Di “manite” il Clasico ne ha viste parecchie: l’ultima risale al 28 ottobre 2018, un 5-1 che esaltò il Barcellona e a livello pratico incenerì la panchina di Julen Lopetegui dopo poche settimane alla guida del Real . Ma c’è un giocatore che non solo ha giocato il Clasico da entrambe le sponde, non solo lo ha vinto con entrambe le squadre, ma lo ha vinto per 5-0 sia con la maglia blaugrana, sia con quella blanca. Il suo nome è Michael Laudrup .
Un nome che dice moltissimo anche agli appassionati italiani: figlio d’arte, talento precocissimo, nell’ultracompetitiva Serie A degli anni’80 era titolare a 19 anni nella Lazio, e a 21 alla Juventus dove era andato a prendere lo “slot” del secondo straniero, occupato fino ad allora da Zibì Boniek. L’altro straniero era un certo Michel Platini, che come il resto della vecchia guardia faticava ad assorbire il trauma della notte dell’Heysel. Laudrup vinse lo scudetto al primo anno, giocò una partita sensazionale a Tokyo contro l’Argentinos Juniors in Coppa Intercontinentale, ma di lì a poco finì nel relativo anonimato di una Juventus che in un paio d’anni aveva salutato Trapattoni, Platini, Cabrini e Scirea. La propria anima, insomma. E Laudrup alternava buone annate ad altre sconcertanti: per un danese, il soprannome più scontato era Amleto.
Nel 1989, dopo lungo corteggiamento, Cruyff lo portò al Barcellona e lo rese il fulcro di una squadra che crebbe anno dopo anno, vincendo 4 volte la Liga, la Coppa dei Campioni 1992 contro la Sampdoria a Wembley e altra argenteria assortita. Accanto a Laudrup arrivò il bulgaro Hristo Stoichkov, l’attaccante brasiliano Romario e piano piano si fece largo un giovane centrocampista catalano doc, Josep Guardiola. Ma era Romario, paradossalmente, il pomo della discordia tra Cruyff e Laudrup, perchè le regole dell’epoca permettevano di schierare contemporaneamente solo tre stranieri, e il Barcellona dall'estate 1993 ne aveva quattro: Koeman, Stoichkov, Romario e Laudrup. Il danese capì presto di essere il vaso di coccio e la dimostrazione plastica si verificò il 9 gennaio 1994, giorno di Barcellona-Real Madrid.
Getty ImagesLaudrup iniziò dalla panchina, il Barça sbloccò il punteggio al 24’ con una giocata da serpente a sonagli di Romario. I blaugrana raddoppiarono all’inizio della ripresa con la specialità della casa, la punizione-missile di Ronald Koeman, e poco dopo Laudrup fece il suo ingresso al posto di Stoichkov. Il Real non c’era più, i blaugrana dilagarono: Romario, ancora Romario e Iglesias per un 5-0 che non si verificava dal 1974, dal primo Clasico giocato da Johan Cruyff. Di Laudrup resta emblematica l’azione che portò al gol del 4-0: rubò palla sulla destra, entrò in area a testa alta, e davanti a Buyo sfoderò un assist “no look” (quando ancora nessuno li chiamava “assist no look”) per Romario, che potè solo appoggiare in rete. Nessuna esultanza, nessuna smorfia di gioia, l’entusiasmo di chi aveva timbrato il cartellino, seppur nella sua maniera scintillante.
La spia di un malessere che prese corpo in estate, quando Laudrup chiese di essere ceduto. La destinazione però fece rumore: a 30 anni, il danese ebbe il coraggio di passare agli arcirivali del Real Madrid. Per lui, la rivalità tra le due squadre non è mai stata un vero problema, come disse nel 2017 a Goal: “quando arrivi in un posto in cui la cosa più importante è battere il tuo rivale storico... io capisco questa cosa, ma per me era più importante vincere trofei. Se mi avessero chiesto: preferisci perdere i due Clasicos e vincere la Liga o vincere i due Clasicos e arrivare secondi in campionato... non ho dubbi! Voglio vincere trofei. Ma in quel periodo quando arrivai in Spagna le cose erano diverse rispetto a oggi, il Real era nettamente il miglior club e il Barcellona vinceva il titolo ogni sette, otto anni”.
Il 7 gennaio 1995, pochi mesi dopo il clamoroso cambio di maglia, si giocò al Bernabeu il Clasico d’andata. “Il Clasico non è una partita difficile in sè – continua Laudrup – Tutti ti motivano in continuazione. Il problema semmai sono le due partite prima, che non sembrano interessare a nessuno!” . La cosa sembra valere più per il Barça, che raccoglie 5 punti nelle quattro partite che anticipano il Clasico. Preludio a un disastro totale al Bernabeu. Anche qui ci fu un centravanti sudamericano immarcabile che segnò una tripletta: Ivan Zamorano, che fece il suo in meno di 40’ e di fatto preparò il terreno allo show della ripresa. Luis Enrique (anche qui come un anno prima va a segno un futuro allenatore del Barcellona...) e Amavisca fissarono il punteggio sul 5-0 finale. La rivincita perfetta: per vedere un 5-0 merengue bisognava andare indietro addirittura al 1953 e ad Alfredo Di Stefano.
Johan Cruyff fu il grande sconfitto della serata. Sconfitto dal punteggio, ma anche dall’aver spinto un giocatore come Laudrup tra le braccia dei rivali. A proposito di quella partita, dichiarò: “Giocava come in un sogno, un qualcosa di magico, voleva dimostrare la sua forza al suo nuovo club, nessuno poteva avvicinarsi al suo livello”.
Il 27 maggio seguente il Real fece visita al Barca, e l’accoglienza per Laudrup non è esattamente tenera: in 100mila lo fischiano al Camp Nou, la sua prestazione non è all’altezza, il Barca vinse 1-0 con un gol di Miguel Angel Nadal, “zio d’arte” anche se non lo sapeva ancora, ma nonostante tutto il Real riuscì a vincere il campionato. Facendo contento Laudrup, che per due anni di fila vinse sia il Clasico sia la Liga. Quando hai classe infinita, puoi permetterti di non poter scegliere.




