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Aron Gunnarsson Iceland 22062016Getty Images

Gunnarsson va a tutta birra: il suo centro benessere a base di luppolo

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Quella del 1° marzo 1989 è stata una data a suo modo storica per l’Islanda. Quel giorno infatti la birra è tornata ad essere legalizzata nel Paese, il tutto al termine di un proibizionismo che si è protratto per decenni.

Il rapporto tra la ‘Terra del ghiaccio’ e quella che è una delle bevande più amate in assoluto, non è mai stato propriamente idilliaco e questo perché per anni proprio gli islandesi hanno associato l’usanza di farne uso ai quei danesi dai quali a inizio ‘900 ancora stavano cercando di ottenere l'indipendenza. Non sorprende quindi il fatto che, quando nel 1915 il governo propose un referendum per metterla al bando, la maggioranza si impose con uno schiacciante 60%, certamente più sorprendente è invece il fatto che per bere, almeno in maniera legale, un sorso di birra nel Paese si sia dovuto attendere qualcosa come 74 anni.

Oggi in Islanda non solo si può bere birra tranquillamente, ma c’è anche chi ha deciso di crearci su un vero business. La cosa è ovviamente normale, visto che nel corso degli anni sono sorti molti birrifici, forse però più particolare è che tra coloro che hanno puntato forte sulla nota bevanda alcolica ci sia anche un calciatore: Aron Gunnarsson.

Il centrocampista, che è un vero e proprio idolo in Patria, oggi milita nell’Al-Arabi, ma nel corso della sua lunga carriera ha giocato anche in Eredivivisie con l’AZ e in Championship e Premier League con Coventry e Cardiff, anche se in realtà la sua notorietà è più legata alle sue gesta in Nazionale.

Entrato nel giro degli Strákarnir okkar nel 2008, è stato uno dei leader di quella straordinaria generazione che ha permesso ad un Paese che conta poco più di 360mila abitanti e che quindi è tra i meno popolati del Vecchio Continente, di avere la propria Nazionale di calcio protagonista sia ai Campionati Europei che ai Mondiali.

Nel 2016 fu il capitano di quella compagine capace di spingersi fino ai quarti di finale della massima competizione continentale, nonché l’uomo chiamato a dettare i tempi del ‘Geyser Sound’, il coro con il quale i tifosi islandesi festeggiano le vittorie dei loro beniamini.

Iceland fans Euro 2016

Ebbene Gunnarsson, che sulla sua schiena ha tatuati, insieme ad una bandiera islandese, i Landvættir, ovvero le quattro creature che secondo la mitologia difendono la sua Islanda, è l’evidente dimostrazione che in alcuni casi calcio e birra non solo possono andare d’accordo, ma possono anche formare un duo vincente.

Il rapporto tra il coriaceo centrocampista e la bevanda va al di là di qualche semplice bevuta, ed è sfociato in un investimento quanto meno insolito: quello in una vera e propria Beer Spa.

Nel 2017 ha acquistato quote di un centro benessere a base di birra a Akureyri, la sua città natale, ed ha pensato bene di far incrementare il giro di affari sfruttando una cosa per lui del tutto gratuita, ovvero la sua immagine. Le foto che lo ritraggono in una vasca piena di birra hanno fatto il giro del mondo e la mossa pubblicitaria ha decisamente funzionato, visto che l’afflusso di visitatori è aumentato costantemente nel corso degli ultimi anni.

Ma in cosa consiste di fatto una visita alla sua Beer Spa? Il centro benessere offre la possibilità di allontanarsi dallo stress di tutti i giorni degustando cibo a base di birra e soprattutto l’esperienza di immergersi in una vasca piena di birra calda per un bagno rilassante dalla durata di 25 minuti. Il tutto è accompagnato dalla possibilità di bere pinte senza limiti e magari godersi la vista della splendida isola di Hrísey, delle montagne circostanti e della valle di Thorvalds

Chi pensa ad una stravaganza per pochi eletti si sbaglia, visto che un bagno nella birra sembra avere effetti benefici sul sistema immunitario, dare un’iniezione di energia e migliorare lo stato di salute di pelle e capelli. Il tutto richiede magari una discreta capacità di reggere l'alcol, ma comunque per coloro che hanno esagerato con qualche bicchiere di troppo, ci sono a disposizione delle camere buie per ‘ritrovare se stessi’.

Dalle sgroppate in campo alla birra il passo non è probabilmente breve, ma Gunnarsson ha dimostrato che le due cose possono anche coesistere, purché abbinate nel giusto modo.

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