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samuel etoo  real madrid 04092017Social Media

Da Eto'o a Suazo: ceduti ad un passo dalla vittoria in Champions League

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Andarci vicino. Una consapevolezza diversa a priori e a posteriori. In entrambi i casi, enormi rimpianti. Cosa sarebbe accaduto se? Il destino avrebbe potuto prendere mille pieghe diverse e modellarsi a seconda di un episodio, di un secondo che può cambiare l'intera storia. Perdere una finale di Champions è una cosa. Vedere gli amici sollevare il trofeo più ambito nel mondo dei club calcistici quattro mesi dopo che non sei più con loro, è un'altra.

E' un aspetto che ha toccato praticamente tutti, fuori dal calcio. L'influenza prima del viaggio di una vita, esempio classico. Dover ascoltare i tuoi amici che raccontano quanto si siano divertiti, prima di quello sguardo fulminante per chi non è potuto esserci. Questione economica, decisione propria, ostruzionismo del vecchio allenatore. A gennaio le vie si separano. Troppi mesi tra il primo dell'anno e l'ultimo di maggio (o giù di lì) per pensare ad una vittoria in Champions League. L'addio è fatto, firmato, depositato. Poi, mentre la nuova realtà può essere deprimente o stupefacente, li vedi vincere.

Una storia che può essere raccontata solamente da metà anni '90, quella dei calciatori passati ad un'altra squadra nel calciomercato di gennaio, per poi vedere i vecchi compagni vincere la Champions. Fino ad allora, la finestra invernale non esisteva, punto. Assurdo pensarlo oggi, anche se l'utilità e il fascino di questa non è minimamente paragonabile a quella estiva. Ogni tanto c'è il colpaccio, la sorpresa, colui che sceso dal cielo (dall'aereo) cambia gli ultimi mesi conquistando il cuore dei tifosi, la medaglia d'oro, gli sguardi di tristezza altrui.

Guardando indietro, a posteriori, la rabbia, privata, per non aver potuto festeggiare la Champions ed entrare nella storia, è sostituita dalla felicità, pubblica, per aver fatto parte di quel gruppo, per essere scesi in campo in Europa pochi mesi prima della gloria. Si vorrebbe urlare al cielo quanto dispiacere c'è per essere partiti, ma gli addii nascondono anche necessità e nuovi inizi, attui a superare quel fumettistico uff che deriva dall'esserci andati vicini. Restando, però, sarebbe potuta andare diversamente. Chi può dirlo.

Non lo possono dire quei giocatori, grandi campioni, comparse del calcio e leggende che hanno dovuto vivere quei momenti. Non abbastanza da compilare una top ten, abbastanza per entrare sulle dita di due mano. Troppi per una sola. Una manciata di elementi entrati in un mondo di rimpianti generali, mai però pubblicamente espressi. Segno della consapevolezza che l'esser stati ceduti poco prima non è garanzia di aver potuto sollevare le grandi orecchie al cielo, quelle della coppa tra le mani e le proprie per il salto d'esultanza.

Borriello MilanGetty Images

Chiedere a Jordi Cruyff, il primo della lista. Un nome con cui fare i conti che definire pesante sarebbe eufemismo, un padre oltre la leggenda con cui confrontarsi. In maniera impari e impossibile, vista l'onesta carriera di junior in confronto a senior papero d'oro olandese. Forse avrà predetto a Sheringam e Solskjaer i minuti di recuperi più pazzeschi della storia del calcio, prima di lasciare il Manchester United nell'inverno del 1999.

E chissà se il giovane Sami Eto'o avrà pensato di poter fare la storia dopo aver lasciato il Real Madrid a pochi mesi dalla vittoria nella Champions 2000. Come Cruyff giocherà nella coppa europea d'autunno, poi verrà ceduto. Vedrà i compagni al settimo cielo, un modo per fare ancora meglio tra sconforto e grinta. Poteva essere, sarà. Barcellona, Barcellona, Inter. Uno più uno più uno non fa quattro, ma non si può avere tutto dalla propria vita calcistica.

Casi sparuti, spaiati e distanti, che accarezzano anche l'Italia e gli italiani. Marco Borriello avrà sempre un rapporto particolare con il Milan, come i pensieri della primavera 2003, visto l'inverno in cui era stato un Diavolo rossonero e dunque un azzurro empolese. Accarezzata, la Champions sarà comunque sua più avanti. A volte basta aspettare, ma il tutto e subito non può essere retto sempre.

Uno, uno, uno. Hanno dovuto reggere da soli. Poi, nel 2010, il gruppo più nutrito di aiuto psicologico per andare oltre. Guardate, dividevamo campo e spogliatoio con loro, ma non avremo la medaglia. Suazo, Vieira e Amantino Mancini eroi del Triplete nerazzurro? Sì e no. Per molti sì, per altri no, visto che a maggio nessuno di loro era presente. Col cuore sì, con le statistiche di alcune gare di Champions giocate nella prima parte di stagione anche. Parola a Re David:

"Non mi sono sentito un protagonista della coppa, però sono molto orgoglioso di aver fatto parte di questo grande gruppo che è arrivato fino in finale e ha vinto contro il Bayern. Non pensavo che il gruppo avrebbe potuto compiere quest'impresa, perché erano passati quasi cinquant'anni dall'ultima volta che il club non vinceva. È stata una grande festa, quello stesso anno si vinse il Triplete".

Conteggiati prima, non conteggiati al momento più importante. La UEFA non li considera vincitori della Champions, ma loro, forse nel loro piccolo sì. Pubblicamente giammai, privatamente 'ma sai che forse quella medaglia avrei dovuto prenderla anche io?' Del resto, se uno viene ceduto dopo 10 gare e 10 goal e i suoi vecchi compagni trionfano, non è campione. Ma se uno da gennaio a giugno è infortunato dopo 10 gare e 10 goal è regolarmente campione, perchè risulta ancora in tale squadra. Burocrazia.

Quella che blocca anche Alex ed Anelka, mai sotto Di Matteo e lontani in quella magica notte del Chelsea contro il Bayern, quella di Cheryshev, lasciato andare dal Real Madrid verso lidi più verdi, intesi come continuità in campo. Il tempo guarisce le ferite? Forse, ma la cicatrice rimane. Quei 'se' sono troppo forti per essere semplicemente lasciati svolazzare nei ricordi.

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