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Germany Italy European Championship 1988Getty Images

Il calcio a Berlino Ovest: l'Hertha, il ripescaggio del Tasmania e Maradona

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Quando si racconta il calcio a Berlino ai tempi del muro, è inevitabile pensare al calcio della DDR, alla Dinamo Berlino, alla Stasi e a tutte quelle storie indissolubilmente legate alla Germania orientale. Si è sempre parlato invece relativamente poco di cosa significava vivere a Berlino Ovest, in un’enclave interamente circondata da un territorio ostile, dove il calcio finiva per occupare uno spazio inevitabilmente non prioritario.

Il calcio a Berlino Ovest era essenzialmente una questione politica, esattamente come lo fu a Trieste alla fine degli anni’40: due città dal valore simbolico troppo elevato per essere trascurate dal punto di vista sportivo. Così, mentre nel 1947 la Triestina venne ripescata “per benemerenze sportive” nonostante l’ultimo posto in Serie A, nel 1963 la Federazione tedesco-occidentale si assicurò di avere una rappresentanza berlinese nella neonata Bundesliga a girone unico. Il muro era stato eretto un paio di anni prima, la tensione tra i due blocchi era alle stelle: la città divisa doveva avere una squadra di calcio ai livelli più alti.

Il posto venne preso abbastanza facilmente dall’Hertha, ancora oggi la squadra più prestigiosa della capitale unificata: tuttavia, seppur con tutta la benevolenza di questo mondo, essere giocatori a Berlino Ovest non era semplicissimo, sia per la condizione intrinseca della città sia per la scomodità (eufemismo) delle trasferte, che venivano effettuate via terra attraverso una delle tre autostrade a compartimenti stagni che fungevano da corridoio tra la città e il resto della Germania Federale.

Chiaramente, l’Hertha era esposto ai risultati del campo e il “paracadute” non riguardava certo il club, quanto la città. Per questo, nel 1965 la Federazione fu inflessibile nel retrocedere d’ufficio la squadra, che pure si era salvata per un soffio sul campo. Il motivo è paradossale: per convincere i giocatori a trasferirsi a Berlino Ovest, l’Hertha integrava l’ingaggio ufficiale con una cospicua somma in nero. Questo paradosso portò a una situazione ancora più incredibile: la necessità di cooptare una squadra berlinese dalle serie inferiori per poter avere una rappresentanza in città.

Ai tempi la differenza tra Bundesliga e serie minori tedesche era abissale, sotto tutti i punti di vista (organizzativo, economico, strutturale, tecnico...), figuriamoci poi nel contesto nella città divisa e separata dal resto del Paese.

Ecco perchè quando si prospettò l’opportunità del ripescaggio, TeBe Borussia e Spandauer si guardarono bene dall’accettare il salto nel buio. La Federazione andò allora dai dirigenti del Tasmania Berlino: gli sventurati risposero, e si imbarcarono in un’avventura che fece la storia del calcio tedesco, ma in negativo. Totalmente fuori contesto, il Tasmania totalizzò in 34 giornate appena 8 punti (sarebbero 10 con i tre punti a vittoria), frutto di 2 vittorie, 4 pareggi e 28 (ventotto) sconfitte, segnando 15 gol e subendone 108, con una differenza reti di -103, difficilmente eguagliabile.

Negli anni successivi, l’Hertha tornò al centro della scena calcistica berlinese, con i soliti problemi logistici e i soliti alti e bassi di rendimento che di fatto contribuirono a renderla una presenza di contorno per gli stessi abitanti della città. Un ultimo tentativo forte venne fatto dalla Federazione tedesca allorchè, nel presentare la candidatura a Euro 88, incluse Berlino Ovest nella lista delle città ospitanti. Una mossa che incontrò l’immediata reazione del blocco sovietico, che minacciò il boicottaggio del torneo.

Va detto che a metà degli anni’80 la pratica dei boicottaggi era quasi la prassi in ambito di sport e Guerra fredda, come avvenne per le Olimpiadi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984: appena dieci anni prima, in occasione del Mondiale 1974, l’inclusione di Berlino Ovest tra le città organizzatrici non aveva suscitato alcuna protesta.

Per compensazione, nel marzo 1988 Berlino Ovest organizzò un torneo internazionale, destinato a restare un unicum nella storia del calcio tra Nazionali. La Germania Ovest padrona di casa invitò la Svezia, che era stata eliminata dall’Italia di Vicini nelle qualificazioni a Euro 88, e l’Argentina, con cui pensava di creare in finale una sorta di rivincita della finale del Mondiale in Messico.

Germany Italy European Championship 1988Getty Images

A sorpresa, la quarta invitata fu... l’Unione Sovietica, la più fiera oppositrice di Berlino Ovest pochi anni prima: merito della perestrojka di Gorbaciov, che lanciava qua e là anche attraverso lo sport piccoli e grandi segnali di riavvicinamento, che sarebbero poi sfociati nell’incredibile vento di cambiamenti della fine del 1989.

Il torneo di Berlino Ovest si guadagnò una completa copertura televisiva anche in Italia, fatto non scontato per l’epoca, in virtù anche della presenza di diversi giocatori della Serie A, in primis Diego Armando Maradona. L’asso del Napoli, alla prima e unica apparizione in carriera all’ombra del Muro, segnò un gran gol contro l’Unione Sovietica, che tuttavia non impedì all’Argentina di perdere con un sonoro 2-4.

Curiosamente, la rivincita della finale di Città del Messico ci fu lo stesso, perchè a sorpresa pure la Germania Ovest perse ai rigori contro la Svezia dell’atalantino Glenn Peter Stromberg. Svezia che si aggiudicò il torneo battendo 2-0 l’URSS, mentre la Germania Ovest, con un goal del futuro interista Lothar Matthaeus, si prese una platonicissima rivincita sull’Argentina: quella vera, sarebbe arrivata due anni dopo, sotto il cielo di Roma.

E Berlino Ovest? Calcisticamente, nel 1988, era una città depressa: nessuna squadra in Bundesliga, l’Hertha Berlino galleggiava a mezza classifica in Zweite, senza grandi prospettive. Il poco interesse nei confronti del calcio venne confermato anche dalla scarsa affluenza all’Olympiastadion nella due giorni del torneo, con presenze di molto sotto i 30mila spettatori. Ma per la città, il bello sarebbe arrivato un anno e mezzo dopo, nell’indimenticabile notte del 9 novembre 1989.

La caduta del Muro significava anche che i tifosi dell’Hertha che vivevano a Est erano di nuovo liberi di andare allo stadio, invece di riunirsi sotto al Muro, vicini alle guardie di confine ma a pochi metri di distanza in linea d’aria dallo stadio, per sentire il rumore della folla e intuire da quello l’andamento della partita. Berlino aveva riacquistato la sua libertà, anche la libertà di andare a vedere una partita di calcio dell’Hertha. Quello contava, e niente altro.

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