Ciro Ferrara è stato un grande difensore prima del Napoli e dopo della Juventus. Roba da sette scudetti, una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Uefa e svariati trofei nazionali e internazionali.
Un marcatore vecchio stampo, elegante, costantemente in prima linea per abnegrazione e professionalità. Sempre positivo, con il sorriso stampato sul volto, a fungere da esempio per tutti: dentro e fuori il rettangolo di gioco.
Come allenatore, invece, le cose non sono andate nel migliore dei modi: con il fallimento in bianconero a bloccare sul nascere ardite ambizioni.
Un'intuizione, insomma, non andata a buon fine. Con Giovanni Cobolli Gigli, Jean Claude e Alessio Secco a scommettere su un neofita che, però, nell'immaginario sabaudo avrebbe dovuto effettuare un certo tipo di percorso affinché potesse affermarsi tra i tecnici d'élite.
E' la stagione 2009-2010 e, in un certo senso, Ferrara il suo piccolo apprendistato lo ha già fatto. Come? Ereditando la squadra nell'annata precedente da Claudio Ranieri, a due giornate dal termine del campionato, ottenendo sei punti e la qualificazione in Champions League.
Un esonero mai digerito dal navigato mister romano che, a più riprese, ha palesato tutta la sua delusione per un trattamento che, sicuramente, non avrebbe meritato di ricevere. Acqua passata.
La Juve sogna in grande, ragion per cui decide di proporre un mercato scintillante: arrivano Diego dal Werder Brema e Felipe Melo dalla Fiorentina, torna Fabio Cannavaro in regime di svincolo dal Real Madrid e approdano sotto la Mole pure Martin Caceres dal Barcellona e Fabio Grosso dal Lione. Gioventù, esperienza e potenzialità.
Sulla carta, dunque, il giusto mix per aprire un progetto sportivo di rilievo. Ma che così, al netto dell'exploit iniziale, non sarà.
Partenza veemente in campionato, con tanto di vittoria a Roma con le reti segnate - a tinte verdeoro - da Diego e Felipe Melo. Un'illusione. E nulla più. Con Ferrara, in lungo e in largo, a faticare nel trovare la via maestra: 15 vittorie, 5 pareggi e 11 sconfitte. L'ultima, fatale, sfociata nell'eliminazione in Coppa Italia contro l'Inter di José Mourinho.
Ma il ko più emblematico, probabilmente, resta quello contro il Milan. Non tanto per il 3-0 imposto dai rossoneri, bensì per la lite nel post partita con una vecchia conoscenza del mondo juventino (e non solo), Gigi Maifredi.
Ferrara in collegamento, Maifredi in presenza nello studio di Controcampo. Con quest'ultimo ad analizzare i problemi di quella Juve che, secondo il suo pensiero, per oganico e qualità avrebbe dovuto lottare per vincere lo scudetto. Un'analisi mal digerita, eufemismo, da Ciro:
"Stai zitto che è meglio. Quando c'è stupidità in giro, quando sento certi commenti da parte di colleghi mi cadono le braccia".
Con annessa replica dell'uomo di Lograto, anch'egli con un passato - fallimentare - sulla panchina bianconera nel 1990-1991:
"La stupidità sta in chi non si sincera di aver ben capito quello che è stato detto, si vede che non è maturo".
Liti a parte, l'avventura di Ferrara si conclude il 29 gennaio 2010. Fatale lo Special One. Ed ecco quindi, in corsa, Alberto Zaccheroni. Un traghettatore che, nei piani originari, avrebbe dovuto condurre a Rafa Benitez.
Nulla da fare. Settimo posto in classifica e, poi, la rivoluzione societaria. Con l'insediamento di Andrea Agnelli alla presidenza, e gli ingressi nell'area sportiva di Beppe Marotta e Fabio Paratici. Il resto, ormai, è storia.


