Per gli appassionati di calcio con meno di 25 anni, “nativi” della sentenza Bosman, l’idea di non poter schierare calciatori stranieri può suonare come minimo stravagante. Eppure, c’è stato un periodo estremamente lungo nella storia del calcio italiano in cui non era possibile ingaggiare calciatori dall’estero. La chiusura delle frontiere venne stabilita nel 1965 e inizialmente doveva durare un anno, con lo scopo di proteggere l’impiego dei calciatori italiani nell’anno che portava al Mondiale 1966 (davvero altri tempi); tuttavia all’indomani della disastrosa eliminazione dell’Italia contro la Corea del Nord, la chiusura delle frontiere venne prolungata per altri 14 anni, fino alla riapertura del 1980/81.
Fu in questo contesto che la Juventus 1967/68 si rese protagonista di una situazione inedita e mai più verificatasi successivamente: l’utilizzo di un calciatore straniero esclusivamente nelle Coppe Europee, eludendo la norma della FIGC che si riferiva alle sole competizioni nazionali e ottenendo l’esplicito via libera da parte della UEFA. Tutto sommato, bastava trovare un giocatore consapevole di poter giocare, nella migliore delle ipotesi, una decina di partite al massimo in stagione.
Il giocatore che, a suo modo, fa la storia si chiama Roger Magnusson, un ragazzone svedese classe 1945 che la Juventus ingaggia nella primavera 1965 dall’Atvidaberg, formazione di medio cabotaggio del calcio svedese. Un investimento in prospettiva, come si direbbe ora: Magnusson in Svezia è considerato uno dei migliori prospetti, ha addirittura giocato due mesi nel Flamengo salvo poi tornare in patria per una sorta di “saudade” al contrario, e la Juventus ha di fatto programmato con un anno d’anticipo l’acquisto del suo straniero per il 1966. Senonché, con le frontiere temporaneamente chiuse, la Juventus ha preso tempo prestandolo al Colonia per la stagione 1966/67: una buona stagione in Germania, e per la Juventus il sapore della beffa sempre più vicino. Avere in mano un talento, averlo scoperto prima degli altri e non poterlo schierare: esiste qualcosa di peggio quando si fa mercato?
Così la Juventus fa arrivare Magnusson a Torino nell’estate del 1967. Può giocare inizialmente solo le amichevoli, poi arriva la deroga della UEFA: l’ala svedese può essere schierato anche in Coppa dei Campioni. E’ bene ricordare che ai tempi le Coppe erano solo a eliminazione diretta, quindi con il rischio di giocare appena due partite e finire tutto a settembre. Indietro di condizione, Magnusson salta il primo turno contro l’Olympiacos, per esordire negli ottavi contro il Rapid Bucarest: e proprio contro i romeni segna l’unico goal della partita. Tutto bene? Mica tanto: i giornali dell’epoca parlano apertamente di giocatore “trascurato” in campo dai compagni, adombrando il sospetto – prontamente smentito – di “gelosia” nei confronti di un giocatore che porterebbe via il posto in attacco a uno dei titolari di campionato.
In realtà il rendimento di Magnusson cresce di partita in partita, compatibilmente con la scarsa continuità di impiego: in particolare, nei quarti la Juventus gioca contro i tedeschi dell’Eintracht Braunschweig. Sconfitta per 3-2 in Germania, vittoria in extremis per 1-0 a Torino: ma non valgono ancora i goal in trasferta, serve lo spareggio in campo neutro, e a Berna la Juventus stacca il pass per le semifinali grazie a un altro goal di Magnusson.
Contro il Benfica di Eusebio, che andrà poi a perdere la finale contro il Manchester United di George Best, la Juventus non ha scampo, e di fatto la doppia sfida contro i portoghesi chiuderà l’esperienza bianconera di Magnusson. Lo svedese giocherà qualche amichevole di fine stagione per poi andare all’Olympique Marsiglia, dove rimarrà sei stagioni vincendo due campionati e due Coppe di Francia e lasciando un ottimo ricordo di sé. A tal punto che tuttora su Facebook esiste una pagina di tifosi del Marsiglia dall’inequivocabile nome di “Vive le grand Roger Magnusson”. Segno che lo svedese ha fatto davvero la storia al Velodrome. Ma a suo modo, un piccolo record lo ha conquistato pure da noi.


