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Zlatan Ibrahimovic JuventusGetty Images

Quando Ibrahimovic e Vieira vennero alle mani: "Passami quella cazzo di palla!"

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Bisogna essere nella mente di Ibrahimovic, Zlatan Ibrahimovic, per capirlo. L'idea del rispetto, quel pizzicorio che chiede di tener testa e il sapere che qualcun altro ti tiene testa. Sono le basi. Se serve a farci vincere, fai pure. Se serve a creare un'amicizia, idem. Per Ibracadabra non c'è spazio per la gentilezza, nel calcio. C'è spazio per la grinta, la gloria, le sensazioni che mandano avanti il pallone, più dei piedi. Un battibecco, un testa a testa tra compagni? Poco male. Nessuno deve indietreggiare.

La carriera di Ibrahimovic è costellata di questi eventi, alcuni tra veri e propri nemici in campo, senza voglia di renderli amici, altri con compagni di squadra, con cui ha condiviso foto e sorrisi, viaggi e telefonate. E sopratutto, ripetiamolo in coro, il rispetto reciproco. Quello che lo svedese ha sempre avuto per Patrick Vieira, da quindici anni.

E' l'estate 2005 e Moggi porta Vieira alla Juventus. E' uno dei centrocampisti più tosti al mondo, duro come la roccia, capitano di un Arsenal mai più così forte, deciso, grintoso. Come lo era lui, colosso che lascia Londra per Torino, per provare a vincere anche in Italia. Trova quel tipetto tutto pepe di Ibrahimovic, che da un anno è bianconero ed è una trottola impazzita, che tutto può se vuole. Ma solo se.

Ibrahimovic racconta così quella stagione nella sua prima aubiografia:

"Era arrivato anche Patrick Vieira e posso dire che si sentì subito: era un tipo tosto, non a caso ci scontravamo spesso in allenamento. Io non me la prendo con il più debole, ma con i duri rispondo testa a testa, e alla Juventus ero diventato peggio che mai. Ero un guerriero".

Non si guardano in cagnesco Vieira e Ibrahimovic, si passano la palla, trascorrono del tempo negli spogliatoi come tutti, in palestra, sul campo. Ma la loro è quasi indifferenza, di quella che si può tagliare con un grissino. Due ragazzoni di 1.90 che possono squarciare il cielo venendo a contatto, generando onde d'urto e l'effetto farfalla dall'altra parte del mondo. Sono tenuti a bada, sempre sull'orlo di esplodere, visti i tanti scontri in allenamento. Uno deve segnare, l'altro deve limitarlo come farebbe con gli avversari. Tutto regolare.

Ibrahimovic Vieira InterGetty

Quella tensione è una delle fortune della Juventus, sempre sul pezzo. Certo, c'è anche il piccolo particolare di un undici che ha pochi eguali nel terzo millennio. Dettagli. Una tensione che prima di Calciopoli trascina Madama a vincere il titolo di donna migliore d'Italia per due volte di fila, prima che il divorzio dell'estate 2006 la porti in depressione per alcuni anni. Altra storia.

In quella Juventus c'è tanto di Vieira, c'è tanto di Ibrahimovic. Fisicità al potere. E' fisico anche lo svedese, nel senso primario del termine. Non è più alto e magro come ad Amsterdam, ora è alto e possente. La sua consapevolezza cresce. E in quell'aprile 2006 l'adrenalina lo spinge, vuole scontrarsi con Vieira per sentirsi vivo. O almeno, non vuole tirarsi indietro.

Le cronache di quella primavera paleranno di una Juventus nervosa, con una rissa sfiorata in partitella tra Ibrahimovic e Vieira. I due sono nella stessa squadra, ma si guardano continuamente in cagnesco. Il fuoco divampa, la benzina gettata sopra è un pallone che il francese non consegna allo svedese. Volano parole, poi volano le mani. Sono quattro mani, e almeno un'altra decina per separarli a pochi giorni dal match di Siena.

I due continueranno nella stessa partitella insieme, cominceranno a sorridersi, e ad avere un rispetto reciproco triplicato. Continueranno all'Inter, continueranno a vincere. Ibrahimovic racconta quel giorno nella sua autobiografia. Nessun odio, nessun rancore. Il contrario. Da allora si guarda allo specchio e vede Vieira, dopo averlo sospettato che presentarsi davanti al riflettente avrebbe generato lo stesso volto.

27 aprile 2006, è il giorno di quell'episodio, non così strano e particolare, ma che fotografa il pensiero di Ibrahimovic:

"Un giorno stavo correndo sul campo e Vieira aveva la palla.Passami quella cazzo di palla!" gridai. Patrick Vieira era stato il capitano dell'Arsenal. Con i Gunners aveva vinto tre titoli in Premier League ed era diventato campione del mondo d'Europa con la Francia, quindi non era certo uno qualsiasi, ma io non mi facevo problemi a parlargli chiaro. Me lo potevo permettere, voglio dire, eravamo tutti delle star, non aveva senso che ci leccassimo il culo a vicenda.

"Chiudi il becco e corri" mi gridò di rimando. "Tu passami la palla e io mi calmo" risposi, e allora scattò la rissa e dovettero intervenire per dividerci.

Ma non era niente, solo la dimostrazione che avevamo tutti e due una mentalità vincente. Non puoi essere gentile, in questo sport. Se c'era qualcuno che lo sapeva, quello era Vieira: lui è il tipo che dà tutto in ogni situazione, e io vidi che impatto ebbe il suo arrivo su tutta la squadra. Per pochi giocatori ho lo stesso rispetto. C'era una meravigliosa qualità nel suo gioco, ed era una sensazione incredibile avere lui e Nedved dietro di me a centocampo".

Uno sfidante in più, un amico in più. Il mondo di Ibra. Ibracadabra.

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