ha preso come missione il fatto di vedere Messi sbocciare, diventare grande e fare insieme, di nuovo grande, il club anche in Europa. Il primo segna nove reti in campionato, il secondo sei. Entrambi sono pronti al salto in prima squadra perchè i campioni, leggasi Ronaldinho, non mancano, ma un pizzico di carattere catalano e spirito giovane ed argentino, maradoniano, servono per dare quel brio in più ad un team di Rijkaard che farà storia.
Il salto di categoria sarà tale già in tale stagione, in Champions League, nella competizioni dei campioni. E' ancora la prima parte di stagione, la fase a gironi. Nel gruppo dei blaugrana, il F di cui fa parte anche il Milan (avanti come prima del raggruppamento), in calendario c'è Shakhtar-Barcellona. E' il 4 dicembre 2004 e Rijkaard vara il turnover lasciando allo stesso tempo fuori Deco, Ronaldinho ed Eto'o. Inserendo titolari sia il ragazzo di Barcellona, Joan Verdù, sia quello di Rosario, Leo Messi.
Partono dal 1' e subiscono la prima sconfitta della loro carriera in Champions League. Lo Shakhtar vince 2-0 dominando un Barcellona troppo molle e senza idee, che non riescono a partire da un Messi ancora veramente troppo piccolo ed inesperto e da un Verdù che deve condividere il centrocampo con Xavi e Iniesta. Sopraelevare i due fuoriclasse forse avrebbe portato ad un'altra carriera oltre quel match, chissà.
GettyInvece il destino è in agguato e divide i due amici. Uno rimane al Barcellona B perché non è che non sia pronto, ma è ancora utile alla causa. Non ha quell'appeal internazionale per giocare subito in prima squadra, nella quale farebbe sicuramente panchina. Uno viene promosso in prima squadra nel 2005/2006 perchè dai si parla di lui come di nuovo Maradona, è piccoletto e veloce, tiene la palla sempre nei piedi senza mai sbagliare, ha un taglio di capelli e un portamento che ispira tenerezza. E non ancora timore reverenziale.
Quella gara di Champions League è l'inizio e la fine. Così triste da una parte e così esaltante dall'altra. Ispirazione per milioni di persone alla fine, rimpianto o felicità perchè è comunque avvenuto all'inizio. Perchè quella contro lo Shakhtar, non di per sè per la mancata sufficienza ottenuta, ma semplicemente perchè in quel ruolo c'è troppo con cui confrontarsi sarà l'unica partita con la musichetta nelle orecchie per Verdù.
Di Messi sappiamo che 700 goal, sei Palloni d'Oro bla bla bla. Non sprechiamo parole. E Verdù? Mentre Messi comincia a volare con la maglia della prima squadra, viene ceduto al Deportivo la Coruna. Dove gioca con alti e bassi per un triennio, mostrando sì ottima tecnica, ma non abbastanza da conquistare una Nazionale che ha dalla sua troppi, veramente troppi, campioni. Fosse nato qualche anno prima, forse avrebbe avuto una fetta importante di presenze nella rappresentativa spagnola, ma deve accontentarsi dell'Under 20 prima e della Catalogna poi.
Come tutti i catalani è orgoglioso e torna in città per dimostrare che quella è la sua città, non di Messi. Gioca con l'Espanyol ed è veramente on fire, con reti, assist, giocate sopraffine. Ma sempre all'ombra del vecchio amico e della sua vecchia squadra, troppo potenti per ricordare che in città c'è qualcos altro oltre il Barcellona. Betis, la già citata Fiorentina, il Baniyas negli Emirati e il Levante sono esperienze non di chi ha rinunciato, ma di chi deve continuare a vivere di pallone, consapevole che la partita con lo Shakhtar è il passato e il presente è una buona carriera da calciatore. Non da fuoriclasse, forse non da campione assoluto.
Finisce in Cina, continua a sorridere perchè ha capito il destino. Non che il ruolo sia lo stesso, ma tra due giovani virgulti il Barcellona ha scelto numericamente di affidarsi a Messi. E raccontare ai nipoti che la sua carriera è continuata lontano dai Culè può solo avere una risposta: "Eh vabbè nonno, ovviamente non potevi competere...". Ovviamente no, ma cara famiglia, ho fatto bene anche io. Statene certi.


