Chiamare 'casa' Zagabria per MarkViduka probabilmente non è mai stata una vera abitudine nei suoi anni da calciatore. Anche perché, parlando di pallone, il suo nome è associato alla PremierLeague e al Leeds, con cui ha segnato quasi 70 goal in quattro anni e giocato una finale di Champions nel 2001. La sua vita privata però ora è diversa: dopo 100 reti tra Premier e nazionale australiana, l'ex attaccante vive nella periferia della capitale croata, lontano dai riflettori. E la sua occupazione non è nel calcio, ma dietro al bancone di un bar.
Quella del 'Non Plus Ultra' è diventata la principale attività di Viduka, oggi 44enne: ci lavora insieme alla moglie Ivana, che serve ai tavoli, mentre lui fa caffé e sta al banco. Lontano dalle pressioni del rettangolo verde, anche se, in realtà, un po' ne sente comunque. Lo ha raccontato a 'ESPN'.
“Fare qualcosa di diverso è bello. Fai un caffè non buono, lo butti via. Provo a fare i migliori caffè che posso. Penso di essere abbastanza bravo. Molti prendono seriamente il caffè...”.
La Croazia è il paese d'origine dei genitori di Viduka, che è sì nato in Australia, ma ha madre metà croata metà ucraina e padre croato. A Melbourne è nato e cresciuto, muovendo anche i suoi primi passi nel calcio. Il suo primo club è stato il MelbourneCroatia, squadra fondata da immigrati dell'ex Jugoslavia che volevano simboleggiare la libertà dal comunismo e dalla guerra. È arrivato fino al professionismo, poi è arrivata la chiamata della Dinamo Zagabria, al tempo Dinamo Croatia. Giusto due anni per conquistare tutti e farsi invitare dal presidente Tudman a vestire la maglia della nazionale croata.
“Non ho sentito di appartenere alla famiglia calcistica croata, ma a quella australiana. Il presidente croato ci ha provato, ho detto gentilmente che stavo bene dove ero".

Viduka diventerà un simbolo dei 'Socceroos', che porterà al Mondiale del 2006: è in campo da capitano quando l'Italia vince con il rigore di Totti negli ottavi di finale. Rigore che secondo Viduka (e non è l'unico a sostenerlo) non c'era. Ma non lo chiama rimpianto. Un rimpianto che ha, invece, è quello di non aver vestito la maglia del Milan. L'occasione c'è stata nel 2001, quando giocava nel Leeds. Aveva lasciato Zagabria per le eccessive aspettative, era passato dal Celtic, poi l'Inghilterra, i goal, un poker al Liverpool, la Champions. E Boban da intermediario.
"Nel 2001 potevo andare al Milan, volevano 38 milioni di sterline (circa 43 milioni di euro, ndr). Ero amico di Boban, stavamo negoziando i termini anche con lui. Alla fine il Milan ha fatto l’offerta giusta, il Leeds ha rifiutato. Ero un grande tifoso del Milan da piccolo. Forse semplicemente non doveva andare così".
Rimane al Leeds, una squadra diventata celebre proprio per il timbro australiano che davano lui e Harry Kewell, coppia indimenticabile. Anche se i due non si parlano dal 2013 per degli screzi. Niente Milan, niente United, con il quale c'era stata una trattativa. Nel 2004 Viduka va al Middlesbrough, poi al Newcastle. Nel 2009 retrocede, lui si ritira. Le vicissitudini lo portano prima a Melbourne, poi a Zagabria.
“All’inizio non volevo uscire dal calcio, volevo una pausa. Nessuno mi ha contattato, soltanto la federazione per essere ospite a delle cene".
E così, Non Plus Ultra. Sulla collina Sestina, poco fuori Zagabria. Lontano dai riflettori, senza i social network. Dai goal al bancone, a volte, il salto è molto breve.
