C'è più soddisfazione nel crearsi il proprio mondo con fatica, impegno e sopratutto tempo. Dicono. L'importante è partire subito alla grande, scavalcando il passo dopo passo, semplice e puro. Dicono altri. Una questione soggettiva, che si mischia a come la vita è realmente, per molti. Per Eusebio Di Francesco, ad esempio, che da buon giocatore della Nazionale azzurra e della Roma, non ha avuto immediatamente il piatto pronto. Ma ha dovuto mettersi ai fornelli, cucinare e conoscere per poter consumare con gusto.
Nessuna panchina di Serie A immediata, nessuna chiamata dai suoi vecchi club della massima serie (tre dei quali in realtà caduti in disgrazia o quasi). Il patentino, la ricerca di qualcuno che volesse dargli un'opportunità per mostrare come i maestri avuti in passato lo avessero reso forte, adepto del 4-3-3 e dell'attacco, lui centrocampista (ex) dal marcato senso del goal.
Si ritira al Perugia nel 2005 e 38enne, tre anni dopo e ancora in teoria in piena carriera calcistica, parte la sua carriera da allenatore. Certo, tra i professionisti. Ma no, non in A e nemmeno in quella B dove termina la sua era da giocatore e rivedrà Di Francesco presente al suo cospetto in altre due occasioni, una delle quali sognante e a dir poco storica.
E' Lanciano la prima volta di Di Francesco. Ansia da prestazione, aspettative alte e risultati bassi nella Serie C del 2008. Prima divisione, girone B, lui come tecnico, per un club che a fine anno, senza di lui, riuscirà a salvarsi con diverse difficoltà, senza però rischiare di rimanere nella terza categoria per il rotto della cuffia. Il suo primo esonero, purtroppo non l'ultimo: ma le difficoltà fortificano il carattere e la vita va avanti.
Soprattutto perchè dopo essere esonerato dal Lanciano, Di Francesco viene chiamato a Pescara, praticamente un anno dopo. Riporta il club abruzzese in Serie B, scavalcando la Lega Pro prima divisione solamente con la seconda metà del campionato a disposizione. Poi però, come capita spesso a EDF (che bella sigla, no?) si ricade nel passato e nella quantità.
GettyEcco, quantità e qualità. La carriera di Di Francesco ha avuto entrambe, con la prima che quando diventa veramente tale, allargandosi più del dovuto, straborda a discapito della seconda. La seconda stagione di Pescara finisce con il tredicesimo posto in Serie B, troppo poco, troppo tempo passato a rimuginare su una squadra che avrebbe dovuto cambiare di più, probabilmente, per rimanere aggrappata alla cadetteria. Rimane, ma pensando ad uno standard minimo, senza provare ad andare vicino al sole.
Si avvicina al sole per la prima volta nel 2012, Di Francesco, quando viene chiamato dal Lecce in Serie A. Dura tredici gare, nove perse, per capire che le botte, ancora e ancora, servono per arrivare dove si deve arrivare. Al top. Il tetto lo raggiunge innanzittuto al Sassuolo, scoprendo troppo tardi che prima o poi tutto finisce. Ma stavolta arriva tardi, quel troppo tardi.
Perchè Di Francesco viene scelto da un Sassuolo con grandi progetti e al primo anno di Serie B riesce immediatamente a portarlo in Serie A. Eroe per sempre, eroe per caso? No, perchè l'esperienza comincia ad essere importante in ogni serie, la gavetta è utile, estrema mai. Viene esonerato nella stagione numero uno neroverde nella massima serie, poi torna, salva e progetta nel lungo periodo.
Un lungo periodo che vede il Sassuolo raggiungere l'Europa League, giocando ben dieci gare continentali. E allora sì che la gavetta funziona, no? Perchè la chiamata di una big finalmente arriva. E guarda caso, l'unica con cui ha giocato e brillato da giocatore. La Roma deve ripartire, Di Francesco fare l'ennesimo step. E cavolo se lo fa. Perchè forse è stato dimenticato, ma lui è in panchina quando la Roma ribalta il Barcellona sotto l'urlo di Manolas, attuo ad abbattere Messi. Ed è lui in panchina a sfiorare realmente la finale di Champions League, quella che un Liverpool spaventato nel finale contro i giallorossi vincerà qualche giorno più in là.
Poi, lì, la gavetta e tu, uomo di Roma e giallorosso, ti scontri contro la realtà, che hai già in realtà vissuto. Sia piccola o grande squadra, se sei altalentante o negativo, vieni messo alla porta. In una big, ancor di più. La Champions è dimenticata, ricordo abbattuto da sei sconfitte in campionato. Alle quali forse pensa mentalmente e senza volerlo quando accetta la Sampdoria. Perchè quella squadra non sembra essere di Di Francesco, poco mobile, con poche idee. Perfettamente descritta dal diretto interessato:
"Era l'esperienza giusta al momento sbagliato. Non per quello che ho trovato alla Samp dove c'è tanta competenza e qualità. Non era il momento giusto, ma è stata un'esperienza che mi ha fatto maturare".
Ad ottobre 2019 lascia e aspetta per un anno di trovare qualcuno che creda in lui per il 2020/21, dopo un anno passato tra studi e lockdown. E' il Cagliari a sceglierlo, deluso da un centenario andato male per demeriti della squadra, situazioni surreali, troppo entusiasmo e il pacchetto completo di errori su più fronti.
Avere 51 anni ed allenare: perfettamente bilanciato, come tutto dovrebbe essere. I giovani tempi di Lanciano sono dimenticati solo riguardo il tempo passato, non pensando a ciò che è passato in mezzo: soddisfazioni e delusioni immerse nella gavetta, che ha portato al top l'idea di molti. La soddisfazione tra alti e bassi nell'essersi creati il proprio percorso, un cammino duro ma appagante. E solo all'inizio.


