C’è stato un tempo neanche troppo lontano in cui anche la Serie B aveva le sue coppe europee: tornei di assoluto prestigio e tradizione, che hanno permesso a diverse squadre del nostro calcio di regalarsi giornate indimenticabili e un trofeo internazionale da esporre con orgoglio in bacheca.
Oltre alla Mitropa Cup, che negli anni’80 fu qualcosa di vicino a una “Coppa dei Campioni di Serie B”, ci fu negli anni’90 il Trofeo Anglo-Italiano, che anche solo per il fatto di allargare la partecipazione a otto squadre contro la sola vincente della Mitropa, divenne per quei quattro anni di vita un torneo di culto. In realtà l’Anglo-italiano esisteva sin dal 1970, soggetto a frequenti cambi di formula che lo portarono a essere dapprima riservato anche a formazioni di massima serie (la Roma lo vinse nel 1972), quindi successivamente a squadre di Serie C: per Monza, Lecco, Udinese, Triestina e diverse altre il trofeo Anglo-Italiano rappresenta l’unico pezzo d’argenteria “internazionale”.
Nel 1992/93, preso atto del declino irreversibile della Mitropa Cup, complice anche lo scoppio della guerra in Jugoslavia, si decise di rilanciare l’Anglo-Italiano: 8 squadre di serie B da una parte (le 4 retrocesse dalla A e le quattro migliori non promosse della precedente stagione) e 8 squadre dalla allora First Division, oggi Championship. Formula complicata solo in apparenza: due gironi da 8, si affrontavano in gare di sola andata squadre italiane contro squadre inglesi. Da ciascun girone si qualificavano due italiane e due inglesi, e qui il tabellone a eliminazione diretta si sdoppiava: c’è una parte con le quattro italiane e una con le quattro inglesi. Le vincenti dei due tabelloni si affrontavano in finale a Wembley. Sembra complicato, e un po’ in effetti lo è, ma per vincere il torneo a Cremonese, Brescia e Genoa servirono 7 partite, nemmeno tantissime.
C’è da sottolineare una cosa: il livello della Serie B dei primi anni’90 era di molto superiore a quello attuale, soprattutto nel confronto con i pari categoria inglesi, ancora toccati poco o nulla dall’internazionalizzazione seguita alla Sentenza Bosman e alla nascita della Premier League. Per fare un esempio quasi inverosimile ai giorni nostri, nell’edizione 1993/94 giocò la Fiorentina, che schierava Gabriel Batistuta e Stefan Effenberg, e il Brescia, che vinse il trofeo in finale sul Notts County (chiamato per tutta la radiocronaca “Not Counts” dal leggendario Ezio Luzzi...) grazie a un goal di Ambrosetti potendo però contare sulla classe immenso di Gheorghe Hagi. Batistuta, Effenberg, Hagi: tre stranieri che sarebbero poi andati a giocare da protagonisti al Mondiale di USA’94. E aggiungiamoci pure un giovane Oliver Bierhoff ad Ascoli: una qualità persino eccessiva, di sicuro impensabile oggi.
Tuttavia, la mancanza di diritti televisivi (finale a parte) e l’impegno logistico di quattro trasferte in Inghilterra nel mezzo della stagione, oltre al giocare le gare in casa prevalentemente al pomeriggio dei giorni feriali, resero difficoltoso il successo a lungo termine della manifestazione, che nel 1996 visse la sua ultima edizione. La finale si giocò a Wembley il 17 marzo 1996, poco più di un mese dopo l’annuncio ferale dello scioglimento della band dei Take That. E cosa c’entra, direte voi? Beh, un pochino c’entra: la finale vedeva in campo il Genoa e il Port Vale, squadra misconosciuta agli appassionati di calcio... ma non alle fan sfegatate del quintetto inglese. Infatti Robbie Williams (che pure aveva lasciato la band l’estate precedente) era ed è tuttora il tifoso più famoso del club, attualmente appoggiato nell’anonimato della League Two, l’equivalente della nostra serie D.
Sul campo non ci fu storia: il Genoa non solo era molto più forte, potendo contare in attacco su un giovane ma già prolifico Vincenzo Montella affiancato dal “funambolico” (ai tempi si scriveva così) Marco Nappi, ma aveva anche la motivazione di salvare una stagione che vedeva la corsa alla promozione in A abbondantemente compromessa. Il primo tempo si chiuse sul 3-0, al 65’ i rossoblù erano addirittura sul 5-0, prima che una doppietta del centravanti Martin Foyle fissasse il punteggio finale su un po’ più onorevole 5-2.

Tuttavia, il protagonista assoluto di quel pomeriggio a Wembley, trasmesso in diretta su Rai3, fu Gennaro Ruotolo, ruolo centrocampista e bomber per un giorno: per lui addirittura una tripletta, che lo rese il primo italiano a riuscire nell’impresa, l’unico nella “vecchia” versione dell’impianto londinese visto che Pazzini vi riuscì in occasione dell’inaugurazione dello stadio ricostruito. Una giornata da ricordare, ma che fu anche il sipario su un torneo che si chiuse con un netto bilancio a favore delle squadre italiane: tre vittorie contro una inglese nelle quattro edizioni riservate a club di seconda divisione. Chissà che risultati verrebbero fuori se si giocasse oggi.
