Il rapporto tra la Roma e le monete è sempre stato tutto tranne che idilliaco.
Ma no, questa volta non parliamo di problemi di bilancio o di gesti filantropicivolti a finanziare una trasferta in un periodo particolarmente difficile per le finanze romaniste.
Né tantomeno di una moneta da un euro in grado di centrare in piena fronte un arbitro durante una partita di Champions League e far perdere la gara a tavolino per 3-0 ai giallorossi.
La storia che stiamo per raccontare non vede protagonista un gesto sconsiderato di un tifoso, ma di un testa o croce che costò alla Roma il mancato accesso alla finale della Coppa delle Coppe.
Dobbiamo tornare indietro di oltre 50 anni, al 1970. Sulla panchina c'era Helenio Herrera, alla sua seconda stagione da allenatore romanista. Uno che aveva reso grande l'Inter in campo internazionale ed era stato portato nella capitale dal presidente Alvaro Marchini per lo stesso motivo.
Pur non disponendo delle risorse tipiche delle squadre del Nord, l'esperimento romanista con Herrera sembrò funzionare fin da subito.
Al suo primo anno, conquistò la Coppa Italia portando il trofeo nella bacheca romanista per la seconda volta nella sua storia. Prima di lui c'era riuscito un altro argentino: Juan Carlos Lorenzo.
La seconda annata alla guida della Roma fu più deludente delle aspettative. Il "Mago" sembrava aver perso il suo tocco sui calciatori, che caddero uno dietro l'altro in una spirale senza fine di infortuni e chiusero il campionato in una più che modesta decima posizione e furono eliminati ai quarti di Coppa Italia.
La principale soddisfazione della stagione 1969-1970 arrivò sullo scenario europeo. La Roma prese parte alla Coppa delle Coppe, torneo UEFA non più in vigore al quale partecipavano le squadre vincitrici delle rispettive coppe nazionali.
Il percorso continentale della Roma, che a livello europeo non aveva mai raccolto granché eccezion fatta per la vittoria nella Coppa delle Fiere di dieci anni prima, diede lustro all'undici giallorosso.
Dopo aver superato il turno preliminare contro nordirlandesi dell'Ards, battuti 3-1 all'Olimpico dopo lo scialbo 0-0 di Belfast, i giallorossi trovarono sul loro percorso il PSV Eindhoven.
Quello con gli olandesi fu un doppio confronto molto duro ed equilibrato. Alla vittoria dell'andata della Roma grazie a un calcio di rigore trasformato da Fabio Capello nei minuti finali, rispose il successo altrettanto di misura dei biancorossi a Eindhoven arrivato con una rete di van der Kuijlen.
Si resero dunque necessari i supplementari, durante il quale il risultato rimase però bloccato. Non essendo ancora stati istituzionalizzati i calci di rigore, al triplice fischio si rese necessario il lancio della monetina.
L'esito fu favorevole ai giallorossi, che approdarono così ai quarti di finale dove si sbarazzarono senza affanni i turchi del Goztepe (2-0 all'Olimpico e 0-0 al ritorno= prendendosi un posto in semifinale.
L'ultimo ostacolo tra la Roma e l'atto conclusivo del torneo rispondeva al nome impronunciabile del Gornik Zabrze.
Ma il sogno di poter mettere finalmente le mani su una competizione internazionale fu spezzato nella maniera più crudele possibile.
Seppur il nome della squadra può sembrare inedito ad un pubblico con meno primavere alle spalle, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio del decennio successivo i polacchi del Gornik Zabrze erano una delle squadre più insidiose d'Europa.
Ripetutamente campioni di Polonia, i ragazzi allenati da Matyas misero in seria difficoltà la Roma nel triplo confronto che li vide coinvolti per decidere chi avrebbe raggiunto il Manchester City in finale.
Esatto, triplo confronto. Perché non bastarono le due sfide previste dal calendario per vedere una formazione avere la meglio sull'altra.
La gara d'andata, giocata all'Olimpico il primo aprile 1970 alle 21:30 (orario insolitamente da "calcio moderno"), terminò 1-1 con la Roma sotto nel punteggio alla mezz'ora e in grado di agguantare il pari nella ripresa con Elvio Salvori.
Quattordici giorni dopo andò in scena il ritorno in casa dei polacchi. Capello portò avanti i giallorossi dopo appena 10' minuti ribadendo in goal un calcio di rigore parato dal portiere avversario Kostka.
I successivi 80 di gioco trascorrono lenti, troppo lenti. Si lotta su ogni pallone, si evita in ogni modo di prendere la rete del pareggio, magari andando a segnare quella della sicurezza.
Si arriva al 90esimo, ma quando sembra fatta l'arbitro indica il dischetto dopo un contatto in mischia in area di rigore dal quale Gorgow ne esce cadendo rovinosamente a terra.
Dagli undici metri si presenta Lubanski, che con freddezza batte Ginulfi e regala ai tifosi di Katowice altra mezz'ora di spettacolo.
Il pubblico di casa si illude di poter arrivare in finale quando lo stesso Lubanski fulmina la difesa giallorossa siglando il 2-1, ma stavolta è la Roma a beffare gli avversari all'ultimo minuto di gioco con Scaratti.
L'esultanza dei giallorossi alla rete che vale il pareggio viene però smorzata dalla realtà. La regola dei goal in trasferta c'era sì, ma valeva solo nell'arco dei 90 minuti. Ai supplementari dunque, uno vale uno.
In caso di doppio pareggio, le regole della Coppa delle Coppe prevedevano uno spareggio giocato in campo neutro. E così fu.
Una settimana più tardi, Roma e Gornik si presentano a Strasburgo per decidere una volta per tutte chi avrà accesso alla finale.
Ma né i giallorossi né i polacchi riescono a venirne a capo. Anche la sfida risolutiva giocata in Francia termina in parità.
E i marcatori sono i soliti: apre Lubanski da una parte, risponde Capello dall'altra.
Dopo aver fischiato tre volte, all'arbitro francese Machin non resta che convocare i due capitani al centro del campo, invitando loro a scegliere un lato ciascuno della monetina appena estratta dalla tasca.
Per la Roma si presenta Joaquin Peirò, che stando ai racconti dei testimoni in campo scelse croce su indicazione di Herrera dopo aver sempre optato per testa nei due sorteggi designati per la scelta del campo.
Due volteggi in area e la sentenza, tremenda, dice testa. Passa il Gornik Zabrze. La Roma è fuori dalla Coppa delle Coppe.
Oltre il danno anche la beffa. Dopo quella gara, la UEFA introdusse la regola dei goal in trasferta anche per i tempi supplementari.
In finale poi trionfò il Manchester City, lasciando alla Roma solamente la consolazione di non aver visto trionfare chi le ha impedì di giocarsi la prima finale europea (riconosciuta) della sua storia.


