Passare dalla panchina del Bayern Monaco ad allenare nella seconda divisione tedesca, avendo già uno status nobile dopo aver scritto la storia del Werder Brema per 15 anni, è una di quelle scelte che lì per lì non si possono spiegare. Ci vuole il proverbiale senno del poi, quello che sopraggiunge a bocce ferme. Ecco, quando Otto Rehhagel nel luglio del 1996 ha accettato di ripartire dalla Zweite Liga con il Kaiserslauten, quasi tutti hanno alzato il sopracciglio. Due anni dopo, quando ha vinto il Meisterschale più incredibile di sempre, le tessere del puzzle sono andate al proprio posto.
Già nella sua carriera da giocatore, Rehhagel era stato per sei anni sulla collina di Betzenberg. Nel 1996 è tornato in una veste diversa, manageriale, con la squadra sorprendentemente retrocessa. Alla guida del club il presidente Friedrich, che era stato suo compagno di squadra. Un matrimonio consumato dopo che la stagione 1995/96 era stata disgraziata sia per lui che per l’FCK. Rehhagel era reduce dalla bocciatura come allenatore del Bayern Monaco, uno dei rari fallimenti della sua carriera - anche se forse non pareggia il 12-0 subito dal Gladbach quando guidava il Borussia Dortmund negli anni ‘70 - in un ambiente troppo diverso dal suo modo di essere e di lavorare. Il club, invece, vince sì la DFB-Pokal, ma allo stesso tempo termina terzultimo in Bundesliga, al termine di una lotta serrata con il Bayer Leverkusen. Proprio con quest’ultimo ha giocato l’ultima partita, pareggiata 1-1. Due punti di gap decisivi per la retrocessione.
Cinque anni prima, trascinato dai goal di Stefan Kuntz, il Kaiserslautern si era laureato campione di Germania per la terza volta, la prima dagli anni ’50 del mito Fritz Walter, a cui oggi è intitolato lo stadio. D’improvviso, la squadra si è ritrovata a dover ripartire dalla seconda serie. Senza rivoluzioni, cercando di dare continuità. Tornare al piano di sopra è stata poco più che una formalità: miglior attacco con 17 reti in più della seconda, seconda miglior difesa, +14 sulla quarta classificata. Un dominio con una squadra fuori categoria, nella quale Rehhagel aveva anche richiamato Wynton Rufer, il bomber del suo Werder Brema all’inizio degli anni ‘90.
In quella rosa c’era la base della squadra che l’anno successivo, semplicemente con un paio di aggiunte mirate, avrebbe riscritto la storia. Continuità: giocatori di primo piano come Brehme, Kuka, Marschall, Schjønberg, Reinke, sono tutti rimasti.
Nessuna rivoluzione, nessun mercato faraonico. Soltanto un acquisto un po’ sopra le righe in termini economici: Ciriaco Sforza, centrocampista svizzero arrivato dall’Inter, o meglio, tornato dopo la prima esperienza tra il 1993 e il 1995, prima di seguire Rehhagel al Bayern. In Italia è stata una battuta in un film di Aldo, Giovanni e Giacomo a renderlo popolare, piuttosto che le sue prestazioni. In Germania, e in particolare nella Renania-Palatinato, ha fatto parlare il suo calcio. Inaspettatamente, un po’ come tutto il resto.
“Ero in vacanza e il telefono continuava a squillare. Se Otto vuole qualcosa non ti molla. Sapeva come sfruttare i giocatori a disposizione”.
Getty ImagesAi nastri di partenza di quella Bundesliga c’erano il Borussia Dortmund campione d’Europa in carica reduce da grandi cambiamenti e con Nevio Scala in panchina, il Bayern Monaco che l’anno prima era ripartito per la seconda volta da Giovanni Trapattoni, il Bayer Leverkusen dell’apprezzatissimo tecnico Christoph Daum, lo Stoccarda di Joachim Löw. I presupposti per una sorpresa, insomma, c’erano, ma il giusto. Sicuramente non per una sorpresa di tali dimensioni.
Uno degli uomini simbolo di quella retrocessione e risalita, il difensore danese Michael Schjønberg, alla prima giornata della stagione 1997/98 ha firmato con un colpo di testa la vittoria contro il Bayern Monaco. Quello stesso Bayern che si era liberato di Rehhagel qualche mese prima, considerandolo inadatto. Senso di vendetta. L’inizio di una cavalcata trionfale, di un campionato condotto in testa dalla quarta all’ultima giornata, vinto con 68 punti, una media secca di due punti a partita. Una quota che oggi sembra piuttosto bassa, ma non per i canoni dell’epoca: l’anno prima il Bayern aveva vinto il titolo a 71 punti, il Dortmund due anni prima agli stessi 68.
A proposito di simboli e di rivalsa. In campo la stella più brillante era quella di Olaf Marschall, attaccante di medio livello, nato e cresciuto nell’ex DDR. Giocava nella Lokomotive di Lipsia, sarebbe passato dall’Austria e da Vienna prima di arrivare a Kaiserslautern. Nelle prime due stagioni non era nemmeno arrivato alla doppia cifra. Sommata, però. Quei 21 goal in 24 presenze, con una lunga ‘pausa’ invernale, hanno rappresentato l’ennesimo episodio in cui nel calcio la classe operaia raggiunge il paradiso. Ovviamente un’annata così memorabile non l’ha ripetuta mai più, anche se si è tolto la soddisfazione di giocare al Mondiale del 1998, con una presenza nei quarti di finale contro la Croazia. Un cameo di una decina di minuti a giochi già fatti. Come fosse l’ultima speranza.
Getty ImagesA Kaiserslautern è stato la stella dei Roten Teufel, i diavoletti rossi. Nei quali militava anche un giovane Michael Ballack, appena arrivato dal Chemnitzer, in seconda divisione. Non ha giocato un ruolo rilevante nell’economia di quel successo. Così come Andreas Brehme, all’ultima stagione di una carriera che tra le altre cose gli ha persino riservato il privilegio di segnare un calcio di rigore decisivo in una finale mondiale. L’ultima impresa, nel 1998, con il Kaiserslautern. Con il Meisterschale tra le mani.
Non ci sono miracoli tattici diventati una specie di culto, come il 4-4-2 di Ranieri. Solo alcuni working class hero. Una storia particolarmente tedesca, potremmo dire. La squadra giocava un calcio basico, con il libero. Miroslav Kadlec, allora 33 anni, mediano ceco, numero 5. Anzi, libero. Il ruolo per eccellenza del Fussball fino alla fine degli anni novanta.
Olaf Marschall al sito dell’UEFA lo ha inquadrato in questo modo: ”Otto ci dava libertà in campo. Ci diceva la formazione e noi facevamo il resto. Tutti aiutavano in difesa, anche gli attaccanti, e inseguivano la palla appena la perdevamo”.
Aveva però un atteggiamento particolare in campo, aggrediva subito l’uomo appena la palla veniva persa. Quello che oggi si chiama Gegenpressing. L’arma vincente. Insieme a Marschall, ovviamente. Che ha segnato una tripletta contro il Borussia Mönchengladbach per rimontare uno 0-2 iniziale in un 3-2 finale. Il 4-0 al Wolfsburg all’ultima giornata ha sancito l’inizio della festa. 70mila persone in piazza, battuto il Bayern Monaco. Titolo insperato, insensato, inaspettato.
Sono passati ormai 23 anni da quella cavalcata, tanto incredibile quanto norma.e Oggi il Kaiserslautern milita in 3.Liga, da anni vivacchia nelle serie minori non riuscendo a ritrovare quantomeno serenità. Con uno stadio da 50mila spettatori troppo costoso da mantenere, una lunga serie di difficoltà da affrontare in termini economici. Il procedimento fallimentare nel giugno 2020 rischiava di mettere fine alla società, che si è riuscita a riassestare. Non ha più vinto un titolo da quell’anno.
E Herr Otto? Anche dopo aver lasciato in anticipo il suo posto al Kaiserslautern, dopo un pessimo avvio di stagione 2000/01, ha fatto l’impopolare scelta di sedersi sulla panchina della nazionale della Grecia. Anche quella volta, si è alzato più di un sopracciglio. Tre anni più tardi il calcio ellenico ha vissuto la pagina di storia più grande di sempre vincendo l’Europeo 2004.


