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Kai Havertz Chelsea Premier League 2021-22Getty Images

L'ascesa di Kai Havertz, lo scolaro modello che ha deciso le finali del Chelsea

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Ci sono due episodi che più di tutti gli altri scandiscono e raccontano Kai Havertz. L’uomo - anzi - il ragazzo, da una parte. Il calciatore - anzi - il talento, dall’altra. Due episodi agli antipodi in cui il classe 1999 è stato protagonista, che racchiudono perfettamente la sua essenza.

Il primo risale al 15 marzo 2017. Il Bayer Leverkusen doveva disputare gli ottavi di finale di Champions League contro l’Atlético Madrid, per la precisione la gara di ritorno. Aveva perso l’andata in casa per 2-4 e la qualificazione per la squadra di Roger Schmidt sembrava già compromessa, data la differenza di forza e di esperienza dei Colchoneros che rendeva una rimonta alquanto complicata. 

Per la trasferta di Madrid la squadra parte senza Havertz, rimasto a casa. Il motivo? Non un infortunio, nemmeno una squalifica, ma un impegno a cui un normale 17enne deve dare priorità: un esame scolastico molto importante. Ovviamente la decisione fa scalpore e notizia, per tutti ma non per Kai e per la sua famiglia, che vive ad Aachen (in italiano: Aquisgrana). Ci sono delle priorità e la scuola vien prima di tutto.

In più, già qualche mese prima Kai aveva sostenuto un test in condizioni, diciamo così, non proprio ottimali per uno studente. Era il 25 ottobre 2016, il Leverkusen era impegnato in DFB-Pokal contro lo Sportfreunde Lotte, club allora di terza serie. Entrato in campo durante i supplementari, aveva calciato, segnando, anche il rigore nella serie finale. Inutile ai fini del risultato finale: Bayer eliminato prematuramente, solo al 2° turno. 

Gli sarà pure toccata con ogni probabilità la lavata di capo da parte dell’allenatore Roger Schmidt, che era rimasto sul pullman fuori dallo stadio a seguire la partita causa squalifica. Insomma, non propriamente la vita di uno studente modello, a dirla tutta. 

“Ero sul punto di lasciare la scuola, non avevo più forze - ha raccontato Kai in un documentario prodotto dal Bayer Leverkusen un paio d’anni fa - Da un lato vieni celebrato, dall’altro devi essere uno studente normale. Poi ho parlato con l’allenatore Roger Schmidt, mi disse di finire gli studi”.


La scuola l’ha finita, per la gioia di mamma e papà. Dopo aver trascorso anni con i libri in macchina tra Aachen e Leverkusen, mentre i genitori lo portavano all’allenamento. Viaggi di oltre un’ora in cui il giovanissimo Kai sfruttava il tempo che aveva. Si è potuto dedicare pienamente al calcio, la cosa che certamente sa fare meglio. E a dimostrarlo è il secondo momento. Una momento che ha molti meno retroscena, ma uno di quei momenti che segna per sempre la carriera e più in generale la vita di un atleta.

Oporto, 29 maggio 2021. Al 40’ della finale di Champions League, la partita è ancora bloccata sullo 0-0 nonostante il Chelsea abbia avuto diverse occasioni. Almeno fin quando Mason Mount alza la testa e vede la corsa in profondità di Kai Havertz, in una voragine difensiva del City aperta da un movimento a tagliare di Timo Werner. L’ex Bayer Leverkusen si presenta davanti ad Ederson e segna dopo un rimpallo. Non un goal elegante, neanche lontanamente il più bello della sua carriera, ma senza ombra di dubbio per distacco il più importante. Almeno fino a qui. E pensare che non aveva mai segnato in Champions League fino a quel momento.

“Non so cosa dire, è una sensazione incredibile. Ho dovuto attendere per questo goal… Il Chelsea mi ha pagato tanto? Sento la pressione? Sì, ma non e ne frega niente, abbiamo appena vinto la Champions League”.

In effetti erano stati in molti a storcere il naso quando i Blues avevano deciso di mettere mano al portafoglio e sborsare una quasi tripla cifra di milioni di euro per portare via Havertz dalla BayArena. Veniva da una stagione positiva, ma meno di quella passata. Non solo in termini realizzativi (12 goal contro 17) ma anche come rendimento e come approccio alle partite, tanto che si era addirittura guadagnato qualche panchina. Un affronto soltanto a pensarlo nell’annata precedente.


Kai HavertzGetty

Peter Bosz al suo arrivo nel gennaio 2019 lo aveva impostato inizialmente come interno di centrocampo che insieme a Julian Brandt componeva un duo di mezzali di qualità eccelsa. Havertz aveva risposto alla grande, arrivando persino a mettere insieme un numero di reti inaspettato. Nella seconda stagione lo ha avanzato da punta molto frequentemente, per farlo maturare ancora di più. Thomas Tuchel, che nel gennaio 2021 se lo sarebbe ritrovato tra le mani al Chelsea, ha ringraziato.

“Lo vedo a metà tra un ‘nove’ e un ‘dieci’: deve avere la libertà di muoversi tra le due posizioni - aveva spiegato Tuchel - Ho grande fiducia in lui quando occupa quel ruolo. Non voglio che stia dieto la palla, lo voglio alto in campo, so che si sente in fiducia alle spalle degli avversari, tra le linee e negli spazi stretti. È un giocatore che unisce il ‘nove’, il ‘dieci’ e l’ala. Sono i mezzi spazi in cui si trova meglio e in cui può essere decisivo”.

Fino all’arrivo del tecnico tedesco, il suo approccio erra stato spesso criticato. Anche perché l’approdo in Blue non era stato facile, vuoi per le difficoltà di Frank Lampard nel trovare la quadra (nelle prime uscite Havertz passava i minuti a inseguire i terzini avversari), vuoi per il naturale tempo di adattamento che occorre ad un giocatore che passa da una realtà iper-protetta ad una delle massime esposizioni mondiali, vuoi per il prezzo.

“Capisco perché l’abbiano preso ma non capisco quale sia l’idea che Lampard ha per lui - aveva tuonato Bosz a ‘The Athletic’ - È bello che lo protegga davanti alla stampa, ma dovresti far giocare la squadra in funzione di un giocatore da 100 milioni e non sta succedendo”.


Kai Havertz Bayer Leverkusen 08122018

Cambio in panchina, cambio dell’aria. Havertz al centro del Chelsea, tanto da segnare - letteralmente - gli ultimi successi Blue. Perché c’è un terzo momento, probabilmente: quando in finale al Mondiale per Club il classe 1999 si è incaricato di calciare il rigore decisivo contro il Palmeiras ad Abu Dhabi. Freddo, glaciale. Senza farsi spaventare, come non ha mai fatto lungo tutta la sua carriera.

Tutto è iniziato ad Aachen, la città che è stata sede della corte di Carlo Magno, uno degli epicentri del medioevo. E pensare che poteva anche non iniziare visto che l’allenatore dei pulcini della squadra del suo quartiere inizialmente gli aveva detto ‘no’ perché era troppo basso per giocare con gli altri bambini — sebbene fosse il nipote del presidente. Per fortuna alla fine è andata in altro modo.

Poi l’Alemannia, prima squadra della città, gli ha dato una vetrina. In un 8-3 contro il Leverkusen colpi gli scout che non ci pensarono due volte. Da lì la crescita vertiginosa che lo ha portato a diventare un punto di riferimento nel Bayer e ora anche nel Chelsea. Con margini di crescita ancora infiniti. Il cielo è il limite.

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