GOALAriel Ortega, Pablo Aimar, Juan Roman Riquelme, Marcelo Gallardo, Javier Saviola, Diego Buonanotte, Andres D’Alessandro e diversi altri ancora. Hanno tutti in comune il fatto di essere argentini, di essere stati del talenti straordinari e di aver ricevuto in dono qualità calcistiche fuori dall’ordinario. Ad accomunarli però c’è anche il fatto che tutti hanno fatto parte di un ‘club’ inizialmente molto ristretto, che poi con il passare degli anni si allargato fino a comprendere anche giocatori che di speciale avevano poco, ma che in un modo o nell’altro erano riusciti a guadagnarsi le attenzioni di molti: quello degli ‘Eredi di Maradona’.
Gli appassionati di calcio non solo argentini, ma di tutto il mondo, per anni hanno sentito l’esigenza di individuare quel campione capace di seguire le ombre del ‘più grande di tutti’, quasi fosse necessario trovare qualcuno capace di far sognare come solo il Pibe de Oro era riuscito a fare. La lunga ricerca si è probabilmente interrotta solo con l’esplosione di Leo Messi, l’unico vero fenomeno capace di reggere il confronto con ‘El Diez’, ma intanto l’etichetta di ‘Nuovo Maradona’ ha accompagnato le carriere, o quanto meno le prime fasi delle carriere, di molti ragazzi e la cosa si è spesso rivelata essere un fardello troppo pesante da portare in giro per i campi di tutto il mondo.
Colui che più di tutti è parso per alcuni anni realmente in grado di raccogliere quella che in ambito calcistico non può non essere considerata la più grande delle eredità, è stato probabilmente Javier Saviola.
E’ stato un talento precoce, anzi precocissimo, tanto da meritarsi l’ingresso nel settore giovanile del River Plate ad appena nove anni. Il suo modo di accarezzare la palla, di scappare via agli avversari e disegnare calcio, nulla avevano a che fare con quello dei suoi coetanei e la cosa non passò inosservata ad Adolfo Pedernera che, dopo averlo notato su un campetto, chiamò i dirigenti dei ‘Millonarios’ pronunciando parole che vanno ben oltre la semplice raccomandazione: “Dovete prenderlo”.
I suoi sono d’altronde occhi estremamente allenati. Sono quelli di una leggenda del calcio argentino, di un attaccante che secondo Alfredo Di Stefano, ovvero colui che ne raccolse l’eredità nell’attacco del River, poteva tranquillamente essere considerato il migliore di tutti i tempi.
“Chi è stato il più forte tra il sottoscritto, Pelé e Maradona? Voi non avete mai visto giocare Pedernera. E’ stato un gradino sopra tutti. E’ stato il calcio”.
Ad accorgersi delle qualità di quel ragazzo minuto che con il pallone può fare tutto ciò che vuole è anche Ramon Diaz che, ad appena sedici anni, lo lancia in prima squadra e lo fa esordire in campionato. Lo inserisce tra i ‘Los Quattro Fantasticos’, un gruppo che comprende anche Pablo Aimar, Ariel Ortega e Juan Pablo Angel: il tasso di qualità a disposizione è enorme, ma tra tutti è proprio Saviola, che diventerà il più giovane calciatore della storia argentina a debuttare con un goal, quello più dotato di tutti.
I tifosi del River lo adottano e gli affibbiano un soprannome ‘El Conejo’, che è dovuto agli incisivi sporgenti, a quel sorriso che si allarga da una guancia all’altra, ma anche alla capacità di scappare via agli avversari con un’agilità ed una velocità disarmante. Come un ‘coniglio’ appunto.
Saviola non solo dimostra che, nonostante la giovanissima età, in una squadra come quella dei ‘Millonarios’, una delle più prestigiose al mondo, può starci bene, ma ne diventa fin da subito il trascinatore. Con le sue 15 reti in sole 19 partite spinge il River fino al trionfo di un torneo d’Apertura del 1999 conteso fino all’ultimo istante da Rosario Central e Boca Juniors. ‘El Clarin’ lo premia quindi come rivelazione dell’anno e il mitico portiere paraguaiano, José Luis Chilavert, il giorno della premiazione ammetterà: “Erano moltissimi anni che non si vedeva un talento così”.
Sempre nel 1999 arriva anche il riconoscimento più importante: viene infatti eletto Giocatore Sudamericano dell’Anno, precedendo con ampio margine in classifica Arce e Riquelme. A confermare ancora una volta la fama di talento precocissimo, diventa il secondo giocatore più giovane di sempre a vincere un ‘Pallone d’Oro’ Sudamericano.
DANIEL LUNA/AFP/Getty ImagesSaviola intanto non si ferma ed anzi trascina il River anche al trionfo nel Clausura 2000, raggiungendo a vent’anni non ancora compiuti, la consacrazione.
In Europa impiegano pochissimo tempo ad accorgersi di lui e nell’agosto del 2000 è il Barcellona a farsi avanti con una proposta da oltre 40 miliardi di lire. Il River Plate ringrazia, ma rispedisce l’offerta al mittente.
‘El Conejo’ è deluso dalla decisione del suo club, ma non si lascia abbattere. Nell’estate del 2001 trascina l’Argentina al trionfo nel Mondiale U20 con 11 reti in 7 partite (un record nella storia del torneo) e quando ormai tutti parlano di lui come del nuovo fuoriclasse del calcio per lungo tempo atteso, capisce che ormai il River gli va stretto.
Rispetto ad un anno prima la valutazione è quasi raddoppiata, ma la cosa non spaventa il Barcellona che fa pervenire a Buenos Aires una nuova offerta. Il River è pronto a resistere ancora una volta, ma è lo stesso Saviola a farsi avanti e a chiedere pubblicamente di essere liberato attraverso una lettera inviata a tutti i giornali del suo paese. I ‘Millonarios’ capiscono che il ragazzo mai avrebbe rinnovato il contratto in scadenza nel 2002 e sono costretti a cedere e a lasciar partire il loro gioiello.
Come Maradona nel 1982, anche Saviola lascia la sua Argentina per approdare al Barça e il suo trasferimento viene accompagnato dalla ‘benedizione’ del Pibe.
“E’ un trequartista, ma segna come Van Basten. Guarda la porta e mette il pallone lì dove per il portiere è impossibile arrivare. E’ un fenomeno e spero abbia ancora più fortuna di me”.
Dietro al desiderio di approdare in Spagna c’è anche la volontà di poter garantire al padre, gravemente malato, le migliori cure possibili. A Barcellona lo sanno e lo adottano ben presto, riservandogli tra l’altro un’accoglienza straordinaria.
‘El Conejo’ nel frattempo è diventato ‘El Pibito’, ovvero il piccolo Maradona, ma quella nella quale approda è una squadra che sta vivendo un periodo di transizione. I giovani, quelli che contribuiranno anni dopo a fare grande il Barça di Guardiola, sono troppo acerbi ed il gruppo di olandesi che comanda nello spogliatoio è composto da diversi elementi che hanno già dato il meglio.
Saviola si mette in mostra con 17 reti nel suo primo anno in Liga, ma quella guidata da Rexach è una squadra che, pur spingendosi fino alle semifinali di Champions League, in campionato semplicemente non può competere per il titolo.
La seconda stagione non parte bene, ma le cose migliorano con l’esonero di Van Gaal e l’approdo in panchina in Radomir Antic, mentre il terzo anno, con Rijkaard alla guida della squadra, arriva finalmente il salto di qualità, ma intanto il popolo blaugrana ha trovato un altro campione del quale innamorarsi perdutamente: Ronaldinho.
Getty ImagesE’ il 30 agosto 2004 quando Saviola, al quale nel corso dei mesi precedenti sono stati garantiti sempre meno minuti, passa in prestito al Monaco. Dopo una sola annata in Francia torna il Spagna per accasarsi ancora in prestito al Siviglia, squadra con la quale vincerà il suo primo trofeo in Europa (la Coppa UEFA), e poi di nuovo al Barcellona, club dal quale si congeda con 5 reti in 18 partite di campionato.
In molti si è già insinuata da tempo l’idea che ormai Saviola abbia già offerto il massimo di quello che poteva offrire e che l’ennesimo giocatore chiamato a raccogliere l’eredità di Maradona abbia fallito nell’intento impostogli da molti.
Scaduto il contratto che lo legava al Barcellona, si trasferirà al Real Madrid, dove riuscirà a vincere finalmente la Liga, ma vivrà due annate da semplice comprimario. Sarà successivamente in Portogallo al fianco di Pablo Aimar (suo ex 'gemello' al River e altro talento infinito inserito nel club degli ‘Eredi di Maradona’), in un Benfica che si riscoprirà per tre annate ottimo protagonista (vincerà anche un campionato e tre Coppe di Lega), e poi le successive stagioni scivoleranno via tra Malaga, Olympiakos e Verona.
Quello che approda all’Hellas è un giocatore di 33 anni che si è lasciato alle spalle il meglio del suo calcio. Sono in molti a saperlo, ma il cuore dei tifosi scaligeri torna a vibrare come non faceva da tempo, e comunque Saviola accetta la sfida con entusiasmo.
“È stata una trattativa breve, sono contentissimo di essere in una società che sta crescendo così tanto e che vuole fare grandi cose. Cercavo motivazioni importanti e per me me è un privilegio essere qui. Volevo un campionato competitivo e l’Italia è l’ideale. Vorrei che questo club crescesse con me”.
Quella in Italia sarà un’esperienza priva di acuti, che si chiuderà con 15 presenze in campionato condite da un solo goal (un altro lo segnerà su rigore in Coppa Italia contro il Perugia).
Nel luglio del 2014, a quattordici anni di distanza dal suo addio, farà ritorno al River Plate, ovvero lì dove era giusto che si chiudesse un cerchio che l’ha portato in giro per il mondo.
La velocità non è più quella di un tempo, e la brillantezza nemmeno, ma la classe è quella di sempre e i suoi ultimi mesi da calciatore gli riserveranno la gioia più grande: la vittoria nella Copa Libertadores.
Quando ‘El Conejo’ annuncerà l’addio al calcio giocato, lo farà potendo vantare 40 presenze con la Nazionale, un Oro olimpico e qualcosa come 234 reti complessive segnate in carriera.
Non verrà ricordato come uno dei migliori di sempre, ma catalogarlo semplicemente come l’ennesimo ‘Maradona mancato’ non sarebbe giusto. Prima di Messi, nessuno come lui è riuscito a far pensare, seppure solo per un breve lasso di tempo, che fosse veramente possibile tornare a vedere su un campo di calcio cose degne del ‘Pibe de Oro’.


