Le storie di portieri sono sempre le più affascinanti. Di letteratura sul ruolo più pazzo e ingrato di tutti sono stati scritti fiumi di letteratura più o meno nobile.
Già Umberto Saba negli anni Trenta esaltava nelle sue poesie la figura del portiere, compatendolo per quando subiva goal e provando commozione vedendo i suoi compagni esultare per una rete segnata e lui dimenticato nei pressi della linea di porta.
Per parlare del protagonista di questa di storia di calcio giocato, dobbiamo fare però un balzo in avanti di una trentina d'anni rispetto all'epoca storica in cui il poeta triestino concepì gran parte delle sue opere.
Con la straordinaria macchina del tempo che è la lettura, ci spingiamo fino agli anni Settanta.
Sistemati i pantaloni a zampa d’elefante e parcheggiata la Fiat 126 (possibilmente non in doppia fila grazie), possiamo finalmente recarci all’appuntamento con il diretto interessato. Davanti a noi si presenta un ragazzo sui vent’anni, alto meno di un metro e settanta. Il suo nome è Francesco Quintini, nato a Roma il 27 maggio 1952, di professione calciatore. Segni particolari: portiere più basso della storia dell’AS Roma e della Serie A.
Dopo i fasti degli anni Sessanta con la vittoria della Coppa delle Fiere e delle prime due Coppe Italia della sua storia, nel decennio successivo la Roma vive una fase di transizione e difficoltà di rendimento, non riuscendo mai veramente a entrare nel circolo ristretto di squadre in grado di vincere il campionato e anzi rischiando proprio la retrocessione nel 1979.
Anche se proprio l’anno successivo a quella sciagura sfiorata verranno gettate le basi di quella squadra in grado di tornare a vincere la Serie A quarant’anni dopo l’ultima volta, conquistare quattro Coppe Italia e vedere infranto il sogno Coppa dei Campioni solamente ai rigori in finale contro il Liverpool, sono pochi gli episodi memorabili degli anni Settanta giallorossi.
E proprio in uno di questi sporadici lieti eventi trova il suo piccolo spazio anche Francesco Quintini, che da professionista ha giocato appena nove partite rimanendo però nel cuore dei tantissimi tifosi della Roma che hanno avuto modo di vederlo all’opera.
Una carriera breve la sua, iniziata da giovanissimo nell’OMI, acronimo di Ottico Meccanica Italiana. Un nome che alla maggior parte di chi legge non dirà nulla, ma che a partire dagli anni Cinquanta ha rappresentato il punto di partenza di tanti ragazzi romani che si avvicinavano al mondo del calcio. Tra i calciatori divenuti poi professionisti ad alti livelli con un passato con la maglia dell’OMI ci sono anche Bruno Conti e Agostino Di Bartolomei, due leggende della Roma e protagonisti del secondo scudetto della storia giallorossa nel 1983.
Ben prima di questi ultimi due però, fu proprio Quintini a compiere il passaggio OMI-Roma firmando il suo primo contratto da professionista nel 1970 a diciotto anni appena compiuti e diventando così il terzo portiere giallorosso alle spalle dei ben più esperti Alberto Ginulfi e Giovanni De Min. Dopo un intero campionato passato in panchina, l’occasione per esordire in Serie A arriva la stagione successiva quando per un’incredibile concomitanza di sfortunati eventi che colpiscono i due compagni di reparto, Quintini diventa l’unica scelta possibile per l’allora tecnico romanista Helenio Herrera.
Ginulfi è infatti costretto a restare lontano dal campo da gioco per via della mononucleosi, mentre De Min viene escluso per scelta tecnica dopo due prestazioni negative contro Napoli e Milan, nel corso del quale ha subito ben sette gol totali apparendo tutt’altro che sicuro tra i pali.
Nel giorno di Santo Stefano del 1971, i tifosi della Roma si recano allo stadio con la speranza di vedere la propria squadra tornare alla vittoria e mettersi definitivamente alle spalle il momento complicato vissuto dalla squadra di Herrera, che in giallorosso pare aver perso quel tocco magico che invece aveva caratterizzato il suo periodo all’Inter. Con sorpresa, molti di loro vedranno difendere per la prima volta la propria porta dal piccolo Quintini, un diciannovenne alto appena 168 centimetri e che mai aveva disputato un minuto tra i professionisti fino a quel momento.
Già dopo un secondo di gioco, Quintini ottiene il suo primo record in carriera: dal 26 dicembre 1971 fino ad oggi, è ancora lui il portiere più basso dell’intera storia della Roma. Potrebbe essere anche il portiere più piccolo dell’intera Serie A, ma a contendergli lo scettro è Angelo Colombo, estremo difensore in quegli anni sotto contratto con il Verona.
Nessuna misurazione ufficiale metro alla mano può però rovinare il suo esordio in Serie A reso ancora più speciale dalle sue parate, dato che Quintini impiega però pochissimi minuti a diradare le nubi di scetticismo legate soprattutto alla sua poca prestanza fisica esibendosi in una serie di interventi prodigiosi che permettono alla Roma di non subire gol e tornare a vincere una partita in campionato.
Dopo quell’incredibile esordio, Quintini fu confermato per le due partite successive contro Atalanta e Catanzaro, concluse rispettivamente con un’altra vittoria romanista e un pareggio, per poi tornare in panchina alle spalle del recuperato Ginulfi. Quella stagione si conclude per Quintini con la conquista del torneo Anglo-Italiano, unico trofeo vinto in carriera dal portiere pur non avendo disputato nemmeno un minuto nel corso della competizione.
Il resto della carriera di Quintini procede con sporadiche apparizioni legate prevalentemente all’assenza simultanea di primo e secondo portiere. Malgrado questo utilizzo centellinato, il portiere più basso della storia della Roma riesce a conquistare i tifosi e come si addice ad un terzo portiere degno di tale nome diventa presto un punto di riferimento anche per i compagni di squadra nello spogliatoio.
Gioca la sua ultima partita ufficiale tra i professionisti il 24 aprile 1977 all’Olimpico contro l’Inter, terminata con la vittoria dei nerazzurri per 3 a 2. Il suo bilancio romanista si conclude con nove apparizioni totali diluite nell’arco di otto stagioni. Nel ruolino di marcia della sua difesa dei pali della Roma compaiono tre vittorie, quattro pareggi e due sconfitte.
La sfortuna di Francesco Quintini è di non essere vissuto in un’epoca storica dove storie come la sua non avevano la stessa rilevanza che hanno oggi. Ma chi più di lui incarna la dimostrazione che con la giusta tenacia e determinazione si può raggiungere qualsiasi obiettivo?
Se solo negli anni Settanta fossero esistiti i social…


