Pubblicità
Pubblicità
Laursen Milan GFXGoal

Ginocchio e lenti a contatto: la sfortunata e vincente vita di Laursen al Milan

Pubblicità

Ritirarsi poco oltre i 30 anni, impensabile. L'eccezione che conferma una regola del tardo nuovo millennio in cui i professionisti militano in campi d'elite fino ai 35 e ai 40, magari in qualche livello più basso della scala pallonara, così da continuare ad essere occupato, divertito dal lavoro di tutta una vita. Davanti ai continui infortuni non c'è però volontà di ferro che conta. Ginocchio su, ginocchio giù, risonanza magnetica, corsa individuale, allenamento sul campo, sessione in gruppo. E così via per anni, fino a quando a 31 anni si dice basta, decisi a godersi la famiglia, riguardando indietro con medaglie d'oro pesanti in bacheca e curiosi aneddoti da raccontare. Martin Laursen.

Non sono tanti i giocatori danesi riusciti ad essere fotografati con la Champions League o la Coppa dei Campioni tra le mani. Un bacio al freddo metallo capitato a 13 calciatori provenienti dallo stato nordico della Kongeriget Danmark. Negli anni '70 il primo storico fu interprete Johnny Hansen, per tre volte campione con il Bayern Monaco, prima di Lars Bastrup con l'Amburgo nel 1983 e dunque il magico quartetto del PSV 1988, Nielsen-Lerby-Heinfze-Arnesen. Da lì la Danimarca ha esultato con i due Laudrup, prima Michael con il Barcellona e dunque Brian con il Milan, ovviamente sua maestà Peter Schemichel come colosso del Manchester United e per ultimo Christensen del Chelsea nel 2021. In mezzo il trio del Milan, Helveg-Tomasson e proprio Laursen, nel 2003.

LA CARRIERA DI LAURSEN AL MILAN

Spesso vengono ricordati i primi due, ma in realtà né uno né l'altro giocarono o finirono in panchina nella finale contro la Juventus, a differenza di un Laursen spesso bistrattato ma convocato, seppure in panchina senza subentrare, e pronto a correre in campo ad abbracciare Dida e Shevchenko tra la disperazione dei colleghi bianconeri.

Per Laursen la Champions League vinta nel 2003 in maglia Milan rappresenta il più grande traguardo di una carriera falcidiata dagli infortuni, che come detto ne hanno condizionato il ritiro a pochi mesi dai 32 anni, quando vestiva la maglia dell'Aston Villa. In Premier sbarcò nel 2004, fino agli applausi del Villa Park nel 2009, da parte di tifosi che seppero sempre il valore del ragazzo, senza però mai goderselo al meglio: nonostante ciò, al momento di confermare gli scarpini appesi al chiodo, Laursen evidenziò di aver giocato il miglior biennio della sua carriera. Punto di vista personale.

Del resto Laursen dovette fare i conti con una concorrenza spietata ai tempi del Milan. Giocare da difensore centrale in una rosa che comprendeva Maldini, Costacurta, Nesta, Roque Junior e compagnia rendeva tutto più difficile. I tifosi viaggiavano mentalmente confrontando il danese con i miti italiani della retroguardia, giudicandolo non adatto a competere con loro. Probabilmente sì, visto il massimo livello con cui dover fare i conti, ma non completamente: dal punto di vista del gioco aereo aveva pochi rivali e con una tenuta fisica più solida, sarebbe potuto essere un top assoluto del ruolo nel nuovo millennio. Affidabile sì, fuoriclasse no. Un riassunto.

Arrivato al Milan, Laursen era ben considerato, titolare sotto Terim. Ancelotti in parte e Nesta, definitivamente, cambiarono però la sua storia, come evidenziato dallo stesso a TMW:

"Ho vissuto due anni difficili. Il primo anno con Terim e poi Ancelotti ho giocato, poi è arrivato Nesta e Maldini ha voluto giocare centrale. Con due giocatori così per me era difficile. Succedeva ogni tanto, ma non era semplice perché avevo bisogno di trovare continuità. A un certo punto mi venivano preferiti anche Costacurta e Roque Junior. Con una concorrenza così faticavo a trovare il mio spazio, ho giocato però il Derby del 2001. Una partita incredibile: vincemmo 4-2 dopo esser stati sotto. E' stata mia prima partita veramente importante in una grande squadra. I miei genitori erano a San Siro per l'occasione. Una serata indimenticabile".

La Champions League vinta dal Milan nel 2002/2003 vide Laursen fare panchina come seconda, o terza scelta, in maniera quasi continua. Ebbe anche lui delle opportunità, dettate dal turnover, che condizionarono il giudizio dei tifosi. Il ragazzo di Fårvang (paesino vicino a Silkeborg, città dove ha iniziato la sua carriera nel 1995, prima di passare all'Hellas Verona nel 1998) scese infatti in campo da titolare nelle uniche due gare perse dal Diavolo in quella vincente cavalcata.

180 minuti tra Real Madrid e Borussia Dortmund (dopo i pochi secondi nel finale dell'andata contro i gialloneri), due sconfitte del Milan. Ancelotti aveva però già ottenuto la qualificazione al turno successivo in seguito a quattro incontri su quattro vinti nel Gruppo 3 della Champions 2002/2003. Il Diavolo si presentava alla quinta sfida della seconda fase a gironi stagionale con 12 punti, 7 in più dei Blancos poi qualificati alla pari dei meneghini e 8 in più dei tedeschi. Fuori Pirlo, Rui Costa, Nesta e Dida, dentro tra gli altri Brocchi, Abbiati, Dalla Bona, Tomasson e lo stesso Laursen. Concentrato sul campionato, in cui arriva terzo a -11 dalla Juventus, il Milan giocherà senza grosse aspettative le ultime due sfide. Laursen però non sarà impeccabile e i tifosi non dimenticheranno dati e distrazioni.

Nel triennio 2001-2004 alla fine saranno 82 presenze, una Champions League vinta, lo Scudetto conquistato poche settimane prima della partenza all'Aston Villa, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Da gregario, per concorrenza mortale e ginocchio dolorante, vincerà quello che centinaia e migliaia di professionisti nella storia del calcio non hanno neanche sognato di conquistare, consapevoli dell'utopia del solo sperarci.

LAURSEN FA RIMA CON LENTI A CONTATTO

Non sono poi molti i giocatori, nella marea di calciatori in oltre cento anni di pallone, che vengono ricordati per caratteristiche particolari legate a dettagli del proprio corpo, a strani rituali prepartita o movimenti iconici tramandati nei secoli dei secoli amen.

Chi ha seguito la Serie A di inizio millennio, magari in maniera approfondita dall'alto dell'essere tifoso del Milan, ha lo stesso medesimo aneddoto riguardo Laursen. Nessuno come lui finiva nella lente d'ingrandimento per essere un giocatore miope. Più giocatori di quanto ci si aspetterebbe indossano le lenti a contatto, ma quando le indossava Martin, beh, queste avevano il potere di teletrasportarsi dalla sua superficie oculare per terminare la propria corsa tra l'erbetta del campo.

Il racconto popolare ha ovviamente ingigantito la questione, evidenziando che non spesso, ma il 100% delle volte, Laursen perdeva le sue piccole calotte trasparenti. Le cercava, le puliva, cercava di riposizionarle per continuare senza problemi la gara, come se nulla fosse successo. La totalità è ovviamente assurdamente elevata all'eccesso, ma c'è comunque da ammettere che in un paio di occasioni dovette farci i conti, persino costretto ad uscire dal campo e sostituito all'intervallo:

"Sono state create delle storie esagerate. A Verona non mi succedeva mai di perdere le lenti. Al Milan solo per alcune coincidenze sfortunate. Magari mi arrivava una manata da qualcuno e perdevo le lenti, è successo 2-3 volte"

LAURSEN OGGI

Esagerato vero. Comune no. Successo, sì. Nei forum di vecchia data si continua a parlarne come un buon giocatore, ottimo sul gioco aereo, ma spesso disattento. Disattenzione figlia di una mancata continuità, che Laursen ha sempre evidenziato di voler avere, chiuso in un mondo di giganti del ruolo. Chiusa la carriera a Birmingham, ha scelto la Spagna e in particolare Marbella, per stare con la famiglia ed allenare i figli di 8 e 10 anni. Semplicemente, come evidenziato a più riprese "si gode la vita".

Si è lanciato in alcuni corsi UEFA per il patentino di allenatore, ha svolto il ruolo di opinionista tv senza però mai vederlo come un lavoro su cui mettere tutte le proprie energie. Quelle sono destinate alla famiglia:

"Preferisco stare con loro e non in una società dove tutti i weekend sono via per le partite. Per ora preferisco questa vita, in futuro non si sa mai".

Una carriera vincente al Milan, ma sfortunata. Per dieci anni ha dovuto fare i conti con un ginocchio destro che non lo hai mai lasciato in pace. Come i commenti sulle lenti a contatto, perse una volta sì e l'altra pure. Sbagliato. Lui lo sa, gli altri pure. Vive e lascia vivere.

Pubblicità
0