Un bambino aspetta tutto l'anno di vedere cosa Babbo Natale ha in serbo per lui. Ha scritto la letterina, l'ha consegnata ai suoi genitori ed ora aspetta di scartare quel regalo tanto agognato. Arriva il giorno, sia la mezzanotte o la mattina e la sagoma è quella lì, quella tanto desiderata. Con gioia comincia a scartarlo, quasi lo fa con gl occhi chiusi consapevole che non ci sarà nessuna sorpresa. Inesorabile però arriva, e il premio è diverso, radicalmente. Un po' quello che sperimentò Roberto Mancini nel 2015, con Geoffrey Kondogbia.
Terminata l'era al Manchester City, Mancini è di nuovo all'Inter. Ha vissuto un anno in cui ha dovuto ritrovare le abitudini milanesi e nerazzurre, cambiate nel corso degli anni. Ha una grossa voce in capitolo per il calciomercato perché sì, è stato essenziale nella rinascita meneghina post Calciopoli. Consegna la lista dei regali alla dirigenza e alla presidenza interista e in cima, con il numero 1 in una scala che va dall'assolutamente per favore al proprio se non c'è altro a disposizione, c'è Yaya Touré.
L'ivoriano è stato fondamentale nel Manchester City di Mancini e tra i due si è instaurato un ottimo rapporto. Si parlano a distanza, così che Yaya Touré possa impacchettarsi e farsi trovare nei balconi di Milano per essere festeggiato dai tifosi nerazzurri che passata la sbornia del Triplete e l'era Mourinho sono delusi, affamati di vittorie di campioni. Di giovani? Forse. Di esperti, sicuramente.
Mancini lo chiede, lo aspetta, sta per inchinarsi a lui, chiave per aprire le porte della Juventus e tornare ai vecchi fasti che lui per primo ha creato nel nuovo millennio dell'Inter. Alla fine un interno di centrocampo eccome se arriva, ma spoiler non è lui. Deve maturare, ma per qualcuno è già pronto. Costa 40 milioni, terzo giocatore più costoso della storia nerazzurra dietro Vieri e Crespo, ovvero due leggende assolute. La speranza è che possa diventarlo anche Geoffrey. Ahia.
E' un francese dal sangue africano, come l'ivoriano Yaya Touré. E' alto quanto lui, non possente come YT, ma comunque sulla strada per diventarlo. A vederlo da lontano, senza occhiali e affetti da miopia, il suo arrivo a Milano per un anziano con problemi di vista può veramente sembrare quello dell'ex Barcellona, a caccia di nuovi stimoli. Prima dell'amara verità.
PanoramicMancini sbuffa, ma deve farsene una ragione, perchè Yaya Touré ha scelto di continuare la sua carriera con il Manchester City e l'Inter ha deciso che sì, Kondogbia è come lui. Tranquillo Mancio, nessuna sorpresa, vedrai che renderà come ha fatto lui ai vecchi tempi:
Se ne fa una ragione, Mancini, svelando come quel trasferimento avrebbe potuto cambiare la storia dell'Inter:
"Yaya Touré sarebbe anche venuto, poi ha cambiato idea. Avere un calciatore come lui in squadra sarebbe stato importantissimo, fa sempre la differenza. E' di una categoria superiore, ci avrebbe cambiato totalmente".
Lui, Yaya, dall'Italia non vuole lo stipendio o l'amore dei tifosi, ma solamente usarla come esempio di bandiera, di terra fertile per giocatori dal solo club nel cuore, uno e unico. In tanti, da Milano a Roma, passando per Torino, hanno evitato di fare nuove esperienze, eseguibili anche lontano dal calcio, per rimanere simbolo immenso.
E così Yaya Touré spiega, affronta la realtà del no ad una e del sì all'altra:
"È il sogno di ogni giocatore. Ho provato a convincere alcuni calciatori a restare al club e mi hanno domandato ‘perché?'. Perché così hanno fatto Paolo Maldini, Franco Baresi, Alessandro Del Piero, lo stesso Totti. Loro sono rimasti a lungo nel loro club. È molto, molto importante, sia come persona che come calciatore, quando vedi che la gente ti segue. E a volte è difficile deluderli. I tifosi stanno facendo qualcosa di fantastico per questa squadra, quando il pubblico ti dimostra fedeltà non puoi ignorarla. Questo è il motivo per cui voglio restare al City. E intendo restarci a lungo".
Mancini allora, dall'alto della prima posizione a settembre 2015, in avvio di campionato, vede Kondogbia e ammira Yaya Touré, come se fosse lui. Perché sì, è giovane e sta andando bene. Si sfrega le mani la dirigenza perché conta di avere avuto ragione:
"Crescendo e maturando potrà diventare magari devastante come Yaya Touré da trequartista, ma Geoffrey anche da interno può fare benissimo attaccando quando vuole".
GettyNon ha una sola stagione per essere giudicato, ma come di consueto già dopo le prime difficoltà e la metà stagione andata in cantina viene travolto da quel nome che inizia con la y e finisce con è. Ah, se ci fosse stato lui. Ah, lui non è alla sua altezza. Ah, ma l'Inter è nuovamente pregna di bidoni, meteore e flop senza che ce ne accorgessimo. Giorno dopo giorno.
Kondogbia gioca una seconda stagione nel centrocampo dell'Inter uguale alla prima. La parola più giusta è: mediocre. Perché se al Monaco aveva mostrato buone doti, al confronto con una realtà più grande, questa si dimostra essere proprio tale, non ancora la sua dimensione.
Dimensione in cui il francese, divenuto Nazionale centroafricano, capiterà solo qualche volta e forse per sbaglio, di chi sa essere big a fasi talmente alterne da risultare come tutti gli altri mezzi giocatori del mondo. Abbastanza bravi da essere professionisti ed entrare in un gotha di milioni e convocazioni, ma non abbastanza da essere un campione.
Il rimpianto Yaya Touré consuma Mancini, il rimpianto Inter consuma Kondogbia in un circolo vizioso che non permetterà al 27enne di rendere senza pensare al passato e dimenticarlo completamente e al tecnico di pensare che l'ivoriano poteva arrivare, certo, ma l'opportunità era svanita e ormai da superare per il suo bene e dell'Inter, prima quarta diretta ai preliminari e poi settima.
Nella stagione del settimo posto Kondogbia cresce come uomo, dirà lui, ma finisce sballottato in un momento troppo duro, tra De Boer, Vecchi e Pioli. La sua sliding door è quella di chi è stato acquistato senza essere realmente voluto. Fosse stata la prima scelta, forse, psicologicamente, sarebbe divenuto Yaya Touré senza esserne sostituto forzato. Chissà.


