Simon Kjaer si riprende il Milan. Il difensore danese, out da inizio dicembre per la rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro nei primi minuti del match contro il Genoa, è tornato in campo nella recente amichevole vinta dai rossoneri per 2-0 contro il Marsiglia.
Un periodo non semplice per il centrale milanista, che comunque ha saputo affrontare al meglio le difficoltà così come fa sul campo con gli attaccanti avversari. Del suo infortunio e di molto altro ha parlato in un'intervista concessa a 'Sportweek'.
"Non avevo mai sofferto un infortunio tanto grave e per la prima volta nella mia carriera dovevo affrontare un periodo in cui avrei lavorato da solo, lontano dal resto del gruppo. Mia madre mi disse: fai finta di essere un eremita, uno di quelli che vivono nella foresta, separati da tutto e tutti. Io mi sentivo proprio così. Sì, la società mi stava vicino, i compagni mi scrivevano incoraggiandomi, ma alla fine ero io a dovermi alzare alle 8 del mattino tutti i giorni per lavorare fino alle 8 di sera: terapia, rieducazione, da solo insieme al fisioterapista. Allora mi sono detto, se sembro un eremita, che sia così: taglierò la barba solo quando tornerò a lavorare con la squadra".
Nonostante il lungo periodo lontano dai campi, Kjaer ha è sempre stato ottimista sul suo recupero.
"Mai avuto dubbi. So quante ore ho messo dentro fino adesso. Ho avuto tanta pazienza, anche se ora inizia a mancarmi perché vorrei andare più veloce. Vorrei spingere, ma so di non poterlo fare troppo, perché se mi stiro adesso sto fuori quattro settimane. Non devo fare cavolate, devo rispettare i tempi e i segnali che mi trasmette il corpo. Se avessi avuto 24 o 26 anni sarebbe stato un altro discorso, ma non ho le capacità di recupero di allora".
Il danese ha poi raccontato il modo particolare in cui ha vissuto dopo l'infortunio la stagione, chiusa trionfalmente dal Milan con lo scudetto.
"Quando mi sono fatto male ho staccato la spina dal calcio per quattro mesi. Non guardavo neanche le partite. Ero in contatto con Pioli e i compagni, nient’altro. Non andavo a Milanello perché non avevo niente da dire e niente da dare. Sono tornato più o meno a dieci partite dalla fine perché potevo ricominciare a fare qualche lavoro con la squadra e restituire qualcosa di me. I ragazzi mi hanno accolto regalandomi la maglia col mio nome firmata da tutti loro. Il Milan è davvero una famiglia e io voglio bene a tutti. Cosa mi ha rubato l’infortunio? Io so di aver dato una grande mano a vincere questo scudetto, perché è stata la conclusione di un percorso di crescita, tecnica e mentale, iniziato due anni e mezzo fa, quando sono arrivato al Milan. L’anno scorso ho giocato solo 11 partite, ma lo scudetto lo sento mio. Lo abbiamo vinto tutti insieme".
Il difensore è certamente un leader del Milan: ecco come esercita la sua leadership e come convive con un'altra grande personalità come Zlatan Ibrahimovic.
"In campo posso anche essere un po’ cattivo con le parole, ma fuori cerco di capire come aiutare un giovane. C’è quello che ha bisogno di una carezza e quello con cui puoi essere più duro. Noi calciatori siamo strani… Mi sono serviti i cinque anni da capitano della mia nazionale. Se io penso di vincere una discussione con Ibra, resto deluso. Bisogna capire chi si ha di fronte, e lui nel suo genere è unico. Ma Zlatan apprezza chi non è d’accordo con la sua opinione e lo dice. Poi, alla fine decide lui e questo non può cambiare".
Un accenno anche a quanto è successo agli Europei, quando fu il primo a soccorrere il compagno Christian Eriksen.
"In casi come quello non puoi mai pensare prima di agire. Sorpreso? Spero solo che avrei agito allo stesso modo se, invece che soccorrere un compagno in una partita dell’Europeo davanti a milioni di spettatori tra stadio e tv, mi fossi trovato per strada alle prese con uno sconosciuto".
Chiusura sulla prossima stagione, con Inter e Juventus che vengono date per lo più avanti rispetto al Milan nei pronostici.
"Ma io li capisco. Le avversarie sono state aggressive sul mercato. Quando mancavano dieci partite alla fine, nessuno credeva nel nostro scudetto. Adesso diventa ancora più dura perché tutti vogliono battere i campioni d’Italia. Ma noi possiamo ancora crescere. Nessuno, qui al Milan, ha ancora finito di farlo. Anche noi vecchi: se il fisico inizia a crollare, la testa deve andare più veloce".


