Quando Massimo Moratti decise di affidare la panchina dell'Inter a José Mourinho, l'allenatore era ancora Roberto Mancini: scelta che fu la conseguenza diretta di un rapporto ormai deteriorato con il tecnico di Jesi, oltre che la chiara manifestazione dell'intento di vincere anche in Europa e non solo nel giardino di casa della Serie A.
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L'arrivo dello 'Special One' fu il biglietto da visita migliore per incutere ancor più timore agli avversari, il lasciapassare per quella Champions League tanto desiderata, che verrà conquistata una stagione più tardi. In Italia non sbarcò soltanto uno degli allenatori più bravi al mondo, ma anche un personaggio con centinaia di sfumature: da quel "Non sono un pirla" della conferenza stampa di presentazione del 2 giugno 2008 è passata una vita calcistica, quanto basta per dare un'idea della considerazione di cui tutt'ora gode il portoghese nell'ambiente interista.
Se però prendi Mourinho, allo stesso tempo ti porti in casa un manager a tutto tondo, da accontentare in sede di mercato: insieme a lui arrivarono Sulley Muntari, Amantino Mancini e soprattutto Ricardo Quaresma, connazionale di José che però dovrà poi arrendersi all'evidenza dei fatti e all'inadeguatezza del suo pupillo. Eppure l'esordio aveva promesso bene: goal contro il Catania di 'trivela', gesto di cui ha spesso abusato finendo col diventare irritante agli occhi dei tifosi. Quello rimarrà l'unico acuto di Quaresma in maglia nerazzurra.
La stagione 2008-2009 fu anche quella del ritorno di Adriano dopo il prestito al San Paolo: l'aria del suo Brasile gli aveva permesso di ritrovare goal e fiducia, un toccasana per Mourinho che lo promosse subito titolare in coppia con Zlatan Ibrahimovic. E qualche risultato effettivamente venne a galla: nella mente del popolo interista c'è quella rete di braccio siglata nel derby di ritorno, che con le regole attuali sarebbe stata annullata. Una luce nel buio che poi offuscherà il brasiliano nel mese di aprile, quando decise di non fare ritorno in Italia dopo aver risposto alla convocazione con la nazionale verdeoro: gesto sconsiderato che costrinse l'Inter a risolvere il contratto, mettendo fine ad una storia d'amore tormentata.
GettyNonostante questo addio burrascoso, l'Inter riuscì comunque a fregiarsi del suo 17° Scudetto con 10 punti di vantaggio su Juventus e Milan: la matematica certezza del titolo arrivò il 16 maggio con il ko del Milan a Udine, con Zanetti e compagni ad esultare sul divano in attesa della festa più importante andata in scena a San Siro il giorno dopo, col 3-0 rifilato al Siena a suggellare una più che legittima vittoria.
Alla fine di quel campionato Ibrahimovic si laureò capocannoniere con 25 reti, due delle quali in occasione dell'ultima giornata nel pirotecnico 4-3 con l'Atalanta: l'ultima - di tacco - fu il modo migliore di congedarsi dopo tre annate ad altissimo livello. Ma la fine dell'esperienza nerazzurra dello svedese coincise con la fine della carriera di Luis Figo, sostituito nel primo tempo da Mourinho che gli concesse una meritata passerella, un piccolo omaggio per un campione enorme che riuscì a farsi volere bene a suon di numeri e dribbling come richiedeva il suo stile.
A prendere il posto di Figo in quella partita fu Davide Santon, ribattezzato da Mourinho 'il bambino' per la sua giovanissima età che però non gli impedì di fermare un certo Cristiano Ronaldo nell'andata degli ottavi di Champions League. Sì, proprio la Champions abbandonata per mano dei 'Red Devils' che nel ritorno chiusero i conti grazie alle reti di Vidic (che all'Inter nel 2014-2015 non lasciò esattamente un ottimo ricordo) e 'CR7', ma con la consapevolezza di essere entrati in una nuova dimensione, più internazionale, come ammise Mourinho dopo il fischio finale.
GettyQuell'Inter poteva contare anche su Mario Balotelli, gemma sempre meno grezza di un attacco completato da due gregari di lusso come Hernan Crespo e Julio Ricardo Cruz, spesso utili per togliere le castagne dal fuoco in situazioni critiche. Oltre al campionato, una gioia la regalò anche la Supercoppa Italiana: vittoria ai calci di rigore con penalty decisivo trasformato da Javier Zanetti, dopo aver rischiato il ko evitato solo da un clamoroso errore di Francesco Totti che colpì la traversa, negando alla Roma la gioia di alzare al cielo il trofeo.
Il cammino in Coppa Italia si arrestò in semifinale contro la Sampdoria, capace di infliggere una sconfitta pesantissima nel match d'andata: al 'Ferraris' l'Inter si arrese 3-0 sotto i colpi della premiata ditta Cassano-Pazzini, poi passati - seppur in periodi diversi - dalle parti di Appiano Gentile. A fine anno sarà poi rivoluzione con gli innesti di Milito, Motta ed Eto'o che gettarono le basi per il 'Triplete' successivo, impresa di cui ancora oggi si fa fatica a comprendere la reale portata.


