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Mansour Abramovich

La rivoluzione dei milioni: Chelsea e Manchester City, big dal nulla

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Sembra quasi siano stati lì da sempre. Sì, ci sono stati, ma non in quella posizione. Non in quell'elite. Certo, a seconda di chi racconta la storia, può essere molto diversa. Nascosta, tagliuzzata qua e là, ristretta ad un gruppo. Quello dei giovani, in questo caso, che solo davanti alla voglia di informarsi e non rimanere davanti ad uno schermo che passa le stesse immagini, in maniera passiva. Un 90enne inglese non avrebbe dubbi nel definire le grandi del proprio paese: Liverpool, Manchester United, Arsenal. Un 20enne non avrebbe dubbi, in ogni caso: Liverpool, Manchester United, Arsenal, Manchester City, Chelsea.

In mezzo, la verità. Che parte dal presupposto iniziale proprio della via di mezzo. Chelsea e Manchester City sono state per anni squadre di metà classifica, senza grossi investitori ma con un grande pubblico. Certo, inferiore rispetto all'altra parte di Londra, alla sponda opposta di Manchester. Un successo qui, un successo là. Qualche campione, alcune leggende: tutti calcolabili nella stessa mano.

Poi, passati i Zola e i Colin Bell, gli anni 2000. Il primo decennio, il secondo decennio del nuovo millennio. Di prepotenza i millenial, e i nati negli anni '90, si sono presi la scena mostrando al mondo con il petto in fuori come conoscessero tutto del calcio inglese. Sì, sono sempre stato tifoso del Chelsea, del resto è una grande. Sì, amo il Manchester City sin da quando son nato, una big incredibile. Naso lungo e gambe corte, perchè le bugie sono tali.

Ha cominciato a diventare big il Chelsea, è divenuto maggiorenne, se questo è il metro di giudizio per intendere qualcuno come grande, dopo qualche anno il Manchester City. Una è riuscita nel fine supremo di vincere la Champions League, l'altra è nel limbo di una strana grandezza, vista l'Europa mai conquistata. E pochi giri di parole, senza di quella, sono tante le squadre che i propri tifosi possono descrivere come leggendaria, senza realmente essere tale.

Juan Veron Joe Cole Ranieri Chelsea 07082003Getty Images

2003, Russia. 2008, Emirati Arabi. Prima il Chelsea, poi il Manchester City, vengono stravolti della propria identità per sposare il denaro, la vittoria, la gloria. Forse vendono l'anima al diavolo, ma nel nuovo calcio l'amore e lo sport sono soppiantati da altro, dall'industria e dal progresso a tutti i costi.

I social non sono ancora arrivati, ma il Chelsea crea una delle discussioni che renderanno il calcio sul web internazionale, continuamente chiaccherato. Ovvero, la possibilità di fare il mercato da mille e una notte non una, non due, ma dieci, venti volte. In maniera continua, cifre sempre più alte, portafoglio aperto fino alla sua deteriorazione e banca svaligiata dagli stessi proprietari per investire e spendere. Numeri mai visti vengono mostrati, tra l'indignazione e il segno del dollaro (della sterlina, dell'euro, fate voi) al posto delle pupille.

Abramovich fa la storia con l'acquisto di una società più costoso di sempre, rende leggenda da sgranare gli occhi la prima campagna acquisti della sua gestione al Chelsea. Qualcosa a cui non ci si abituerà mai, perchè quei milioni, così tanti, così scivolanti dalle mani e dalle tasche, sono sempre troppi per chiunque, o quasi, nel mondo del calcio.

Pronti via, 170 milioni alla prima finestra estiva. Per soli quattro giocatori, ovvero Crespo, Duff, Veron e Makelele, ne vengono spesi 92. Esplode il cervello, esplode il calciomercato. La corsa all'acquisto senza la trattativa diventerà la regola, perchè anche dodici mesi dopo, con quel Mourinho in panchina, saranno 166 quelli spesi. Drogba, Ricardo Carvalho, Paulo Ferreira.

Robinho Manchester City 2008Getty Images

Poi nel 2005, il Chelsea si calma. Dai, si scherza. Perchè 90 milioni sono inferiori a quelli spesi in precedenza, ma portano il totale di Abramovich a 450 milioni. Mezzo miliardo di euro speso nel calciomercato per due immediate Premier League, una FA Cup e una Community Shield. Vale la pena? Mah. Ma Abramovich ha una vasca piena di rubli, euro e sterline a cui attingere. E allora fino al 2008 dell'arrivo in pompa magna del Manchester City verranno spesi altri 90 milioni, e poi altri 59.

Il calcio è strano, è furbo. E anche la finanza lo è, lo rende ancor più particolare e pieno di coincidenze. Perchè quando il Chelsea torna sul mercato a livello base, spendendo 30 milioni, reduce da una stagione senza vittorie, il Manchester City spunta sulla scena con l'emiratino Mansour. Che fa di Robinho con 43 milioni il colpo più costoso nella storia dei Citizens, portando a 157 la cifra spesa per la prima finestra estiva.

Se il Chelsea ha rappresentato la prima squadra del nuovo millennio a poter spendere milioni senza limiti, il Manchester City più che raccogliere il testimone ha affrontato un testa a testa con i colleghi inglesi, ma con proprietà asiatica rispetto alla russa dei Blues, riuscendo ad avere la meglio. Spendere di più porta più trofei? In parte, ma senza decenni e decenni di gloria il Nirvana continua a non essere raggiunto. In 17 anni di milionari, una Champions a Londra, zero a casa Citizens. Considerando i milioni spesi, il salto è negativo. Tutti i trofei nazionali del mondo non possono portare alla stessa gioia e leggenda, allo stesso significato.

Dal 2008 sia Chelsea che Manchester City, vecchie squadre di mezzo divenute big nel cuore dei giovani e risposta ad anni di sofferenza nel cuore dei vecchi tifosi, hanno una proprietà capace di puntare il dito, acquistare, mettere sul piatto quella cifra, quell'altra e avere sempre ragione. Il bello del calcio? La regola dell'industria.

30 milioni per il Chelsea nel 2009, 150 per il Manchester City. La forbice comincia ad allargarsi, fino a quando nel 2011, il Manchester City vince la sua prima Premier League dopo 44 anni ed aver tristemente veleggiato nelle acque torbide della seconda serie inglese. Il 2010 porta i Citizens ad alzare l'asticella fino a 180 milioni, mentre i Blues decidono di risparmiare con soli 120 milioni. E' strano scrivere 'soli', forse meglio toglierlo. Anzi, lo teniamo, ad evidenziare come nasca un sorriso amaro.

2010-2019, il decennio di Chelsea e Manchester City. Del nuovo che uccide il vecchio, lo trasporta in soffitta tra dolci ricordi, prendendosi la scena con vestiti firmati e spese folli. Chiunque segua il calcio con attenzione e non marginalmente conosce la cifra spesa per Kepa, quella per Mendy o per Otamendi. Valutazioni gonfiate senza riuscire a scovare talenti, dinnanzi al mancato utilizzo dei propri giovani, mai così tendenti al merchadising e al marketing come quelli acquistati con il volto da stella del cinema.

La cifra spesa da Chelsea e Manchester City per diventare grandi? Se volete avere ancora un po' di stabilità mentale e nessuna risata nervosa, forse è meglio non saperlo. Solo un piccolo indizio? Gli zeri sono nove. Eh già.

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