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Atalanta Malines

Quando l'Atalanta sfiorò l'Europa: arrivò in semifinale di Coppa delle Coppe

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Immaginare oggi l’Atalanta in Serie B è un esercizio complicato, mentre è certamente molto facile pensarla grande protagonista in Europa. Gli ultimi anni ci hanno abituato a vedere gli orobici ai vertici del calcio italiano e la stagione che stiamo vivendo non ha fatto che rafforzare questa concezione.

I quarti di finale raggiunti in Champions League dopo una fase a gironi al cardiopalmo e gli ottavi di finale superati di slancio travolgendo il Valencia, uniti ad un terzo posto finale nello scorso campionato figli di un calcio praticamente unico in Italia e di quasi 100 goal segnati, rappresentano il naturale proseguimento di quanto già fatto vedere nelle ultime annate. La Dea però non sempre ha fatto parte del ristretto gruppo delle ‘big’ del calcio nostrano. Anzi, il suo accesso nel ‘salotto buono’ se l’è guadagnato solo di recente. Ma c’è stato comunque un momento della sua storia nel quale, pur vestendo i panni dellaCenerentola per antonomasia, ha fatto sognare con le sue imprese un Paese intero.

Siamo nella stagione 1987-88 e l’Atalanta è reduce da un’annata amara. In Serie A non è andata oltre il quindicesimo posto che vuol dire retrocessione in Serie B e la Coppa Italia ha riservato la delusione di una doppia sconfitta in finale contro il Napoli più forte di sempre: quello di Maradona.

I partenopei, però, nel frattempo si sono laureati campioni d’Italia. E proprio quella finale vuol quindi dire per i nerazzurri accesso alla Coppa delle Coppe e l’inizio di un’avventura che in pochi potranno anche solo immaginare.

L’annata si apre con l’approdo in panchina di Emiliano Mondonico, uno di quelli che si è guadagnato di diritto più di una pagina nel libro della storia del club. L’obiettivo è provare a tornare subito in Serie A. Quello che in molti non sanno, però, è che sarà il cammino europeo a regalare le emozioni più grandi, quelle che ancora oggi nessun cuore nerazzurro può dimenticare.

Atalanta 1987-88

Come ogni grande storia che si rispetti, l’inizio è complicato. E’ il 16 settembre 1987 e nell’andata dei sedicesimi di finale la Dea scende in campo in Galles contro il non irresistibile Merthyr Tydfil: 2-1 per i padroni di casa, a decidere solo le autoreti di Icardi e Progna. Al ritorno la musica cambia decisamente e a mettere la firma nel 2-0 che vuol dire passaggio del turno sono Garlini e Cantarutti, ovvero i due attaccanti titolari della squadra.

Negli ottavi di finale l’avversario è più ostico, ma è comunque alla portata: sulla strada dei nerazzurri c’è l’Ofi Creta e anche questa volta le cose si complicano fin da subito. In Grecia finisce 1-0 per i padroni di casa, ma a Bergamo un altro 2-0 vuol dire passaggio del turno.

Ai quarti di finale l’Atalanta si presenta, a detta di molti, con il ruolo di vittima sacrificale. Sulla strada nei nerazzurri c’è lo Sporting Lisbona e, a differenza di quanto accaduto nei primi turni del torneo, questa volta l’andata va giocata a casa. I favori del pronostico sono tutti per i lusitani ma al Comunale finisce ancora 2-0, questa volta con reti di Nicolini su rigore e di Cantarutti. Il vantaggio acquisito è importante, ma all’Alvalade servirà comunque un’impresa. Lo Sporting passa al 66’ con Houtman, ma all’81’ è apoteosi nerazzurra: il solito Cantarutti scatta sul filo del fuorigioco, si invola verso il portiere Damas che ha lasciato la sua area in un tentativo di uscita disperata, lo salta e mette in rete il pallone che vuol dire semifinale.

L’Atalanta tiene incollati davanti ai teleschermi oltre 8 milioni di italiani, che a questo punto credono in un qualcosa fino a pochi mesi prima difficile solo da immaginare. Ad attendere la Dea in semifinale c’è una squadra al suo debutto nelle coppe europee: il Malines (o Mechelen, in fiammingo).

I belgi sono reduci da un quarto di finale sofferto contro la Dinamo Minsk e sembrano rappresentare un ostacolo abbordabile. Nel match d’andata, che si disputa nel piccolo Argosstadion Achter de Kazerne, i padroni di casa passano in vantaggio con Eli Ohana, un talento israeliano che non sarebbe poi riuscito ad emergere come in molti avrebbero pronosticato dopo appena 7’, ma già all’8’ Stromberg pareggia i conti. La partita scivola via in sostanziale equilibrio, ma all’83’ è Den Boer a trovare il goal che vale il 2-1 e la vittoria.

Il risultato del primo dei due incontri è sfavorevole ai nerazzurri, ma il goal segnato in trasferta lascia in dote molto più che una semplice speranza. Il 20 aprile 1988 sono quasi 40 mila i tifosi pronti a festeggiare l’impresa al Comunale e al 39’ è tripudio totale quando Garlini realizza il calcio di rigore che porta la Dea ad un passo dalla finale di Strasburgo.

L’Atalanta, unica italiana ancora in corsa in Europa, sospinta dal un catino rovente, ma anche da un Paese intero, se la gioca alla grandissima ma deve fare i conti con Michel Preud’homme, semplicemente uno dei più grandi portieri della sua epoca. Para di tutto, il monumento belga. E il resto lo fanno Rutjes con un gran goal in girata ed Emmers che chiude definitivamente la pratica fissando il risultato sull’1-2.

E’ la notte che coincide con la fine di un sogno, ma anche quella che consegna comunque Mondonico e i suoi ragazzi alla storia. Era quella l’Atalanta di Piotti, Carmine Gentile, Progna, Bonacina, Ivano Bonetti, Icardi, Nicolini, Fortunato, Cantarutti (l’eroe di Lisbona), Garlini (il bomber della squadra) e del trascinatore Glenn Stromberg e nessuno mai riuscirà ad eguagliare la loro impresa. Resta quello il miglior piazzamento raggiunto in una coppa europea da un club non iscritto alla massima categoria nazionale.

Quell'edizione della Coppa delle Coppe fu poi vinta proprio dal Malines, che a sorpresa in finale superò 1-0 l’Ajax di Menzo, Blind (espulso al 16’), Winter e di un giovanissimo Bergkamp. E alla Dea non rimase che la ‘consolazione’ a fine stagione del ritorno in Serie A.

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