Notizie Partite
Storie

Dai sogni infranti alla consacrazione: Serge Gnabry, inferno e ritorno

08:16 CEST 14/07/22
Serge Gnabry Bayern 2020-21
A 27 anni ha vinto un treble e ha sfiorato un Mondiale, ma ha anche collezionato delusioni. Con un sogno realizzato: il Bayern Monaco.

La carta d’identità dice anni 27, ma Serge Gnabry ha una maturità calcistica - e non - che va oltre l’età. Per alcuni è solo un numero. Per altri è un indicatore d’esperienza. In alcuni paesi si parlerebbe di lui come "calcisticamente giovane”. Sembrerebbe un paradosso per chi ha già giocato oltre 200 partite di calcio a livello altissimo, per chi ha vinto un Triplete da protagonista assoluto, per chi ne ha già viste tante. Insomma, possiamo correggerci: non ‘sembrerebbe’, è proprio un paradosso.

Poteva diventare campione del mondo a neanche 19 anni, se avesse avuto un pizzico di fortuna in più nel maggio 2014, quando Joachim Löw doveva stendere l’elenco dei convocati per il Mondiale in Brasile. Per Mertesacker e Mesut Özil erano due dei punti fermi della nazionale tedesca - nonché rispettivamente il fratello maggiore e l’idolo diventato amico di Serge Gnabry - e il CT dava molto peso alle loro parole. Gli avevano parlato di quel ragazzo diciottenne che in allenamento si prendeva la scena. Non fosse stato per un problema al ginocchio, probabilmente Gnabry avrebbe fatto parte della spedizione dei ventitré. Anche se in nazionale non ci aveva mai giocato prima di allora. Almeno in quella maggiore. Le giovanili invece le aveva passate tutte.

Tedesco da parte di mamma, ivoriano da parte di papà, il suo nome in Germania era già noto. Era cresciuto nel settore giovanile dello Stoccarda, insieme ad altri due talenti che oggi sono suoi compagni in nazionale: Timo Werner e Joshua Kimmich. Con quest’ultimo ha ancora un rapporto di profonda amicizia, tanto che ha confessato di telefonargli spesso quando si annoia. Il suo nome era arrivato oltremanica all’orecchio di Arsène Wenger, che a 16 anni lo aveva convinto ad andare via di casa, per unirsi all’Arsenal, dove avrebbe potuto giocarsi le sue carte anche in prima squadra. Nel 2011 l’alsaziano stava studiando un ricambio generazionale, Gnabry poteva farne parte e avere spazio da subito in prima squadra. Promessa rispettata. 17 anni e 3 mesi ha esordito in Champions League e in Premier League. Nel giro di quattro giorni.

Nella stagione che anticipava il Mondiale, ha iniziato a mettere insieme un buon numero di presenze in prima squadra (14). L’infortunio al ginocchio, però, ha rovinato i piani. I suoi, quelli di Wenger e anche quelli di Joachim Löw — anche se a onor del vero la Coppa del Mondo è comunque salita sull’aereo atterrato a Berlino. Gnabry avrebbe potuto mettersi quella medaglia al collo. Un riconoscimento che gli avrebbe conferito uno status diverso da quello di giovane talento. Invece si è ritrovato a dover ricominciare da capo.

Dopo otto mesi di stop e una stagione da 8 presenze con la seconda squadra e nulla di più, l’Arsenal ha deciso di cederlo in prestito al West Bromwich. Una squadra di medio livello in Premier League nella quale la sua fantasia poteva essere determinante. Ha visto il campo per 12 minuti e a gennaio è tornato a Londra pieno di frustrazioni. Le porte della prima squadra si erano chiuse anche lì.

I sei mesi al The Hawthorns sono diventati un tormentone. Gnabry aveva scelto le Midlands perché l’allenatore Tony Pulis sembrava convinto di volerlo fino in fondo. Gli ha dato l’occasione di giocare contro il Chelsea nel finale di partita a inizio stagione. Poi stop. Senza nemmeno una parola, una giustificazione. Perenne tribuna. Pulis non aveva usato parole dolci per l’esterno offensivo ventenne sulla stampa.

“È venuto qui per giocare, ma per me non è ancora al livello per poterlo fare. Non ha mai giocato tanto tra i professionisti. L’academy basta per rendere pronti i giocatori per la Premier League? Io devo scegliere la formazione migliore”, dichiarò in conferenza stampa.

Si era visto superato da giocatori che oggi sono finiti nelle serie minori. Pritchard, McManaman, McClean. Tony Pulis è stato spesso interrogato riguardo quella scelta di ignorare il talento del tedesco. Ha ammesso il suo errore di valutazione, ha riconosciuto il valore di Gnabry, dimostrato soprattutto dai fatti. Il poker al Tottenham in Champions League nell’autunno del 2019 lo ha rimesso sulla mappa del calcio inglese. Solo che intanto Gnabry si era rifatto una carriera in Germania.

Nell’estate 2016, dopo l’Olimpiade di Rio - chiusa con la medaglia d’argento e il titolo di capocannoniere con 6 goal, al pari del compagno Nils Petersen - Gnabry aveva deciso di lasciare l’Arsenal e ripartire dalla Bundesliga, dalla sua Germania. Tornare a casa, al Werder Brema. Con una regia speciale, quella del Bayern Monaco.

“Gli avevamo dato il permesso di giocare l’Olimpiade con la Germania - ha raccontato Wenger a ‘BeIN Sports’ - e avevamo un contratto pronto da fargli firmare al suo ritorno. Poi però ci ha detto di voler andare al Werder Brema. Ma non era il Werder che lo stava comprando: dietro c'era il Bayern. Ci sarebbe andato alcuni mesi dopo, ma era un affare già fatto da prima. Lui ci aveva detto che avrebbe firmato, ci sono rimasto male”.

In effetti, al Werder Gnabry è rimasto un solo anno - peraltro con 11 goal all’attivo - prima che il cartellino diventasse di proprietà del club bavarese. Il Bayern Monaco per Gnabry non era un traguardo qualunque. Era un cerchio che si chiudeva. A nove anni i suoi genitori lo portavano ai tornei nelle grandi città con la sua squadra di provincia - sarebbe arrivato nello Stoccarda a 11 anni - ed ebbe la fortuna di sfidare i pari età del club bavarese. Gnabry aveva già capito il suo grande desiderio: giocare all’Allianz Arena, vestirsi con il kit rosso della squadra più importante della Bundesliga. Un anno dopo ne avrebbe avuto la possibilità, ma papà disse no a un osservatore che voleva portare il piccolo Serge in Baviera a 10 anni.

Avrebbe dovuto aspettare ancora un anno prima di prendersi un posto all’Allianz Arena. Giusto il tempo di vincere Euro Under 21 e di passare dall’Hoffenheim, di conoscere Julian Nagelsmann, ovvero l’uomo che da pochi giorni è diventato il suo allenatore anche al Bayern. A Sinsheim ci è andato in prestito. Stagione da highlights: si ricorda anche un goal da centrocampo al Lipsia in un 4-0 con doppietta personale. La nascita dell'esultanza da chef. Cucina goal. E giocate.

Pronto per Monaco, pronto per il Bayern. Niko Kovac lo ha inserito gradualmente. Gli ha permesso di commettere errori all’inizio, poi lo ha reso un attaccante migliore, più concreto. Lo ha portato in doppia cifra di goal: in cinque stagioni in Bundesliga ha sempre raggiunto l’obiettivo. Farlo al primo anno al Bayern però aveva necessariamente un sapore diverso. A fine stagione è stato anche eletto miglior giocatore della stagione del club. Meglio di Lewandowski o Neuer. Aiutato anche dall'alimentazione vegana, per sua stessa ammissione. Scelta che condivide con l'amico Hector Bellerin, suo compagno ai tempi dell'Arsenal.

I 9 goal in Champions League della stagione 2019/20, chiusa vincendo tutto, lo hanno consacrato definitivamente a livello europeo. In realtà tra Germania e Bayern le sue consacrazioni le aveva già avute, abbondantemente. A Monaco aveva firmato un prolungamento di contratto poche settimane dopo l’inizio della stagione 2018/19. Un messaggio chiaro: la società crede in te. E ha fatto bene a crederci.

Nella nazionale tedesca, invece, aveva segnato 13 goal nelle prime 13 uscite. Nessuno è partito bene quanto lui. Joachim Löw lo ha messo al centro della sua restaurazione dopo il fallimento del Mondiale 2018. Il CT non ne è uscito benissimo, ma Gnabry sì. “Con me, Serge gioca sempre”, aveva dichiarato l’ex Bundestrainer. L’arrivo di Flick non ha cambiato la sostanza, visto ciò che insieme hanno raggiunto al Bayern in due anni. Semplicemente: tutto. Il cerchio non si è ancora chiuso.